Lettera al Popolo della Vita di Marina Casini Bandini, Presidente Nazionale Movimento per la Vita Italiano

Carissimi,
inizio con alcuni passaggi molto belli e significativi che si trovano nella lettera aperta che il Card. Caffarra scrisse a Maria Grazia, la piccola neonata gettata tra i rifiuti di un immondezzaio e salvata grazie a chi ha saputo percepirne il flebile vagito e ne è stato colpito. «Cara Maria Grazia, sei stata buttata nei rifiuti sotto la mia finestra, vicino alla mia casa. Eri diventata qualcosa di troppo; un di più di cui bisognava disfarsi. Come è potuto accadere? Perché non sei stata guardata con gli occhi dell’amore, forse resi ciechi da un indicibile dramma.
E quando non guardo l’altro con questi occhi, esso diventa un residuo da cui liberare la realtà. Un rifiuto di cui disfarsi […] Sei stata salvata perché il tuo vagito ha trovato ascolto nel cuore paterno di due uomini buoni.
Il tuo vagito vale più di tutti i nostri calcoli egoistici, perché ha gridato che nessuna persona può essere rifiutata. Ci ha ricordato che l’intero universo è meno prezioso di te, anche quando vagivi in mezzo ai rifiuti; è meno prezioso di una sola persona umana. Grazie per avercelo ricordato dal fondo di un letamaio. Il tuo vagito entri nella coscienza di ciascuno di noi fino in fondo, e dentro la nostra città […] Il cassone dell’immondizia posto sotto la mia finestra fu guardato con occhi pieni di amore da Dio stesso, perché in esso c’era la sua immagine.
Non rinunciamo più alla verità che ci è stata svelata dal tuo vagito: nessuna persona è da buttare, perché in ogni persona è presente un mistero da venerare. Tanti sono passati davanti a quel cassonetto. Io stesso lo vedo ogni volta che mi affaccio alla finestra. Continueremo a vivere dimenticando chi siamo, e come fossimo tante solitudini pressate l’una contro l’altra? […] Eppure ancora mi attraversa il tuo vagito, che indica la verità di cui andiamo affannosamente in cerca, nei nostri giorni divenuti tristi. Grazie, piccola bambina, perché ascoltando il tuo pianto ho imparato ancora più intimamente cosa significhi essere padre: prendersi cura di ciascuno perché nessuno sia più sfigurato.
Che la nostra città percorra, guidata dal tuo vagito, l’intero cammino che porta dalla solitudine all’amore. Che il tuo vagito sia il dolore di chi ha generato in noi la coscienza della nostra umanità, e ci ha fatto sentire il peso specifico di essere persone: per sempre. Grazie, piccola madre di noi tutti». Queste parole risuonano in tutta la loro potenza alla luce della recente dolorosa notizia, giunta alla vigilia della Dichiarazione sui diritti del fanciullo (20 novembre 1989), della scoperta della neonata trovata morta a Campi Bisenzio (Firenze), accanto al contenitore di farmaci scaduti nei pressi di una farmacia. Una piccola creatura innocente, ricca soltanto della sua umanità, ancora carica di speranza, proiettata nel futuro, con un avvenire tutto da disegnare, abbandonata come un rifiuto, un oggetto inservibile da rottamare. Una scoperta dolorosa e sconvolgente, sia pensando alla bimba sia pensando alla sua mamma.
E purtroppo, non è la prima volta che accadono storie simili. Davanti al reparto di Ginecologia dell’Ospedale San Camillo di Roma nel febbraio 2013 un bimbo appena nato fu gettato, nato vivo, in un cestino dei rifiuti; nello stesso anno, stessa sorte per un neonato trovato in un cassonetto a Maiano Monti, una frazione di Fusignano, in provincia di Ravenna; in pieno centro a Santa Maria di Sala, nel Veneziano, nel 2016 un neonato, nudo e con il cordone ombelicale ancora attaccato, è stato ritrovato chiuso in un sacchetto accanto a un cassonetto dell’immondizia e salvato da una donna, che sentendone il pianto ha chiamato i soccorsi; ad Ostra (Ancona), nel marzo 2018 su un nastro trasportatore di un’azienda di riciclo di rifiuti è stato trovato il cadavere menomato di un neonato; il piccolo Giorgio, appena nato, era in una borsa in un cassonetto nei pressi del cimitero di Rosolina Mare (Rovigo) quando qualcuno passando nella zona all’alba ha sentito i suoi vagiti e chiamato le forze dell’ordine; purtroppo non c’è stato invece nulla da fare, invece, per la piccina emersa dal Tevere, nel luglio di quest’anno, con ancora il cordone ombelicale.
Povertà umane, affettive, spirituali che conducono alla svalutazione della vita umana in un impasto di solitudine e disperazione. Buio. Freddo. In qualche caso, la drammatica situazione si è capovolta in una nuova speranza di vita, grazie all’attenzione di chi ha saputo intercettare quel sottilissimo vagito, intravedere quegli impercettibili movimenti. Ma nel caso della bimba di Campi Bisenzio e in altri tristissimi casi, purtroppo, no.
Le parole che scrisse il Cardinal Caffarra, devono farci riflettere a fondo e non solo di fronte, purtroppo, ai non rari casi di bimbi abbandonati appena nati e considerati scarti, ma anche di fronte al più drammatico, al supremo degli abbandoni: quello per la moltitudine di bimbi cui viene impedito di nascere.
Questo supremo abbandono prima che fisico è mentale, perché l’abbandono è nel pensiero, nella mente, nel cuore; di questi bimbi viene cancellata anche la possibilità di essere guardati, si vogliono relegare nell’irrilevanza, come se non esistessero; di loro, come esseri umani a pieno titolo, non si deve parlare.
Questo è evidente anche nel linguaggio che cancella concettualmente il diritto all’esistenza del piccolissimo bambino e diviene tanto più drammatico quando l’abbandono viene camuffato da “conquista civile” e “progresso”, preteso come “diritto umano fondamentale”, propagandato come “scelta di libertà”. Novembre è stato il mese del 39°convegno annuale nazionale dei movimenti per la vita locali dei centri di aiuto alla vita e delle case di accoglienza. Un volontariato che offre un «servizio semplicemente grandioso – come ha scritto Giuliano Guzzo nell’analisi del Dossier Vita CAV 2018 – senza pari per bellezza e valore e, soprattutto, fondamentale per salvare, nel vero autentico e non retorico della parola, decine di migliaia di vite».
I nostri CAV si trovano in ogni regione, isole comprese, e spesso sono abbinati a case di accoglienza; esiste poi il c.d. “parto in anonimato” ricevendo in ospedale assistenza per la salute della mamma e del nascituro; spesso associate a ospedali, sono installate le “culle per la vita”.
È necessario che queste realtà siano conosciute. La scarsa informazione su queste opzioni è probabilmente dovuta ad una cultura che cerca di mettere il silenziatore sul bambino nella fase prenatale e di conseguenza non favorisce la conoscenza di strumenti che potrebbero evitare infanticidi e tragici abbandoni. È necessaria una inversione di rotta. Dobbiamo continuare ad esserci. Forza e coraggio!

 

Lettera al Popolo della Vita (.pdf)