I CAV presidio contro la mentalità contraccettiva di Claudio Larocca

È semplicistico ridurre il tema della sessualità responsabile in «preservativi e pillole: sì o no» dividendo in modo caricaturale i pareri tra chi è per una sessualità sicura e chi preferisce il rischio al lattice. Evidentemente la questione è più complessa.
La mentalità contraccettiva parte dal presupposto che non si possa né si debba rinunciare ai rapporti sessuali anche se a rischio di gravidanza indesiderata e, considerate le paure che scaturiscono da questo azzardo, offre la contraccezione come unica soluzione.
Diffusa attraverso vari canali, tale mentalità omette alcune informazioni sostanziali: i rischi per la salute e la fertilità nell’uso dei contraccettivi ormonali, il possibile effetto abortivo delle pillole dei “giorni dopo”, ma soprattutto una verità tanto semplice quanto nodale: nessun metodo è in grado di eliminare il c.d. rischio procreativo che può essere solo ridotto.
Eppure si mira a slegare la sessualità dalla procreazione, generando un’illusoria certezza, che porterà la coppia a sorprendersi del concepimento. Quest’ultimo verrà letto non come prevedibile rischio, ma come incidente di percorso causato dall’insuccesso del metodo.
Così i metodi indicati per una sessualità responsabile, al contrario deresponsabilizzano chi ne fa uso ed espongono l’eventuale gravidanza “inattesa” a un aborto quasi certo.
Non è un caso che i promotori della mentalità contraccettiva siano anche sostenitori dell’aborto e che i consultori, nati con il compito di fornire alternative e sostegno alla donna, siano ridotti a meri distributori di contraccettivi e certificati per IVG. Di fatto lo stesso aborto viene utilizzato come estremo contraccettivo, in contrasto con la legge 194 che ne esclude l’uso come “mezzo per il controllo delle nascite”. Basti guardare al numero di donne che si sottopongono a più aborti, anche ben oltre 4 nella loro vita.
È dunque urgente un’opera educativa che non si fermi alle paure, ma che sia capace di mostrare la bellezza della sessualità umana come mezzo unico di dono totale all’altro e respinga la dimensione del solo piacere fisico che reifica e spoglia l’umano della dignità che gli è propria.
Su questo piano i Cav e i loro volontari possono avere un ruolo fondamentale se non si arrendono all’opzione apparentemente semplice e risolutiva, ma in ogni senso fallimentare, della contraccezione come metodo di prevenzione all’aborto.
Altrimenti non solo fallirebbero, ma tradirebbero la loro missione che è innanzitutto di promozione umana, allineandosi a una cultura che vede nel nascituro non desiderato un problema da rimuovere e non un bene immenso da accogliere.
I Cav possono farsi presidio contro questa mentalità, proponendo un approccio alternativo che  educhi  a non essere schiavi degli istinti e quindi liberi, a conoscere il corpo   e i cicli di fertilità femminili e a condividere tutto questo nella coppia, per una sessualità in grado di aprirsi all’eventuale genitorialità.
Così anche il figlio da pericolo potrà divenire prospettiva considerata, condivisa e amata.

 

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