Mio padre Carlo, la sua fede, la sua vita per il vero bene di Marina Casini, Presidente MPV Italiano - Avvenire 25.03.2020

La morte è tuffarsi nelle braccia del padre

 

Penso di aver visto all’opera in mio padre Carlo tutte le virtù, cardinali e teologali. È stato sicuramente un uomo giusto e forte, sobrio, saggio, operoso. Molto generoso e misericordioso. Sempre pronto a perdonare. Pieno di speranza. Ha vissuto l’impegno sociale e politico con autentico spirito di servizio. Non gli ho mai sentito parole di astio verso nessuno, anche quando era attaccato. Incassava e andava avanti, secondo le sue convinzioni. Ha celebrato con gratitudine il Vangelo della Vita, anche nel duro periodo della malattia, che gli ha tolto tutto tranne l’amore della nostra famiglia e la sua fede. Quindi ha insegnato davvero tanto ma – attenzione – questo non significa che io abbia imparato… Il suo modo di vivere la fede era semplice, sereno, profondo, naturale, mai ostentato. La sua era una fede solida, nutrita dalla Messa quotidiana. Lo ricordo in preghiera in ginocchio al lato del letto, prima di coricarsi, lo ricordo a leggere il Vangelo e libri spirituali, ripenso a quando la sera ci invitata a pregare tutti insieme, spesso recitando il Rosario. La sua fede, basata sulla fiducia in Dio Amore, aveva un grande respiro e si incarnava nell’amore del prossimo. Ero poco più che una bambina e mi spiegò la morte come un tuffarsi nelle braccia del Padre. Come quando un bimbo, mi diceva, cammina su un muretto alto tenendo la mano del babbo: arriva il momento di scendere, e il piccolo con fiducia si butta nelle braccia del papà che è lì, pronto a prenderlo. Un altro ricordo: il giorno dopo la mia prima Comunione, mi propose con semplicità di andare a Messa con lui prima di accompagnarmi a scuola. Fu un momento importante per me. La fede è ciò che più lo ha sostenuto anche nel corso della terribile malattia. L’unica cosa che per un anno ha potuto ricevere per bocca era un frammento di Eucaristia. Si illuminava quando stava per ricevere Gesù, eppure faceva fatica anche a muovere la bocca… Diagnosticato il male, siamo stati tutti presi da tanta paura per una situazione nuova e oscura che ci piombava addosso. Sapevamo che si apriva davanti un calvario di cui però ancora non conoscevamo tutti gli aspetti dolorosi. Il babbo si è aggrappato al Rosario, abbiamo letto e riletto il Vangelo. Ormai inchiodato dal progredire dell’infermità, chiedeva che gli si parlasse della Misericordia di Dio, del Suo Amore. La sera, prima di dormire chiedeva le “meditazioni”: semplici riflessioni sull’Amore di Dio alla luce di alcuni brani del Vangelo. È spirato poco dopo la nostra recita dei misteri gaudiosi e la preghiera – da lui tanto amata – a “Maria aurora del mondo nuovo”. Ho ripensato allora a quello che mi diceva da bambina: la morte è tuffarsi nelle braccia del Padre. Il suo legame con la moglie e la fa-miglia è stato un rapporto intenso di amore. Pur avendo ricevuto una “vocazione nella vocazione”, che lo ha portato spesso fisicamente lontano da casa, ha sempre cercato di essere presente con alcune attenzioni, come lettere, biglietti, telefonate quotidiane. È stato un padre che guidava soprattutto con l’esempio e l’incoraggiamento. Spesso tornava sul concetto che «in famiglia si impara ad amare». Per lui era fondamentale lo spirito di gratuità. Aveva a cuore la nostra dimensione spirituale. «C’è una stupenda frase di Gesù – mi scrisse il 4 aprile 1980 – su cui ti prego di riflettere: “La verità vi farà liberi”. Tu giustamente vuoi essere libera, vuoi diventare capace di orientare da te la tua vita. Tutto questo è molto bello e naturale. […] Ricordati allora che soltanto un grande amore per la verità ci fa essere liberi e ci rende diffusori di libertà […]. Sforziamoci di essere come Dio ci ha pensato: gioiosi, forti, pronti ad aiutare gli altri, e ricordati che “in famiglia si impara ad amare”». La mamma è stata la sua colonna, condividendo totalmente il suo impegno, ed è stata bravissima nel farci conoscere e apprezzare quello che faceva il babbo, presentando la sua attività non come qualcosa che lo distanziava dalla famiglia, ma come qualcosa che la coinvolgeva e le dava unità.

 

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