Esiste un diritto a morire? di Massimo Gandolfini, Neurochirurgo e Psichiatra, Presidente Associazione Family Day

Abbiamo conquistato l’indecente record di essere il quarto paese al mondo a legittimare l’aiuto al suicidio

Vennero fissati alcuni paletti che tutti ben conosciamo e a più di 40 anni di distanza dobbiamo dolorosamente constatare che non uno è stato osservato ed attuato. Si ha la nitida sensazione che anche in questo caso, come è stato appunto per la 194, si tratti del cucchiaino di miele con il quale far ingurgitare la pillola velenosa

 

Basterebbe un pizzico di semplice buon senso per capire che il suddetto articolo non sancisce per nulla un presunto diritto di morire, e solo una forzatura ideologica permettere di interpretare il “diritto alla salute” ivi sancito, come un “diritto” di morire. Purtroppo dolorosi fatti di cronaca, letti e comunicati in chiave fortemente nichilista dalla pervasiva e potente lobby radical- chic – Eluana Englaro, Piergiorgio Welby, DJ Fabo – hanno letteralmente stravolto il clima culturale, politico, legislativo e giudiziario, portandoci – passo dopo passo – alla situazione attuale di legalizzazione, di fatto e di diritto, dell’eutanasia e del suicidio assistito.

Abbiamo conquistato l’indecente record di essere il quarto paese al mondo a legittimare l’aiuto al suicidio. Le legge 219/17 – che abbiamo cercato di contrastare con tutte le forze, con argomentazioni assolutamente “laiche”, scientifiche e di buon senso – con il solito stratagemma di nascondere l’effettiva portata del testo, nascondendo la verità (non possiamo dimenticare l’iniqua legge 194/78 che dietro la facciata della “tutela sociale della maternità” ha inaugurato l’epoca della strage degli innocenti “a la demande”) ha di fatto aperto la strada all’eutanasia.

L’abbiamo denunciato in ogni occasione, in ogni convegno, in ogni confronto, nelle commissioni parlamentari e con i singoli gruppi politici, ricevendo la solita ingenua (?) o meglio menzognera, risposta: “Non è vero. La parola non è neppure citata nel testo di legge”.

Oggi ci rimane l’amara consolazione, di cui saremmo proprio felici di fare a meno, di essere stati profeti veritieri. E la riprova ci viene niente- dimeno che dalla Corte Costituzionale con la sentenza 242/19, in cui non si dichiara il “diritto di suicidio” ma si prende atto, con la legge 219 in mano, che se viene consentito ad un cittadino di chiedere la sospensione delle cure di sostegno vitale e, quindi, di morire, per il principio di uguaglianza sancito dalla Costituzione (art.3) tale diritto non può essere negato a chi è impossibilitato a farlo autonomamente e richiede quindi l’aiuto di terza persona.

Larticolo 580 del C.P. viene dichiarato incostituzionale; quindi l’aiuto al suicidio non è penalmente perseguibile. Anche questo passaggio si compie sull’onda della legge 219 che prevede la deroga agli articoli del Codice che condannano e sanzionano l’omicidio del consenziente.

Soltanto un pensiero palesemente disonesto può continuare ad affermare che la legge 219/17 non è strettamente legata alla deriva eutanasica e al suicidio assistito. Il Comitato Nazionale di Bioetica nel 2005 compose un eccellente testo proprio sul tema delle cure di sostegno vitale, alimentazione idratazione artificiale in primis, giungendo alla conclusione che la loro sospensione “si configura come la richiesta di una vera e propria eutanasia omissiva, omologabile sia eticamente che giuridicamente ad un intervento eutanasico attivo, illecito sotto ogni profilo”. Anzi, ebbe il coraggio di usare toni ben più aspri e perentori: “La sospensione di nutrizione ed idratazione va valutata… come una forma particolarmente crudele di abbandono del malato”.

Parole di grande saggezza ed oggettività indiscutibile, ma “parole al vento” quando chi comanda ha deciso di servire l’ideologia e la menzogna. Da qualche parte si sente, oggi, affermare che però qualche “paletto” di contenimento alla deriva della cultura della morte è stato messo, sia nella legge che nella sentenza della Corte. Ad esempio, la dichiarazione “solenne” dell’obbligatorietà di proporre al paziente le cura palliative, con l’applicazione della legge 38/2010, prima di adire ad ogni sua decisione definitiva in senso mortifero. Sul piano puramente teorico è certamente un’affermazione di grande valore etico e sociale, auspicabile e foriera di qualche consolazione per chi come noi crede nel valore della vita, ma sul piano pratico mi sia concessa qualche amara ma concreta osservazione.

Diciamoci la verità fino in fondo: non si è usata l’identica strategia con la legge 194? Vennero fissati alcuni paletti che tutti ben conosciamo e a più di 40 anni di distanza dobbiamo dolorosamente constatare che non uno è stato osservato ed attuato. Si ha la nitida sensazione che anche in questo caso, come è stato appunto per la 194, si tratti del cucchiaino di miele con il quale far ingurgitare la pillola velenosa.

E poi, una seconda considerazione: la grande disparità fra regione e regione circa la presenza di strutture per la medicina palliativa (“Hospice”) e le agenzie di cure domiciliari rende davvero difficile che ogni cittadino potrà ugualmente usufruire di questo virtuoso aiuto.

Forse i numeri sono più chiari delle parole: 240 hospice in Italia, di cui 63 in Lombardia, 3 in Calabria e Basilicata, 1 in Sardegna! Hospice pediatrici: 3 attivi in tutto il Paese! Dunque, al di là delle buone parole, questi fatti fanno sorgere molti dubbi sulla reale praticabilità di quell’esortazione. Auguriamoci che non sia così, ma la sensazione che si percepisce è che stiamo avviandoci a passi spediti verso il “pendio scivoloso” cha già abbiamo visto in altri Paesi, come Belgio ed Olanda: si era partiti nel 2002 da pochi, selezionati casi di pazienti oncologici “terminali”, per giungere, oggi (2018) all’eutanasia per i minorenni, per le persone depresse, per chiunque dichiari un “male di vivere” insopportabile.

In questi Paesi, il 4,4% delle morti è dovuto ad eutanasia e suicidio assistito. Dal 2006 al 2016 si è registrato un incremento del 317%, e l’eutanasia per problemi psichici vale il 32% delle richieste. Si sta inoltre passando da una eutanasia liberamente chiesta (espressione della libera autodeterminazione del soggetto) ad una vera e propria “eutanasia di stato”, cioè ad eutanasia imposta dallo Stato, secondo il tragico schema delle “vite indegne di essere vissute”.

I casi Alfie, Charlie, Lambert ne sono una vergognosa conferma!

In Olanda, questa “eutanasia senza richiesta” da parte del soggetto vale fino al 4% delle morti medicalmente indotte. Vorrei concludere con un appello a tutti noi medici: già un’ombra tragica si allunga sulla nostra affascinante professione, quella dell’aborto provocato, impegniamoci perché non si aggiunga quella della morte medicalmente provocata.

In 43 anni di professione ho imparato che lunica, vera, devastante paura che il paziente soffre è quella di essere e di sentirsi abbandonato: la prossimità generosa e competente è certamente il miglior antidoto alla deriva dell’assurdo “diritto di morire”.

 

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