Intervista a don Cristian Catacchio di Massimo Magliocchetti

Giornata mondiale malato, Catacchio: per la cura integrale del morente

Si è svolto a Taranto un interessante convegno dal titolo “Passione per la Vita. Consolati consoliamo”, organizzato in occasione della XXVIII Giornata mondiale del malato. L’evento che ha registrato una copiosa partecipazione è stato organizzato da Don Cristian Catacchio, Direttore dell’Ufficio Diocesano della Pastorale della Salute. Lo abbiamo incontrato per approfondire il senso profondo dell’evento.

 

Padre, la Diocesi di Taranto ha organizzato un convegno con un titolo molto evocativo. Ce lo spiega?

«Nella traccia pastorale che il nostro Arcivescovo, mons. Filippo Santoro, ha consegnato alla nostra Chiesa di Taranto, lo scorso 14 settembre nel pellegrinaggio a san Giovanni Rotondo, uno dei punti analizzati è stato la Passione per l’Annuncio, dove passione, dice l’Arcivescovo, ha in sé un ventaglio di significati. Il primo: l’annuncio ha in sé la passione di Cristo, nella ricchezza della sua Croce e Risurrezione, che è tutto ciò che ci muove e ci motiva. In seconda istanza, la passione indica l’ardore missionario. Passione e gioia dell’evangelizzazione sono due aspetti coraggiosi dei quali il mondo ha bisogno per non soccombere di fronte alla rassegnazione, all’odio e all’individualismo. Ecco il tema del convegno: Passione per la vita. Consolati consoliamo. Una buona relazione di aiuto e di cura passa attraverso un’autentica presenza. Infatti Cécile Sanders fondatrice del Movimento Hospice scrive nel suo libro vegliate con me che la risposta Cristiana al mistero e della morte della Sofferenza non è una spiegazione, ma una presenza. È la nostra presenza, ma anche quella di Dio che misteriosamente si incarna nel nostro vegliare e nel nostro stare accanto compassionevole».

La tematica del ‘fine vita’ è ormai diventata pervasiva, al centro del dibattito pubblico da mesi. Secondo lei perché?

«La fragilità accompagna la nostra vita e ha mille volti per farsi vedere, mille voci per farsi sentire. Tocca il nostro corpo la nostra mente, le nostre relazioni e il nostro spirito. È una caratteristica del nostro essere persone che vivono in questo mondo. Per la cultura che respiriamo, la fragilità è spesso immagine della debolezza, da rimuovere e da superare a tutti i costi, anche con tentativi di mascheramento non sempre ben riusciti. Dobbiamo chiederci se, specialmente nelle situazioni di dolore, di sconforto e di solitudine, è la morte l’oggetto della domanda o il desiderio di non vivere più in quella situazione. Dolore fisico e sofferenza psicologica e spirituale sono inseparabili e necessitano di un “saper fare” terapeutico che oltre alla cura medica esige una particolare attenzione relazionale.

Le motivazioni che spingono i malati a domandare la morte sono varie. Per rispondere a una richiesta di morte assistita è importante in prima istanza, esplorare la richiesta del paziente e individuare i bisogni che le cure devono soddisfare, concentrandosi in particolar modo su quanto può evitare la perdita di relazioni sociali. Analizzare i motivi di una richiesta eutanasica può essere l’occasione per portare all’attenzione la sofferenza morale vissuta dalle persone che stanno morendo.

La domanda di eutanasia e di suicidio assistito sono una finestra su un insieme di preoccupazioni che i malati sperimentano, in modo particolare la paura di perdere dignità in relazione alla perdita del proprio sé corporeo, delle relazioni significative e dell’identità sociale».

Quindi la realtà tra le corsie di ospedale è diversa da quella che spesso viene narrata dai mezzi di comunicazione. Negli ospedali o nelle case dei malati è così presenta la voglia di ‘farla finita’?

«La buona riuscita nell’affrontare situazioni particolarmente difficili dipende dalle proprie forze, ma anche da saper tendere il braccio per chiedere aiuto e trovare qualcuno che prenda la nostra mano. Quando la nostra fragilità è abitata dalla forza di Dio dalla sua Grazia possiamo ancora una volta risalire alzare lo sguardo e scoprirci trasformati e più resilienti. Non è sempre facile capire la richiesta di aiuto che proviene dalla persona ammalata che quasi sempre si sente un peso per gli altri e in modo particolare per la propria famiglia».

Quali sono gli strumenti per provare ad arginare questa ‘cultura di morte’?

«La domanda di eutanasia ci interpella come singoli e come comunità. La risposta passa attraverso un prendersi cura del morente in maniera integrale. L’accompagnamento spirituale ne è un elemento essenziale.

Il nostro compito principale è di stare lì e di vegliare con coloro che soffrono l’angoscia del morire. Nel suo messaggio per la giornata mondiale del malato di quest’anno papa Francesco ci dice che la vita va accolta, tutelata, rispettata e servita dal suo nascere al suo morire.

Accanto a chi muore la presenza della comunità credente è il sacramento di un’altra Presenza che si fa accompagnamento, consolazione, relazione di fiducia e amicizia aiutando così il malato a trovare le sue risposte di senso. Il nostro compito principale è di stare lì e di vegliare con coloro che soffrono l’angoscia del morire, di fare cioè quel semplice servizio che Gesù chiese invano ai suoi discepoli nell’orto degli Ulivi e che Maria ha saputo esprimere ai piedi della croce, presenza discreta, silenziosa eppure profondamente compassionevole e significativa di una madre accanto al figlio che soffre e che muore.

Dunque nella comunità e nella relazione, il morente può sentire la misteriosa presenza di Dio al suo fianco, affidarsi nella fede al mistero della morte e mantenere viva la speranza che non delude.

L’Hospice, luogo di cura più attento a tutte le dimensioni della persona è la concretezza di questo prendersi cura integralmente della persona. Nell’accompagnamento pastorale di chi sta morendo, dobbiamo avere il coraggio di non far discorsi su Dio quanto piuttosto essere segni efficaci del suo Amore. Il Cristiano sa quando è tempo di parlare di Dio e quando è giusto tacere di lui e lasciar parlare solamente l’Amore per mitigare la solitudine di chi soffre».