Diario di Lucia Barocchi. “Approvazione legge 194” da Si alla Vita, Aprile 1984, pp. 3 e 6.

È calata la notte sulla giornata più lunga e sofferta della mia vita. So che non riuscirò a prender sonno, tanto vale che mi metta a scrivere. Non è un dolore di quelli che conosco: in ogni dolore proprio c’è sempre come una qualche melma di egoismo che inquina la purezza del pianto. Ora è un pianto diverso.

 

CI SEPARA UN ABISSO

Comincio a piangere senza lacrime quando dalla tribuna riservata al pubblico mi metto a guardare giù nell’aula del Senato le centinaia di Senatori sereni, sorridenti o addirittura ridenti che conversano, si banchi muovono avvicendandosi fra banchi qua e là, come formiche incomprensibili. Si aspettano i risultati non dico di una partita di calcio, no, altrimenti quegli uomini sarebbero ro più consapevoli, tesi e silenziosi. Si aspetta «semplicemente» di sapere se la maggioranza dei Senatori ha votato in favore della costituzionalità del progetto abortista, quello stesso progetto che il Senato respinse proprio per incostituzionalità il 7 giugno 1977, che con una smargiassata incivile fu subito riproposto al Parlamento e che ora incombe qui nell’Aula annerito di ulteriori ipocrisie. Sono le 13,05 dell’11 maggio 1978. Intorno ai vetusti cestini come in una tombola pubblica, i Senatori segretari si spicciano a tirar su le palline bianche e nere prelevate dalle urne. Soltanto su nella nostra tribuna c’è un’aria di dramma. Vedo intorno a me le ragazze e i ragazzi del Movimento per la Vita con i giovani volti contratti, le labbra mosse da un perenne mormorio, invocazione preghiera conteggio non so. I loro occhi sbarrati sulla scena sembrano voler ipnotizzare i risultati della votazione. Al guardarli le mie lacrime asciutte aumentano, come di minuto in minuto aumenta l’abisso che separa questa nobile gioventù da quegli uomini-formica. Intanto portati via a braccia, ormai inutili, escono dall’aula i più venerandi — ironia degli aggettivi! — fra i Senatori abortisti. I solerti che li hanno prelevati per condurli all’importante votazione fanno ala, inchinandosi a Parri, Nenni… Poco distante il Ministro Bonifacio sembra immusonito anche con loro ma non è certamente così. È proprio per bocca sua che il Governo ieri si è confessato, ha osato uscire dalla programmata neutralità esordendo con cristiani zuccherini per indorare la micidiale pillola che poi ha propinato di Senato condizionandone il voto: con profonda soddisfazione, egli ha detto, il Governo prende atto che nessuno potrà intendere questa legge  «come finalizzata alla cosiddetta libertà dell’aborto » ma piuttosto  ma piuttosto come «strumento per raggiungere il ben più nobile ed alto obiettivo di libertà dall’aborto ». Bella «neutralità» da consegnare alla storia da parte di un Governo formato di «bravi figlioli» che hanno sempre amato farsi ritrarre in chiesa a mani giunte come santini dell’ottocento, un Governo i cui vertici «cristiani» in tutto questo tempo non hanno detto una parola al popolo su questo problema, non hanno promosso un convegno un dibattito un’informazione un manifesto un volantino per sostenere il diritto di nascere! Ma anzi hanno conciliato col Vangelo l’inconciliabile «rinuncia ad ostacolare la maggioranza che approverà la legge abortista» (Verbale degli accordi di Governo, «La Nazione», 4 marzo 1978). Sull’atto di promulgazione della legge non figurerà il nome di alcun abortista: cattolico il Presidente della Repubblica, cattolico il Presidente del Consiglio, cattolici i Ministri della Giustizia e Sanità, cattolici tutti gli altri Ministri e Sottosegretari nessuno dei quali ha ritenuto di dissociarsi pubblicamente dall’operato del Governo. Essi hanno creduto e credono di poter tutelare la democrazia pagandola con il diritto degli innocenti, credono che non cercando la Giustizia il resto ci verrà dato in sovrappiù… Ma la storia dirà loro che «ciò che avviene in questi giorni al Senato è più grave, sotto il profilo generale e per quanto riguarda il futuro immediato ma anche lontano dal nostro Paese, di quanto avvenne il 16 marzo in via Fani» (Civiltà Cattolica). La politica che calpesta i diritti umani per sopravvivere è come una bestia che si morde la coda, crede di difendersi e s’infetta Per prima.

 

TRIONFO DELL’IPOCRISIA

L’attesa si prolunga. Non sembra un’eternità: è un’eternità. È un momento segnato non solo per la storia ma per il Tempo eterno. Ora i ragazzi cercano con lo sguardo ansioso giù nel pozzo quei Senatori democristiani che più appassionatamente hanno lottato con noi, eroici amici che hanno aiutato la nostra tenacia ad avvicinare i capigruppo e gli esponenti di ogni partito, a distribuire quasi ogni giorno i nostri libri i nostri opuscoli i nostri incessanti appelli. Poi gli occhi si appuntano sulla tribuna della stampa: l’amico Liverani che per mesi e mesi sulle pagine di «Avvenire» ha occupato un posto avanzato sul fronte antiabortista sembra pallido, non alza lo sguardo dai suoi appunti e dai suoi calcoli: calcoli fatti e rifatti mille volte, che ogni volta non ci hanno promesso nulla, altro che un miracolo! Eppure fino a pochi istanti fa, fino al momento della votazione, i relatori abortisti — non è un errore di stampa, dico proprio abortisti — hanno esaltato la legge di iniziativa popolare proposta dal Movimento per la Vita: una proposta «illuminata, validissima» ma… troppo tardi per accoglierla. E perciò la si smembra a mezzo proprio come si straccia un foglio da diecimila perché non costi più nulla e si possa gabbar meglio il popolo che l’aspetta. Ora bisogna varare una legge di morte perché il referendum sull’aborto incombe! Più quegli uomini laggiù ci adulano più la nausea ci prende. Non pensano neppure che così ci appaiono ancor più squallidi. Se almeno non capissero, se almeno si potesse dire che non riconoscono quanta luce abbiamo portato nella loro notte! Ma perché, se l’hanno compreso come dicono, si fanno strangolare dal laccio radicale mentre hanno tutti i mezzi (e quanti Senatori li hanno indicati nella discussione!), i mezzi leciti per spezzarlo? No, non è la paura del referendum la vera ragione che introdurrà l’arbitrio d’aborto in Italia. Se fosse davvero la paura essa unirebbe i fronti, gli uomini che contano si metterebbero a tavolino, correggerebbero i regolamenti, invaliderebbero i ricatti. L’autentica, abissale molla di questa congiura è un’altra ancora…

 

ILLECITA EUFORIA

Una Senatrice pettinata alla maschietta, in vaporoso abito liberty, affannata a trafficare sulla cesta delle palline come sulla culla di un figlio, si volta di scatto verso i banchi delle sinistre e di soppiatto tende in alto il pollice. Uomini da quella parte si spampanano in giubilo arrossendo come spesso arrossiscono gli adolescenti quando la gioia è troppo intensa e troppo si è fatta attendere. Vedo le guance lattee di Marina accanto a me contrarsi come improvvisamente affossate. Perché tanta illecita euforia laggiù, senza un brivido, senza un pallore? Perché proprio quelli che per divisa politica avrebbero dovuto opporsi all’individualismo della mentalità radical-libertaria si felicitano tanto di una legge che esalta gli egoismi, mortifica la solidarietà, condanna le speranze, si rassegna alla miseria, alla disuguaglianza, alla solitudine? Non è per curare una piaga, anche se ce l’hanno dato ad intendere che i socialcomunisti puntano tanto su questa legge. «L’esperienza estera dimostra che la legalizzazione dell’aborto non fa diminuire gli aborti clandestini». «Una società evoluta non è una società abortiste, una società evoluta infatti deve preoccuparsi della tutela della vita e della sanità di tutti, oggi e domani». «Se noi arrivassimo ad una misura in qualche modo di liberalizzazione che cosa faremmo?… Invece di liberare la donna nel suo interno la renderemmo ancora più vincolata e più schiava». Così sapevano parlare nel 1973 i vertici — Enrico Berlinguer, Tullia Carettoni e Nilde lotti — quando tenevano a rassicurarci per strapparci altri compromessi. In verità le sinistre hanno tanto desiderato questa luttuosa soluzione perché sgretola il mondo ostile al marxismo, non tanto il mondo democristiano di cui hanno già assai meno paura, ma, quello più duro a illudere e vincere, quello dei cattolici specialmente giovani. Corrompi la morale di un popolo e quel popolo ti cadrà in mano come un frutto marcio, ha insegnato Lenin ai suoi bravi allievi. È la lezione diabolica che non va mai fuori corso nel sotterraneo dell’umanità e che trova sempre maestri disposti a riciclarla. D’ora in poi milioni di coscienze saranno indotte in tentazione da questa legge, per la suggestione che ha una legge quando dà ragione alla parte peggiore di noi stessi. E milioni di coscienziosi — primari di ospedali, medici, infermieri, amministratori, giudici, funzionari magistrati e gente del popolo — soffriranno ad andar contro corrente in una società pronta a sacrificarli ed emarginarli… ‘Per tutto questo esulta –  coscientemente o incoscientemente Dio solo lo sa — il pollice alzato degli abortisti! Ma costoro non sanno che un frutto marcio non sfama nessuno: quando saranno esauditi questi uomini che oggi hanno cercato il potere con uno strumento cosi abominevole non avranno neppure il tempo di accorgersene, perché subito sopravanzeranno gli irresponsabili, i ribelli, i violenti; i figli, quelli che essi hanno corrotto come un frutto, spazzeranno via per primi i loro padri, folli allievi di folli maestri che hanno creduto di poter salvare l’umanità senza salvare l’uomo!

 

LA SINISTRA «INDIPENDENTE»

Al centro dell’aula i sedicenti cattolici della sinistra cosiddetta indipendente con volto rugiadoso lambiscono il banco dei relatori abortisti come a dire: noi siamo qui non di là. Sono gli «spretati» del Parlamento. Per la suggestione dell’incenso che ancora intride le loro vesti essi hanno giocato un ruolo decisivo nell’approvazione di questa legge, hanno dato il «la» alla tecnica giusta per portarla vittoriosa al traguardo: con quella « ossessione del compromesso » che è l’anima dannata del nostro mondo e del mondo cattolico in particolare, l’hanno camuffata esaltandola come una legge morale e addirittura evangelica con le citazioni bibliche e il presuntuoso latino delle Encicliche famose hanno versato acqua benedetta sul misfatto, hanno addormentato le poche coscienze laiche forse ancora restie a tanto male. Come un istinto di conservazione il loro continuo bisogno di rivalsa contro Colei che hanno amato ed abbandonato li rende capaci delle astuzie e dei suggerimenti più fini perché l’amante giovane, l’amante «rossa» possa ridurre a brandelli l’antica Sposa. Il giubilo di costoro mi pare il più intenso nell’aria, il più irrespirabile. E distolgo lo sguardo da quei volti. Sono passati ormai venticinque minuti. Verso il centro dell’emiciclo si gingillano i Senatori del gruppo misto; uno di loro, giornalista e anticomunista famoso, scherza con Saragat, immagino con parole eleganti come è elegante l’abito verde germoglio che indossa. Altri sciamano fra i banchi sotto lo sguardo dei gallonati commessi, corretti ma non imbecilli osservatori. Questi laici sono i «guardoni» di tutta la vicenda: coloro che partecipano allo stupro della Verità senza godere direttamente in nulla. Più che tutti avrebbero dovuto difendere l’individuo fin dallo scoccare della sua esistenza. Storicamente non hanno altro che l’uomo sul loro altare, non la razza non la religione non l’utopia, soltanto l’uomo e l’hanno tradito. Dicono che questa è cosa che riguarda la coscienza un affare tutto privato ma anziché esigere per coerenza che l’affare resti davvero privato, che almeno lo Stato si rifiuti di gestire l’aborto come si è rifiutato di gestire la prostituzione, hanno sposato compatti la soluzione del monopolio d’aborto senza avvedersi che invece di un affare privato si tratta di un evento fondante per la nostra civiltà, fondante per quell’area di valori dove essi pretendono trovar ancora posto senza farsene i difensori.

 

SENTENZA DI MORTE

Alle 13,35 la sentenza definitiva viene data con impeccabile voce dal Presidente Fanfani, astenutosi dal voto per ossequio al regolamento (mi correggo, alla tradizione presidenziale). Cento sessantadue Senatori contro cento cinquanta hanno sancito la costituzionalità della proposta abortista, una proposta che sacrifica al benessere e alla libertà di un individuo la vita stessa di un altro individuo, che innalza a servizio sociale assicurato dal denaro pubblico la soppressione del più debole fra gli esseri umani, che si rifiuta persino di accettare come condizione di legittimità dell’aborto il requisito- che il pericolo per la madre appaia « non altrimenti evitabile », che rinuncia anche a punire l’istigazione al fatto o la propaganda, che sotto giochi verbali apre la porta ad ogni abuso sia prima sia dopo i tre mesi di gravidanza. Censo sessantadue Senatori hanno mandato a farsi friggere la Costituzione italiana che «riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo » (uomo come tale, non cittadino), che ha per compito quello di « rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana », che « protegge la maternità », che stabilisce perfetta uguaglianza fra i genitori del figlio anche se concepito fuori del matrimonio ed impone loro l’obbligo di « mantenere, istruire, educare i figli » (e nel concetto di mantenimento è o no compreso l’obbligo di mantenere in vita?).

 

LA PROTESTA DEI GIOVANI

Ascoltata la sentenza con il cuore in subbuglio mi alzo di scatto per precipitarmi giù in strada dalle centinaia di giovani che da oltre quattro ore instancabili con cartelloni striscioni e chitarre davanti al Senato gridano le loro speranze: «La violenza non è mai una soluzione». «Votate secondo coscienza». «A Senato’, difendete la vita! Da soli semo capaci uguale d’ammazzarce, semo capaci uguale de mori’». Uno dei tanti Uscieri del Senato, così inappuntabili eppure così palesemente gentili in questi giorni per farci sentire tutta la loro solidarietà, mi rincorre con la borsa che avevo dimenticato e mentre mi porge la borsa afferro nel liquido dei suoi occhi neri che insieme vorrebbe porgermi le scuse per cento sessantadue Senatori. Volto l’angolo dall’uscita laterale e vedo i giovani ancora ignari assiepati in faccia a Palazzo Madama. In avanti una fila di ragazze con un enorme cartone a bavaglio che quasi le nasconde hanno composto un fresco «Sì alla vita». Non so come guardarle, come annunziare il fatto, ma capiscono perché piango e mi accorgo di piangere con le lacrime solo quando vedo le lacrime colare dagli occhi di Olimpia, Simona, Donatella, Marina… Si spezza lo schieramento dei carabinieri, quasi tutti imberbi, ora un po’ rossi, confusi, come desiderosi di saltar la trincea e venire al di qua a gridare con noi. Il sanguigno comandante dai rugginosi baffi alla bersagliera sembra ammainare la sua imperturbabilità e scivola via mormorando qualcosa che sa di condoglianze, 1 cartelloni si abbassano, uno striscione nero improvvisato si sostituisce a quello della speranza. «Il Senato ha detto No alla vita» scandiscono con quanto fiato hanno in gola i giovani puntando il dito verso le sontuose finestre, verso gli uomini che ci sbirciano dagli spiragli o sollevando gli angoli delle tende austere. «Vergogna, vergogna, vergogna!» incalzano dal basso i gridi sempre più rotti di lacrime. A un tratto sento che i giovani sempre più accesi hanno preso a scandire: «Assassini, assassini, assassini!». Per tre quarti d’ora il grido rimbomba per tutto il corso, i passanti si fermano solidali, incoraggiano. Un poveraccio di mezza età venuto chissà da dove, sdrucito e senza calzini s’è fatto un cartellone da sé: «Quando si mette il sesso nel cervello e il cervello nei pantaloni la società va a ruzzoloni». I Senatori esitano a uscire, infine scendono a gruppetti, si salutano, si stringono la mano, li aspetta la fine settimana, la famiglia, i figli forse giovani come questi giovani che a pochi metri urlano il loro scandalo.

 

LA GIOIA DALL’AMAREZZA

Cala la notte sulla giornata più lunga e più sofferta della mia vita. Penso alle generazioni e generazioni di innocenti che avrebbero diritto di nascere protetti dall’amore della comunità e che da oggi potranno venire soppressi nel seno che li genera e poi li caccia, uccisi sotto le ali dello Stato come pulcini gementi nella cavità dell’uovo. Succhiati dall’aspiratore, spesso mutilati eppure duri a morire, estratti a pezzi e bocconi con cucchiaio chirurgico, oppure torturati nel liquido amniotico che da nutrimento è stato trasformato in veleno e infine espulsi con la pelle bruciata, le mani rattrappite, gli occhi spalancati in un ultimo agonico interrogativo. Da poche settimane il loro cuore batteva, il cervello era attivo, già essi avevano preso la tenera abitudine di dormire quando la mamma dormiva, di vegliare quando lei vegliava. Qualcuno già si succiava il dito, un pelo sfregato sulla fronte li avrebbe fatti sussultare. Ma più che su loro, sugli innocenti, piango sugli altri, su quelli che stendono le ali a coprire e proteggere tale barbarie. È per loro che non posso dormire. Le tempie mi martellano come se scandissero il lugubre giudizio scagliato dai giovani contro Palazzo Madama. Ma, singolarmente, non sono più sola. Vedo quelli che in tutta Italia hanno lavorato per portare al Parlamento uno proposta migliore, le centinaia di notai e cancellieri che per quaranta giorni con ininterrotta generosità hanno autenticato le firme di 1.083.000 sottoscrittori alla nostra legge di iniziativa popolare, vedo i giuristi, i medici, uomini e donne che si sono sfiniti per informare per scrivere per soddisfare tutte le richieste di dibattiti, vedo i giovani che si sono fatti pestare nei volantinaggi, hanno rischiato nelle affissioni notturne, hanno accettato l’emarginazione fra i compagni di scuola, hanno affrontato cose più grandi di loro venendo a parlare con uomini politici, Deputati e Senatori di ogni partito, hanno lottato e sofferto per illuminare e convincere, hanno sperato «contra spem!» E ancora non si rassegnano, pronti a fare di più domani. Vedo tutti quelli che lavorano nei Centri di Aiuto alla Vita e che curano le piaghe — la «piaga» dell’aborto! — combattendo e vincendo la disperazione, la miseria, le difficoltà, la paura, la solitudine delle madri in attesa di un figlio indesiderato. Vedo tutta la gente semplice che semplicemente, silenziosamente, a fatti, riporta l’uomo al centro della società e della storia. È in questi momenti, come dice tanto bene Carlo Casini, che il cristiano sente rampollare la gioia dal fondo dell’amarezza: è la gioia e l’orgoglio di avvertire che non si farà più storia senza di lui perché egli rimarrà in ogni caso, anche da solo, l’ultimo irriducibile difensore dell’uomo. E allora m’invade, come una nenia che mi acquieta, il canto della nuova Auschwitz, l’addio che i giovani per la Vita hanno lasciato nell’aria rossa di un tramonto romano, voltando le spalle a un Senato cui avevano creduto: «Tutto ti darò mio Signore mio Dio, ora che il dolore mi ha chiamato per nome. Tutto ti offrirò mio Signore mio Dio, ora che il tuo amore io riscopro nel pianto. Ora suono il violino al mondo muoiono i nuovi ebrei, ora suono il violino al mondo mentre uccidono i fratelli miei».

 

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