Il ricordo di CARLO CASINI di Marco Carraresi

Carlo Casini, uomo politico

 

L’impegno politico attivo non era certamente nei progetti di Carlo Casini, giovane e brillante magistrato della Procura della Repubblica di Firenze, che faceva dell’indipendenza uno dei pilastri della sua professione. Ma l’occasione fu la partecipazione, ai tempi del referendum del 1974, ad un dibattito nel corso del quale un suo collega magistrato, che egli considerava una sorta di vero e proprio maestro, si schierò a favore del divorzio. “Ebbi la netta sensazione della prevalenza della dimensione partitica sulla fiducia nei finalismi propri dell’antropologia cristiana”, racconta egli stesso in una intervista di molti anni dopo. La vera questione non era infatti il divorzio, ma la sconfitta della Democrazia Cristiana e del suo segretario Amintore Fanfani. Da allora fu un susseguirsi incessante di incontri e riunioni. Non si trattava solo di opporsi ad una legge sul divorzio, ma di stare – sull’esempio di La Pira, che egli considerava sempre come il suo maestro- dalla parte dei lavoratori e dei più deboli, e di sognare la “conversione dei barbari”. Cioè un incontro con il mondo della sinistra politica che ne lasciasse intatte le istanze di uguaglianza, riscatto sociale e solidarietà, ma le rifondasse sui valori propri del personalismo cristiano. I temi della vita e della famiglia diventarono subito per Carlo Casini la principale forza capace di determinare il cambiamento, di rinnovare una politica sempre più corrotta dalla necessità, fine a se stessa, della mera gestione del potere. La sua grande tristezza era infatti proprio quella di avvertire che i principi dell’umanesimo cristiano, anziché essere forza unificante e trasformatrice, divenivano ragione di divisione. Nelle scelte politiche come all’interno della stessa comunità ecclesiale. Era per lui incomprensibile trovare altri credenti schierati sul fronte opposto rispetto ai valori fondamentali dell’antropologia cristiana. E di essere spesso considerato addirittura come il più grande ostacolo da parte del cosiddetto dissenso cattolico. Tacciato con le etichette di clericale, di integralista, di fondamentalista. Ma fu la vicenda della legalizzazione dell’aborto in Italia, la fondazione a Firenze del primo Centro di aiuto alla vita, la costituzione del Movimento per la vita nel 1976, la raccolta di firme per la legge di iniziativa popolare l’anno successivo, infine l’approvazione della legge 194 sull’interruzione della gravidanza a segnare per sempre il suo impegno sociale e politico. Non deve quindi sorprendere la scelta dei vertici ecclesiali e dell’associazionismo cattolico fiorentino di chiedergli nel 1979 di candidarsi alle elezioni per la Camera dei Deputati. Una scelta, quella di gettarsi nella politica attiva, che lui non aveva mai messo minimamente in conto. Come raccontò lui stesso, a convincerlo furono le parole, in quei giorni, della Conferenza Episcopale toscana: “Dopo l’approvazione della legge sorgono per i cristiani nuovi compiti che prima non esistevano … Per ritrovare speranza bisogna avere il coraggio di dire la verità: la vita di ogni uomo è sacra”. Il risultato elettorale fu incredibile: senza mezzi, senza risorse, grazie solo all’attivismo di centinaia di volontari e alla mobilitazione di circoli, parrocchie e associazioni, il giovane magistrato fiorentino risultò il primo degli eletti e, diventato il simbolo di una mobilitazione sociale con pochi precedenti nella storia del cattolicesimo italiano, balzò alla ribalta della politica nazionale. Ma Carlo Casini, nonostante le successive quattro legislature alla Camera dei Deputati e le quattro al Parlamento europeo (dove fu eletto la prima volta nel 1984 con oltre centocinquantamila preferenze personali) fino al 2014, è sempre stato un politico sui generis: eletto in un partito, la Democrazia Cristiana, ma da questo sempre in qualche modo “distinto”, rifiutando l’appartenenza – assolutamente scontata a quell’ epoca- ad una delle sue correnti (militare in una corrente lo considerava una scelta “divisiva” sul grande tema viceversa “unitivo” della difesa della vita). Paradossalmente sceglie di iscriversi alla Dc quando questa comincia a manifestare i primi segni di debolezza. E ne diverrà grande sostenitore, e difensore degli straordinari meriti storici proprio negli anni in cui questa comincerà a soccombere sotto i colpi delle vicende di “mani pulite”. Proprio perché al centro della sua azione c’era sempre la difesa del diritto alla vita in tutte le sue fasi – che sosteneva fosse impegno non di carattere religioso ma eminentemente politico- il suo agire politico fu caratterizzato da metodi moderni, sempre laici nell’approccio. Mai clericali o bigotti. Per questo la sua attività parlamentare è stata di straordinaria qualità legislativa anche su altri temi non legati direttamente alla difesa della vita nascente. Basterebbe ricordare alcune leggi, tuttora vigenti, di cui è stato relatore: la legge delega del nuovo codice di procedura penale, quella sull’adozione e quella sulla droga. Sempre sostenuto nella sua attività parlamentare dalla sua eccezionale competenza giuridica. Anche nel Parlamento europeo – di cui ha ricoperto la prestigiosa carica di Presidente della Commissione giuridica in una legislatura e della Commissione affari costituzionali in un’altra legislatura (cioè le più importanti del Parlamento) – ha ottenuto più di una volta, con un consenso spesso insperato e trasversale, l’approvazione di risoluzioni “storiche” in materia di manipolazione genetica, di procreazione artificiale umana e di non brevettabilità delle invenzioni biotecnologiche riguardanti l’essere umano. Tutte questioni che, oggi, a distanza anche di trent’anni rispetto a quando venivano per la prima volta dibattute e votate nelle aule parlamentari, dimostrano il carattere “profetico” della sua azione. Un uomo di diritto dalla grande umanità e competenza, prestato alla politica, capace di leggere e interpretare i segni dei tempi come nessun altro. Di indicare per primo il concetto di “dignità umana”, di ogni essere umano, in ogni stadio della sua esistenza, come punto di partenza e di riferimento di ogni azione politica (“la centralità politica del diritto alla vita”). E di sostenere, come conseguenza, che la “questione antropologica” (cioè la questione del valore dell’essere umano a partire dal concepimento e del conseguente primario significato sociale del matrimonio e della famiglia) è decisiva nell’ambito del pensare e dell’agire politico. Una visione profetica, moderna, lungimirante. Come quella espressa nella grande Enciclica Evangelium Vitae di San Giovanni Paolo II (il “Papa della Vita”), che Carlo Casini definiva una sorta di “manuale” per l’attività sociale e politica dei cattolici (“dovrebbe essere oggetto di studio nei seminari, nelle scuole cattoliche, nei corsi di preparazione all’attività sociale e politica, nelle parrocchie”). Carlo Casini ci ha lasciati senza che le sue “profezie politiche” si siano avverate. C’è ancora molta strada da percorrere e molti ostacoli da superare perché la politica divenga realmente lo strumento per difendere gli ultimi, i più poveri della nostra società. Ma l’eredità che ci lascia è grande ed impegnativa. Le generazioni future comprenderanno, meglio della nostra, che la tutela e la promozione del diritto alla vita sono da collocare proprio nel cuore della laicità e del principio di non discriminazione (“Il principio di uguaglianza si applica all’uomo sempre: quando sta per morire, quando è stupido, matto, handicappato, quando è piccolissimo, non ha volto né nome, quando si chiama embrione”). E che la questione del diritto alla vita potrà divenire finalmente la pietra di paragone che distingue il vero dal falso umanesimo ed anche la prima pietra per un possibile rinnovamento morale, civile e politico della nostra società.

 

Il ricordo di CARLO CASINI (.pdf)