Lettera al popolo della Vita di Marina Casini Bandini, Presidente Nazionale del Movimento per la Vita Italiano

Carissimi,

nella carta delle finalità dell’Università Campus Biomedico di Roma all’articolo 10 c’è scritto che  «il personale docente e non docente, gli studenti e i frequentatori dell’Università considerano l’aborto procurato e la cosiddetta eutanasia come crimini in base alla legge naturale; per tale motivo  si avvarranno del diritto di obiezione di coscienza previsto dall’art. 9 della legge 22 maggio n. 194. Si ritiene inoltre inaccettabile l’uso della diagnostica prenatale con fini di interruzione della gravidanza e ogni pratica, ricerca o sperimentazione che implichi la produzione, manipolazione o distruzione di embrioni». Una giusta e coerente presa di posizione per una Università improntata all’etica personalista ontologicamente fondata, operante in uno Stato che vuole essere civile e democratico, rispettoso cioè dei diritti e delle libertà fondamentali tra cui certamente rientrano il diritto alla vita e la libertà di coscienza.

Eppure, il “Campus” è stato oggetto di un ennesimo attacco da parte alcune associazioni abortiste che pretendono la revoca dell’accreditamento alla scuola in ostetricia e ginecologia. La richiesta è rivolta ai Ministri della Salute, dell’Università e della Ricerca e la motivazione è che il Campus non assicura «una formazione completa, che preveda, anche, l’interruzione volontaria di gravidanza e contraccezione» fornendo così agli studenti una preparazione «parziale ed incompleta, oltre a non tener conto del principio di laicità e di appropriatezza». La protesta è stata ricondotta alla «battaglia delle donne». Come se la revoca dell’accreditamento alla scuola di ostetricia e ginecologia del Campus Biomedico tutelasse le donne!

“Formazione completa”? “Principio di laicità e appropriatezza”? “Battaglia delle donne”? Suvvia! Si vuole nascondere la verità ricorrendo a vocabolario e concetti che portano fuori strada. Il “Campus” si è trovato sul banco degli imputati per aver posto lo sguardo sul figlio concepito identificandolo per quello che è: un essere umano a pieno titolo. A questo riconoscimento fondamentale – basato sulla scienza e sostenuto dalla ragione, e dunque in perfetta linea con approccio, metodo e argomentazioni laiche – è ricollegato il diritto di sollevare obiezione di coscienza, come peraltro previsto all’art. 9 della stessa legge 194.

Non è certo la prima volta che portare con immagini o parole lo sguardo sul figlio concepito suscita reazioni scomposte e arroganti. Ricordate quando il sindaco di Roma impose la rimozione del cartellone che mostrava un feto di 11 settimane? E la vicenda bergamasca che ha visto un gruppetto di femministe scatenate che volevano impedire la presenza del CAV al convegno “Nascere a Bergamo: presente e prospettive future”? Come non ripensare poi alle sguaiate manifestazioni suscitate dalla mozione del Consiglio comunale di Verona che invitava il Sindaco e la Giunta a sostenere le organizzazioni di volontariato che aiutano le donne a superare le difficoltà che potrebbero spingere verso l’aborto? E che dire poi dei polveroni sollevati in occasione dell’inaugurazione di monumenti dedicati ai bambini non nati o di cerimonie per il seppellimento dei feti?

Si dirà che nel caso del Campus oggetto principale dell’attacco non è il concepito, ma l’obiezione. Ma a ben guardare non è così, perché se così fosse l’istituto dell’obiezione dovrebbe essere preso di mira anche con riferimento all’obiezione alla sperimentazione animale, prevista dalla legge 413 del 12 ottobre 1993, su cui però nessuno solleva questioni. Anzi. Ciò che infastidisce, dunque, non è l’obiezione di coscienza in sé – non dimentichiamo che questo istituto è stato voluto nel campo militare da quella cultura c.d. progressista che oggi la osteggia nel campo dell’aborto –, ma ciò che l’obiezione sanitaria vuole testimoniare: il concepito è uno di noi e dunque l’aborto uccide un essere umano in viaggio verso la nascita. In nome di un presunto “diritto di aborto” si pretende di far tacere gli obiettori giungendo a cancellare il diritto fondamentale – riconosciuto nelle moderne carte sui diritti dell’uomo e anche nel diritto costituzionale – alla libertà di coscienza e di pensiero. Sarebbe tra l’altro importante che anche nei cittadini che si rivolgono ai sanitari maturasse il rispetto della coscienza del medico che non deve essere mai considerato mero esecutore di volontà altrui, ma soggetto il cui comportamento deve passare attraverso la valutazione delle proprie competenze, del proprio convincimento clinico, della propria coscienza.

Non è pertanto completa quella “formazione” che trascura le moderne acquisizioni scientifiche sull’inizio della vita umana e non offre agli studenti di medicina adeguata conoscenza del diritto di sollevare obiezione all’aborto; sta pienamente dalla parte della laicità prendere le difese dei bambini non nati perché in gioco sono il principio di uguaglianza e il fondamentale diritto alla vita; la donna, poi, come dimostrano l’esperienza e moltissime testimonianze, è la prima alleata dei figli anche di quelli che porta in grembo.

Non dobbiamo permettere che quando si parla di vita nascente alcuni gruppi femministi pretendano di essere voce di tutte le donne. Speriamo che la Campagna “Cuore a cuore” sia come una stella cometa che guida la società verso il riconoscimento della piena umanità dei bambini, i più piccoli e i più inermi, che sono in viaggio verso la nascita. Sarebbe davvero un grande salto di civiltà e un autentico progresso per tutti. E speriamo anche che il “Campus” possa continuare a svolgere la sua attività serenamente e convintamente senza revoche e senza attacchi.

 

Lettera al popolo della Vita (.pdf)