Lettera di Alessandro Andalò

Carissima Marina,

in un tempo ammorbato dalla cultura della morte, la cultura dell’accoglienza di ogni vita umana è l’antidoto più efficace per costruire una civiltà degna di questo nome.

Occorre incidere profondamente nel tessuto sociale, dal modo di pensare all’educazione, peraltro compito difficile. Le armi sono un cuore innamorato della vita, con le sue difficoltà, a volte molto dure, un’apertura all’accoglienza dell’altro, ogni altro, che nasce da una profonda relazione con Dio. Senza quest’ultima risorsa, ben presto corriamo il rischio di spegnerci e di rinchiuderci in uno sterile egoismo e siamo molto condizionabili e fragili.

Non siamo fiori di serra e occorre prepararsi bene per affrontare la vita con allegria e positività senza evitare gli ostacoli ma affrontandoli con umiltà e determinazione. Tutto questo vale soprattutto per i pro-life che hanno come scopo unico la salvezza dei nascituri a rischio di aborto e delle loro mamme.

Bisogna agire soprattutto a monte del problema. Cominciamo noi a fare a gara con chi è più accogliente, magari rinunciando a qualche nostra prerogativa e con un sorriso sincero che nasce dal profondo del cuore. C’è necessità di scambiarci tanti sorrisi di misericordia e tanti bicchieri d’acqua che possiamo offrire all’altro.

La gratuità è l’ingrediente indispensabile di ogni nostra azione e questo vale anche quando riceviamo rifiuti e indifferenza: la gratuita e l’umiltà allora ci consentono di essere sereni e felici lo stesso. La più grande ambizione che dobbiamo avere è di servire con responsabilità nel posto che occupiamo nella vita. Dobbiamo essere “tappeto” su cui gli altri possono camminare più morbidamente senza lamentarsi e senza spettacolo, ma con grande consapevolezza di fare servizio decisivo alla comunità. È indispensabile acquisire la conoscenza dei nostri limiti, perché è il terreno adatto su cui potrà edificarsi efficacemente il nostro esistere. Diventeremo veramente accoglienti il giorno in cui la nostra incapacità e il nostro nulla non saranno più per noi causa di tristezza, di inquietudine, bensì di gioia e di pace.

Calpestiamo il nostro io che tende a colonizzare il nostro cuore e per questo avremmo bisogno anche di insuccessi, prove ed umiliazioni, perché ci convinciamo che da soli non possiamo nulla. Se si fa volontariato pro-life si impara a vivere queste cose e ci si mette in discussione.

Con quale faccia diciamo ad una mamma di non abortire se non accogliamo la nostra vita con tutte le sue difficoltà? Queste ultime si superano insieme, mettendoci l’uno accanto all’altro e condividendo le fatiche dell’esistenza. A turno ci alzeremo per aiutare qualcuno, che a sua volta nel momento di difficoltà dell’altro si metterà a disposizione. Così si instaura una meravigliosa catena di solidarietà, dove il servizio amorevole e disinteressato contagia l’aria che respiriamo a vantaggio di tutti.

Non è un’utopia: basta vedere l’esempio luminoso di Chiara Corbella e di tante mamme che accolgono il loro bambino pur in mezzo in tante difficoltà. La cultura dell’accoglienza alla vita quindi è possibile, ma occorre preparare il bene terreno su cui seminare: un cuore aperto e misericordioso.

Bologna, 9 gennaio 2020

 

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