«L’essere umano chiede una parola» Carlo Casini, Avvenire - 24 marzo 2020

Il testo qui pubblicato è parte di una riflessione al IV Congresso ecclesiale nazionale di Verona 2006, dal volume “La dimensione contemplativa nella difesa della vita umana” (a cura di M. Casini Bandini, ed. Mpv italiano, 2019).

 

La fragilità è certamente un inevitabile incontro per l’uomo. La si vede nei malati, negli affamati, nei senza casa, nei disoccupati, nelle vittime della violenza, nei barboni, in quelli che chiamiamo “residui manicomiali”, nei profughi, negli extracomunitari che fuggono dal loro paese su zattere pericolanti, nei bambini abbandonati, nelle persone sole, nei poveri in genere. La incontriamo nelle nostre case quando un nostro familiare è aggredito da un morbo incurabile o è costretto a letto dalla vecchiaia. Ci imbattiamo in lei sulle strade quando compaiono una macchina sfasciata e un corpo a terra. Ce la mostrano come spettacolo sulle televisioni e sui giornali, nella cronaca di maremoti, terremoti, attentati terroristici, guerre. C’è la fragilità del corpo e quella dell’anima: la debolezza di fronte alla suggestione dell’ambiente, dei mezzi di comunicazione di massa, del denaro. La sperimentiamo dentro di noi quando cediamo ai demoni dell’egoismo, della menzogna, di una libertà corrotta e di una ricerca di piacere nemica della felicità. Ma la incontriamo in noi anche quando siamo vittime dei nostri incolpevoli limiti o dell’altrui disprezzo. Sappiamo bene quale è il sigillo finale della nostra comune fragilità: è la morte. Ma vogliamo sapere chi tra i viventi è il più fragile. Facciamo un esperimento mentale. Poniamo di fronte a noi l’uomo, che, pur come tutti destinato a morire, è oggi il meno fragile: è forte, ricco, intelligente, bello, potente, stimato, giovane. Togliamogli, a una a una, tutte queste qualità: diviene simile ad uno dei tanti esseri viventi che abbiamo ricordato. Ma non è ancora il più fragile. La nostra fragilità è ancora più estrema quando dal nulla cominciamo ad esistere. All’inizio l’uomo è quasi nulla: appena visibile al microscopio, può solo confidare nell’accoglienza di una donna. La condizione prima è che il figlio sia riconosciuto come figlio, come uno di noi. La percezione dell’aborto vuole la parola. La vuole la madre per ritrovare coraggio; la vuole soprattutto il figlio per essere riconosciuto e vivere.“

 

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