Il laico credente nel mondo contemporaneo di Carlo Casini

Introduzione alla trilogia

Quello che presentiamo è il primo testo di una trilogia intitolata “Vocazione e missione dei laici nel mondo”. La trilogia riguarda tre relazioni tenute da Carlo Casini a Camerino dall’11 al 13 settembre 1987 nel corso di una “tre giorni” diocesana dedicata, appunto, al tema della vocazione e della missione dei laici nel mondo. La relazione che pubblichiamo in questo numero si intitola “Il laico credente nel mondo contemporaneo”. Se avrete la pazienza di leggere non solo questa, ma anche le successive – “Fede e vita: la famiglia” e “Fede e vita: la politica” –  che saranno pubblicate rispettivamente nei numeri di SAV web di giugno e di luglio, scoprirete l’attualità sorprendente di testi che, pur collocati in un momento storico diverso da quello in corso (basti pensare allo scenario politico, all’economia, all’avvento delle biotecnologie…), ci sono molto vicini perché agganciati a valori che non mutano e che anzi abbiamo sempre più bisogno di scoprire e approfondire. È un’occasione da non perdere anche per raccogliere spunti di riflessione sul significato del nostro impegno nel mondo. Un impegno che va sempre rinnovato e alimentato.

Ho l’abitudine di scrivere gli appunti delle mie conversazioni all’ultimo momento, ma di riflettervi fin da quando vengo incaricato, magari mentre sono in treno, in aereo, mentre sto per addormentarmi… così ho un filo di pensieri che si dipana. Nel riflettere sul titolo della conversazione di questa sera, una frase mi è continuamente tornata in mente: «Oggi si compie il disegno del Padre: fare di Cristo il cuore del mondo». È una frase che mi pare possa sintetizzare le mie riflessioni di questa sera. È una frase dei Vespri che mi commuove per la densità del mistero che manifesta, per l’ottimismo che la pervade e anche per la sua attualità. «Oggi si compie il disegno del Padre: fare di Cristo il cuore del mondo». Un “oggi” che mi pare così bello applicare a questa nostra epoca che si avvia alla boa del II millennio. So bene: l’“oggi” di Dio non è il nostro “oggi”. È “oggi” di Dio la preistoria, come la nascita di Gesù, ma mi pare bello e mi pare anche non fuorviante applicare questo “oggi” all’ora nella quale viviamo: la condizione attuale dell’uomo dà un senso particolare a queste parole: «Oggi si compie…». Che cosa si compie oggi? Che cosa sta accadendo oggi nella storia dell’uomo? Lo spazio del laico cristiano è il mondo contemporaneo. Dovremmo dunque, in questa parte della mia relazione riflettere sul mondo contemporaneo. Qual è questo mondo “oggi” che chiede, che domanda il cuore di Cristo? Voglio cercare di capire questo nostro oggi, non in modo epidermico, superficiale, ma cercando di capire in qualche modo le strutture profonde della nostra storia, l’ossatura, la corrente sotterranea, costitutiva della nostra epoca, quella che determinerà gli assetti futuri della nostra esistenza. Per capire che cosa si muove oggi, quali sono le caratteristiche di questo nostro “oggi” nel mondo, bisogna ripetere cose già dette da altri, in qualche modo ovvie. Io dico la mia opinione indicando tre caratteristiche essenziali che credo di individuare alla luce della fede, di interpretare con gli occhi del cristiano il mondo in cui viviamo. Prima considerazione: la nostra epoca è epoca di cambiamenti rapidissimi. Noi viviamo in una svolta storica straordinaria che, per certi versi, sembra unica. Qualche volta, nella sua straordinarietà, dà persino la sensazione dell’approssimarsi di uno sbocco. Mi viene in mente: “motus in fine velocior”… Il movimento diventa più celere quando si approssima alla fine. E qualche volta, diciamo la verità, l’abbiamo questa sensazione. Che cosa sta per accadere? Corriamo così velocemente! L’accelerazione è così marcata! Rivoluzioni industriali a ripetizione hanno da 150 anni cambiato il volto del nostro mondo, hanno reso l’uomo dominatore della natura. Anzi, già comincia un’epoca (nella presentazione è stato ricordato il mio impegno per la vita e sentirete nelle mie riflessioni l’eco di questo impegno: esso è l’ottica attraverso cui leggo gli avvenimenti dell’oggi!) in cui l’uomo, che ripetute rivoluzioni industriali hanno già reso padrone delle cose al di fuori di lui, sta ora, proprio ora, iniziando il tentativo di diventare il dominatore, il costruttore persino di sé stesso, del suo corpo. Pensate la tema della genetica, al tema della procreazione artificiale…! I giornali un paio di mesi fa hanno fatto lunghe discussioni sul tentativo di incroci tra l’uomo e la scimmia per avere organi di riserva da trapiantare sull’uomo vero! È l’uomo che non tenta soltanto di essere costruttore del suo corpo, ma anche il costruttore della sua anima o almeno delle facoltà più umane della sua psiche. Pensate alla memoria, pensate all’intelligenza. Oggi si parla di memoria artificiale, di intelligenza artificiale. Pensate ai computer… ci sono delle cose che indubbiamente fanno pensare. Io ho un amico ex parlamentare che si interessa della costruzione di macchine che trasferiscono impulsi meccanici o fonici in altre lingue. Mi spiego: oggi noi scriviamo a macchina in lingua italiana, poi passiamo al traduttore. Io al Parlamento europeo parlo in italiano e ci sono gli interpreti che traducono nelle varie lingue quasi in contemporanea. Ma stanno per uscire macchine che traducono gli impulsi fonetici delle varie voci immediatamente senza intermediazione dell’uomo, nella lingua desiderata. Uno pigerà un bottone e verrà fuori l’inglese, in giapponese… questa è una realizzazione certamente prossima. L’altro giorno incontrai in treno un altro amico molto interessato ai computer e mi spiegava che oggi, nella robotica, è giunto il momento del robot che non risponde agli impulsi elettrici o meccanici, ma agli impulsi visivi. Si va già oltre l’impulso fonico. In altri termini, si sta studiando l’occhio umano. L’occhio umano vede un pericolo e immediatamente l’uomo risponde in un certo modo, vede una cosa attraente e il corpo reagisce in un altro modo… Si stanno facendo studi approfonditi sull’occhio umano affinché ci siano macchine che, vedendo certi segnali luminosi, rispondano in certo modo. Come si vede, in questa nostra epoca l’uomo cerca di diventare davvero il dominatore totale, non solo di ciò che fa lui, ma anche di ciò che è lui medesimo. Insomma, l’uomo sembra voler prendere in mano la sua evoluzione e sottrarla al condizionamento esterno. Secondo alcuni mediante l’ingegneria genetica la razionalità umana prenderebbe in mano la sua evoluzione. Nella storia, nella notte dei secoli, la vita si è evoluta passando dalle forme primordiali alle forme più organizzate, su dagli anfibi ai rettili, agli uccelli, ai vertebrati, alle scimmie, all’uomo: questa è stata una evoluzione determinata da stimoli esterni all’uomo, ma oggi l’uomo avrebbe la possibilità di dire: «Io mi voglio evolvere in questa direzione, come io decido». Ho fatto un esempio prossimo a ciò di cui mi occupo, il tema della vita umana, ma mille altri si potrebbero fare. Certo, se meditiamo sulla finitezza degli esseri umani e anneghiamo nella straordinaria distanza che ci separa dall’Infinito (qui, nelle Marche, è abbastanza d’obbligo annegare nell’Infinito: «sempre caro mi fu quest’ermo colle…»!) noi facciamo una riserva. Dicevo prima: abbiamo la sensazione di vivere in una epoca straordinaria con un’accelerazione così grande da far apparire il nostro tempo quasi l’ultimo. Mai prima si erano verificate trasformazioni simili. Ma noi possiamo anche dire: «ciò che noi riusciamo a vedere, è separato con una distanza incommensurabile da ciò che pensa Dio. Chissà che cosa ancora deve avvenire di straordinario e di mirabile nel futuro dell’umanità?!». Allora abbiamo una riserva, non ce la sentiamo di ipotizzare che la presente è l’ultima delle epoche umane. Possiamo però dire che certamente in tutta la storia che ci ha preceduto, mai si era visto un mutamento così rapido, così stupefacente, e questa è una caratteristica del nostro tempo che ci è dato di vivere. Dal punto di vista cristiano, che cosa vuol dire questa prima caratteristica? Vorrei qui richiamare un filone di pensiero teologico che a me ha fatto sempre molta suggestione: la creazione. Dio creatore. Dio creatore che ci vuole collaboratori con lui della creazione. Io ho meditato in generale su questo aspetto soprattutto pensando al mistero della generazione umana: la vita dell’uomo. Ciascuno di noi comincia attraverso un gesto di incontro tra l’uomo e la donna che affonda nel mistero di Dio. Dio che, in fondo, crea tutto per l’uomo, perché – come ha detto il Papa nel 1985 – «l’uomo è il fine dell’universo». Allora, la creazione di Dio punta a questo fine: che ci sia l’uomo. Ogni bambino che nasce, quindi, realizza il fine dell’intero creato. Ecco, allora, il punto da meditare: nel mentre questo fine del creato inizia, nel mentre inizia il compimento della fatica creativa di Dio, c’è bisogno della collaborazione dell’uomo. Ecco: l’uomo è chiamato a concreare insieme a Dio. C’è un altro aspetto della creazione su cui bisogna meditare, su cui la teologia riflette: Dio non solo ha creato il mondo, ma ha detto all’uomo di dominarlo, cioè di coordinarlo, di dare il nome alle cose. Fin dall’inizio Adamo fece la “nomenclatura”, dette il nome, cioè individuò l’essenza delle cose e l’ordinamento delle cose e ciò che spetta loro, che completa la creazione. Perciò, scoprire l’intimità della materia, modificare il reale, è certamente una forma di compimento dell’opera di creazione. Possiamo quindi concludere questa riflessione sul tempo d’oggi, dicendo: da un punto di vista _ ce. nostra epoca potrebbe offrire opportunità cristianamente grandiose nella d. zione di un compimento dell’opera di creazione di Dio. Un secondo aspetto, all’interno della grande mutazione, lo individuo nel fatto che i rapporti tra gli uomini, nell’intero pianeta, sono diventati di una facilità che mai prima si era verificata. Pensate agli antichi che consideravano lo stretto di Gibilterra come la fine del mondo: le Colonne d’Ercole! Cosa ci sarà mai dietro?! Il mistero che avvolgeva altri popoli! Ma andiamo ancora più indietro, ciò che era lontano dalla tribù, dal clan, in qualche modo non era umano, apparteneva al mondo diverso dall’uomo, al mondo animale direi quasi. Negli antichissimi diritti, persino nell’antichissimo diritto romano, Io straniero o anche il cittadino punito con il bando che veniva ridotto alla condizione dello straniero, poteva essere oggetto di caccia non diversamente dagli animali. C’era, al fondo, questa difficoltà di rapporti fra gli uomini, per cui i rapporti diventavano veramente interpersonali in un ambito ristretto, appunto quello della tribù, del clan. “Com’è diventato piccolo il mondo! ” – diciamo a volte. Pensiamo ai trasporti, alle comunicazioni, all’informazione, alla concreta mobilità delle persone, alle lingue, alle organizzazioni internazionali … Su ciascuno di questi aspetti ci sarebbe da fare una lunga meditazione. L’altro giorno, da Lecce, mi hanno telefonato per invitarmi a parlare sulla ‘vita’. Siccome insistevano difronte alle mie difficoltà, ho studiato il calendario ed ho concluso: Posso venire il dopo cena del giorno x di ottobre perché la mattina sono a Bruxelles…! (Infatti mi è più difficile raggiungere Lecce in treno da Firenze che in aereo da Bruxelles). Com’è diventato piccolo il mondo! Un tempo valicare l’Appennino era un’impresa! Parlavo prima delle macchine per tradurre le lingue, ma forse tra 50 anni saranno divenute inutili perché si formerà inevitabilmente una sorte di Koiné, di lingua comune, che avrà molti vocaboli inglesi, qualche vocabolo italiano (forse soltanto musicale), … Già ora, senza accorgercene noi diciamo football, hotel, match… Pensate all’informazione: c’è un libro di Gaston Morin intitolato “L’industria culturale” dove c’è un capitolo sull’informazione. Noi viviamo immersi nei messaggi. In quest’aria che noi stiamo respirando, pullulano messaggi di ogni tipo: onde sonore elettriche, televisive … Ciascun uomo è messo potenzialmente in condizione, in ogni momento, di sapere tutto ciò che accade in qualsiasi parte del mondo. Orami con la mondovisione è così! Potremmo continuare a lungo nell’esemplificazioni. Pensate: ancora nell’800 (mica tanto tempo fa: nell’800 sono vissuti i nostri nonni!) c’erano intere popolazioni dell’Africa sconosciute, con cui non si poteva comunicare. Allora possiamo trarre anche più di una conclusione: in fondo, in questo nostro tempo, l’unità dell’intero genere umano è diventato un fatto sperimentabile per tutti. Dal punto di vista delle relazioni umane, il pianeta si è come riunificato, ricomposto. Nonostante tutto, anche da un punto di vista geopolitico, la ricomposizione – come possibilità – appare evidente. Pensate all’impero Romano: il Mediterraneo era chiamato “mare nostrum”: tutto il mondo conosciuto era romano. Poi la decomposizione e quindi i pezzi della ricomposizione: gli staterelli, i comuni, le signorie, le nazioni… Le nazioni sono un grande evento dell’epoca moderna, ma ora anche le nazioni sono in fase di superamento. Oggi ci sono i “blocchi”, con la loro perversità che si manifesta nell’essere in funzione di una contrapposizione, ma che esprimono anche una istanza di ricomposizione, di superamento, della nazione stessa. Non possiamo vedere in questo, pur nella equivocità della storia, uno spazio adatto all’ideale cristiano dell’unità? Non dimentichiamo che, proprio nel momento supremo della vita, Gesù, quando stava per morire, pregò il Padre per l’unità: “Padre ti prego affinché siano una sola cosa, come tu ed io siamo una sola cosa”. Parlava degli Apostoli, dei suoi discepoli, ma credo che la preghiera si possa riferire anche all’intero genere umano. Non a caso la Costituzione Conciliare ‘Gaudium et Spes’ sulla Chiesa e sul mondo, inizia proprio parlando della Chiesa come “segno e strumento dell’unità di tutto il genere umano”. Mi pare dunque che questa nostra epoca si presenti come una gran mutazione e che, all’interno di essa si possa notare la possibilità mai prima vista di un rapporto tra gli uomini. Ed ecco la terza caratteristica. Singolarmente, questa nostra epoca caratterizzata anche da una fortissima esperienza e da una fortissima percezione di ambiguità. I due aspetti che ho finora indicato suggeriscono l’ottimismo, ma bisogna pur notare che nel nostro secolo l’oppressione sull’uomo ha raggiunto livelli almeno quantitativi (poi dirò perché specifico ‘quantitativi’), mai prima visti. Anche questa è novità assoluta: la morte, la distruzione, l’oppressione, sono state veramente seminate a piene mani, come mai prima nella storia. Non a caso noi parliamo di guerre mondiali e mai prima si erano chiamate ‘mondiali’ le guerre. Ecco l’ambiguità: la grande possibilità di relazioni e di comunicazioni tra gli uomini; il dominio della terra possono avere per frutto non ciò che noi speriamo, cioè l’amore, ma la dimensione planetaria dell’odio. Ed ecco così che l’angoscia, qualche volta persino in forme psicotiche, è stata stesa proprio in questo nostro secolo sul futuro dell’uomo. La paura: pensate alla paura ecologica, a volte fondata a volte esagerata, all’angoscia della bomba atomica! Questo calo di popolazione, questo rifiuto del figlio che tra le sue motivazioni ha anche questa: “perché mettere al mondo figli? Che destino è loro riservato?” Si ha un bel replicare: ‘Ma, scusa, pensi che tuo padre e tua madre stessero meglio di te? Pensa alla vita che facevano: non avevano l’acqua in casa, non avevano la luce elettrica, …’. Si ha un bel dire questo! In definitiva resta l’angoscia sul futuro che fa rifiutare la vita. Non si può negare qualche fondamento a questa angoscia, perché, ad esempio, tra gli elementi di novità, in questa nostra epoca, vi è il fatto che il suicidio collettivo è diventato per la prima volta possibile. Il problema della bomba atomica è qui. Secondo me non ne abbiamo ancora colto in profondità il significato culturalmente pregnante a prescindere dal fatto che sia usata o non usata. Noi possiamo anche distruggere tutti i missili della terra, ma l’intelligenza dell’uomo non è distruttibile. Le formule sono nel cervello. Ciò che è distrutto può essere ricostruito. Perciò potenzialmente la bomba atomica sarà ormai una compagna dell’umanità, fino alla fine dei tempi. Inevitabilmente. È nel cervello dell’uomo che è dunque stabilito per sempre il potere del suicidio collettivo mai prima possibile. Era possibile il suicidio individuale, non quello collettivo (cioè la distruzione dell’intera umanità come specie biologica sulla terra). Per questo il dominio delle cose non appare più sicuramente un bene. Un altro aspetto della equivocità riguarda la libertà. La libertà è stata messa sugli altari. Ha avuto una grande forza propulsiva. In certo senso è diventata per molti – a torto, secondo me – il valore decisivo, l’ultimo valore. Ma contemporaneamente, in questa nostra epoca, si fa un’esperienza corrotta di libertà che genera la negazione dell’uomo e nuove schiavitù. E’, certo, il tema dell’aborto, il tema della droga. È libertà quella di drogarsi? È libertà “quella auto determinazione” che non si ferma neppure di fronte alla soppressione dell’altro? Si dovrebbe parlare anche di quella colonizzazione delle coscienze che deriva dal dominio dei cervelli attraverso l’informazione. Oggi ci sono dei nuovi schiavi, tanto più utili di quelli antichi che sapevano di essere schiavi e quindi lavoravano di malavoglia perché avevano la palla di ferro al piede o erano incatenati. Oggi ci sono schiavi che non sanno di esserlo, fanno ciò che dicono i padroni e sono molto utili perché lavorano con zelo. I padroni dell’informazione (pensate ai mezzi di comunicazione sociale: giornali, stampa, televisione, — l sono gli strumenti, non solo di liberazione umana, ma, a volte, di una nuova schiavitù. Questa ambiguità si riscontra anche nel pensiero e si esprime oltre che nell’angoscia (l’esistenzialismo è la forma di filosofia tipica del nostro tempo, ed è la filosofia dell’angoscia), anche come dubbio radicale, come rinuncia ad ogni certezza, circa il senso stesso della vita e della storia. Si traduce in una negazione totale di ogni ipotesi di trascendenza. Il nostro secolo è il secolo del dubbio. Nessuna verità può essere più affermata perché, si dice “Non esiste la verità”. La domanda di Pilato ‘Che cos’è la verità?’ ha una risposta specifica del nostro secolo: “Non esiste la verità”. Esiste l’opinione, non la verità. Esiste ciò che uno pensa, ma tutto diventa il rispetto non della verità, ma dell’opinione, il lasciare che ciascuno la pensi a modo suo. Il male sarebbe, viceversa, la pretesa di affermare verità universali, valide per tutti. Così l’individuo, in questo contesto culturale largamente diffuso, è chiuso nei suoi sogni personali, cioè pensa quello che vuole, o, al massimo, la verità è ridotta ad un fatto statistico ed è accertabile con sondaggi di opinione: quello che pensa la gente in maggioranza, ciò è vero. Così, anche le solenni proclamazioni di principio che sono state fatte nel nostro tempo perdono significato. Pensate: il nostro tempo è l’epoca delle dichiarazioni universali. Avevano cominciato gli inglesi con la “Magna Cartha” e con l'”Habeat Corpus”, poi anche i francesi nella Rivoluzione francese … Abbiamo fatto in questo secolo più dichiarazioni sui diritti dell’uomo che in qualsiasi altro secolo. La più importante, quella del 1948, chiarissima: “il fondamento della libertà, della giustizia, della pace consiste nel riconoscimento della dignità di ogni essere umano”. Sembrerebbe una verità certa, eppure essa vanifica nelle nostre mani perché non sappiamo ‘dire che cosa sia la “dignità” Si finisce per dubitare persino su che cosa sia l’uomo. Le Costituzioni fanno affermazioni di principio, ma poi, in realtà, ciascuno le interpreta a modo suo, cosicché non serve molto che il nostro secolo sia quello delle COSTITUZIONI, cioè delle proclamazioni di principio solenni e universali. Un filosofo quasi contemporaneo, Huizinga, potè scrivere nel 1939: ‘Nonostante tutto, vediamo corse d’improvviso tutto ciò che a noi sembrava saldo e sacro, si è messo a vacillare. Verità ed umanità, ragione e diritto. D’improvviso la rimbombante macchina’ del nostro tempo si è inceppata’. Così proprio nel momento in cui grandi sono le possibilità di bene e grandi come non mai sono i rischi, proprio nel momento in cui noi avremmo bisogno della bussola, ad essa sembra che vogliamo rinunciare. Questa cultura genera allora, nei più sensibili, disperazione, negli altri il pragmatismo, l’utilitarismo, cioè non pensiamo ai grandi problemi e alla verità: badiamo all’oggi; ogni giorno ha i suoi problemi, il resto non conta. La rinuncia alla razionalità fa prevalere gli istinti e allora il senso della vita si riduce al piacere, e l’altro uomo finisce per contare soltanto nella misura in cui serve: viene rispettato soltanto nella misura in cui la sua presenza può limitare il piacere, il possesso. Questo si chiama MATERIALISMO PRATICO. A ben pensare, lo stesso materialismo teorico, il Marxismo, che è un’altra delle caratteristiche del nostro tempo (perché la sua presenza pervade tutto questo nostro secolo) è un tentativo disperato e fallito di dare un senso alle cose, alla vita, alla storia. Pretende di rinunciare alla trascendenza, cioè – in definitiva – a Dio, ma non al tentativo di superare l’egoismo individuale. Indica un progetto in cui ci sarebbe qualche cosa che s’impone all’individuo e che gli chiede l’eroismo, il sacrificio e il dono. Questo qualche cosa, però, è individuato, volta a volta, nella classe, nell’umanità o nella specie umana, cioè in soggetti collettivi che nessuno mai incontra per la strada per cui l’uomo (ecco perché il Papa sempre ripete ‘unico e irrepetibile’), resta con le sue angosce, i suoi problemi (la sua morte, la sua vita, i suoi dolori) e nessuno li risolve perché anche per questa strada, quella del materialismo teorico, egli è ridotto a puro strumento e non è più fine. Io non ho la pretesa di fare una lezione, anche se mi avventuro in campi abbastanza impegnativi. Mi era stato chiesto di fare una testimonianza di quello che penso come cristiano del tempo presente. Ecco io penso che queste siano le tre caratteristiche del nostro tempo:

– una grande mutazione in cui l’uomo dimostra, come non mai la sua superiorità rispetto alla natura e a tutto il creato;

– una capacità di relazione mai vista prima;

– un’ambiguità terribile.

“Ecco – dice il Signore -, Io ho posto di fronte a te il bene e il male, la ita e la morte: scegli! “. Sembra che questa alternativa sia stata posta in termini ultimativi. Non sono pessimista. Mi potreste domandare se ci sia un rapporto tra le prime due costatazioni e la terza. Ecco, io vorrei allora precisare il mio pensiero che si riassume in quella frase dei Vespri: “Oggi si compie il disegno del Padre: fare di Cristo il cuore del mondo”. Due ultime osservazioni che cercano di mitigare la sensazione pessimistica che io potrei aver dato con la terza riflessione che io ho fatto nel guardare il mondo contemporaneo. La prima. Ho già alluso a questa considerazione quando ho detto: “sembra che in questo nostro tempo il male sia diventato quantitativamente grande come non mai”. Ho detto “quantitativamente”, non “qualitativamente! ” Io sono convinto che Dio esiste, che Cristo è risorto, che il nostro destino è l’amore e dunque non posso immaginare – uso un’immagine di La Pira – che il grande fiume della storia che parte dal monte, non sia sempre più vicino al mare, man mano che procede. Chi guarda l’andamento del fiume, nel piccolo spazio che vede, può qualche volta avere la sensazione che il fiume, torni verso il monte, si rigiri, torni indietro, che le acque si fermino negli stagni e nei laghi, ma in realtà per sua natura, il fiume va avanti. Così io penso che, se Dio esiste ed è padre di bontà e di amore e ci attende, la storia cammina inevitabilmente verso il bene. Non credo cioè che, nonostante tutto, la nostra epoca sia peggiore delle epoche precedenti. Se Attila avesse avuto la bomba atomica, non avrebbe avuto un attimo di esitazione ad usarla. Noi, almeno, esitiamo… Il che vuol dire che il bene e il male che alla fine condurranno allo sbocco finale nel fiume della storia, stanno nel cuore dell’uomo. È il clamore che aumenta. Voglio dire che i mezzi attraverso cui l’uomo esprime sé stesso sono oggi assai più clamorosi e dunque più grande può essere oggettivamente il male, come più grande può essere oggettivamente il bene, ma in sé, ontologicamente, io credo che il bene cresce. Seconda considerazione. Ma com’è che questo agnosticismo radicale con i suoi compagni materialismo pratico e materialismo teorico, non ha condotto alla dissoluzione, come sembrerebbe inevitabile? Se dico: “Non esiste nessuna verità” ciò che conta è solo ciò che io penso. Alla luce di questa premessa, se m’interrogo sul senso della vita, debbo dire che il senso della vita consiste nel senso della mia vita, l’unica che mi è dato vivere e che sarà chiusa dal nulla. Il mondo cessa con me. Data la premessa la ragione porta a questa conclusione. Se il mondo cessa con me, la storia non ha senso, nulla ha significato. Ha significato solo la capacità del piacere che io posso trarre da ciò che sta intorno a me. Dunque io sono solo in un universo privo di significato: LA SOLITUDINE METAFISICA. La ragione porterebbe a queste conseguenze. Ma allora, com’è che quest’uomo, che pur ha queste premesse, poi in realtà si appassiona, nonostante tutto alla solidarietà, all’altruismo? Anche la società atea che si vergogna di Dio, che irride a Dio, che non vuole i crocifissi nei luoghi dove siedono i propri figli, anche essa ha impulsi di solidarietà, desidera veramente la pace. La sua scienza è in grado di dare grandi benefici all’uomo. Pensate alla medicina, pensate alle solidarietà che si creano quando vi sono calamità naturali. Com’è che questo avviene? È perché la gente crede di pensare solo con il cervello e invece si pensa con tutta l’anima, il pensiero è fatto con tante cose… Chi è giudice della propria fede? Così, molti si proclamano atei, ma lo sono veramente? Alla fine siamo tutti figli di Dio. Sono figli di Dio quelli che sanno di esserlo, ma lo sono anche quelli che non lo sanno. Tutti conservano 1″‘imago Dei”. Prima del codice genetico nelle proprie cellule è impressa l’immagine di Dio. Questo spiega l’incoerenza fortunata dell’uomo moderno il quale dice: “Non esiste la verità, non ha senso l’universo, è assurdo, non è spiegabile…”, ma poi si comporta (anche se in mezzo a mille ambiguità) come se un fine ci fosse veramente. Siamo tutti figli di Dio, anche quelli che non sanno di esserlo: questo, secondo me, è il fondamento del dialogo fra tutti gli uomini. C’è una definizione del dialogo che non mi piace, quasi che “dialogo” volesse dire ‘bisogna nascondere un po’ le nostre idee, altrimenti la gente s’impressiona e si allontana’. Per noi credenti, io credo, invece, che vi è una certezza assoluta da porre come condizione del dialogo, che consente, che garantisce il dialogo e questa verità assoluta è che Dio esiste. È solo questo fatto che rende possibile il dialogo, cioè mi offre la speranza che io posso parlare con tutti, che ciò che io sento e cerco è ciò che anche altri sentono e cercano, che vi sono categorie iscritte nella struttura profonda dell’essere umano, in cui Dio fa sentire la sua voce: è questo che rende carico di valore il dialogo tra tutti, credenti e dichiarantisi non credenti. In questo panorama sta il laico credente. Mi avete dato un titolo provocatorio, perché, fuori della chiesa le due parole “laico” e “credente” vengono considerate contraddittorie. Ma noi usiamo la parola “laico” nel senso ecclesiale della parola. Laico è colui che fa parte della Chiesa, che esercita nella Chiesa un ministero particolare. Vi è il ministero dell’annuncio diretto della Parola di Dio, della consacrazione del Corpo e del Sangue di Cristo, della testimonianza, diretta della presenza di Dio, senza la mediazione delle cose: è il sacerdozio ministeriale, è la vita religiosa. Laico è colui che resta nella condizione di tutti, in una condizione che non è esplicitamente sacrale, ma per contribuire, proprio in questa condizione, alla costruzione del Regno di Dio. Nella cultura extra cristiana, invece, le parole laico e credente sono contraddittorie o, per lo meno, si sostiene che non si può essere contemporaneamente l’uno e l’altro. Lo spazio della laicità riguarderebbe l’area pubblica, l’azione pubblica e sociale dell’uomo; l’area della cristianità riguarderebbe la sfera personale, la sfera privata, la sfera della coscienza, del singolo. In questa ottica di contrapposizione tra laico e credente, la religione non è capace di fare storia, di cambiare le cose, di indicare il senso complessivo di ciò che noi facciamo, diventa, in un’epoca di assicurazioni (si fanno assicura-zioni contro i rischi delle malattie, delle invalidità, della vecchiaia, degli infortuni sul lavoro, degli infortuni sulla strada …) l’assicurazione sull’altra vita. Questo è la religione per molti: un fatto consumistico, un sedativo delle angosce. Non è la risposta ultima ai perché dell’uomo. (Mi viene in mente ancora qui La Pira quando dà una definizione bellissima dell’uomo: l’uomo è un’entità orante’, cioè capace, per sua natura, di entrare in rapporto con qualcosa che lo trascende). La religione che cessa di essere la dimensione umana dell’esistenza per diventare un’assicurazione sull’aldilà è un fatto nuovissimo. In passato si poteva essere credenti o no, ma, se si era credenti, il legame tra vita e fede era immediatamente colto. Vi sono state, certo, le deviazioni, le contaminazioni, le strumentalizzazioni. Quel che mi preme notare è che non c’è fase storica dall’antichità ad oggi, in cui la fede venisse chiusa nel privato. Pensate alle antiche civiltà sacrali, al mondo egiziano, al mondo romano,… Non sto invocando un ritorno a queste civiltà, sto soltanto facendo una constatazione. Il Signore ha detto: “Quando sarò innalzato sulla croce, attrarrò tutte le cose a me”. Non ha detto “Attrarrò a me le chiese, le sacrestie, i seminari.” “Omnia ad me”, tutte le cose, dice Gesù. Siamo nel 1987, ed è un anno misurato dalla centralità della nascita di Cristo. Allora come non provare commozione, quando, leggendo antichi statuti, leggi, libri, scritti, notiamo che tutti iniziano: ‘Nell’anno del Signore…’? Il fatto nuovo è il rifiuto della centralità della fede nella vita del credente. Questo è il punto centrale della mia riflessione. Stiamo parlando del laico cristiano nella nostra epoca. Tutti i fili mi conducono alla meditazione sugli ultimi cinque secoli di storia da cui noi ora, proprio ora, stiamo uscendo. Essi sono contrassegnati dal tentativo dell’uomo di operare “come se Dio non ci fosse.” All’inizio questo tentativo di costruire la storia e la società a prescindere da Dio fu anche il tentativo di far convivere fra loro popoli con religioni diverse, in nome dell’uomo. Il progetto però non nasceva da un’empietà. In certo modo era una reazione a deformazioni della fede. Ma al termine del percorso, nella cultura del materialismo teorico e pratico siamo giunti a cancellare Dio: per vivere basta l’uomo, basta la ragione! Oggi questo progetto di cinque secoli consuma, secondo me, ad un tempo il suo trionfo ed il suo fallimento. Da un lato trionfo nefasto, nel senso che -effettivamente – questa scissione tra vita e fede ha raggiunto l’apice: non è nemmeno compreso che si possa dire “laico-credente”. È l’errore essenziale di cui parla Giovanni Paolo II in tanti suoi discorsi: la separazione tra fede e vita ha raggiunto appunto oggi il massimo della sua realizzazione. Però è anche il suo fallimento perché, proprio in questo secolo che abbiamo già descritto come secolo dell’angoscia, delle guerre mondiali, in cui è diventato possibile il suicidio collettivo, questo progetto di costruire l’uomo in nome della ragione, appare fragile, non è più in grado di rassicurare l’umanità rispetto al suo futuro. Insomma a me appare evidente qual è la conclusione di questi cinque secoli di storia, se non abbiamo occhi per vedere. La dimenticanza di Dio appare, con evidenza, sinonimo di dimenticanza dell’uomo. Le ragioni dell’uomo senza Dio, si perdono nella inconsistenza delle velleità e la stessa ragione umana si immiserisce nell’astuzia utilitaristica del quotidiano. Allora qual è l’impegno fondamentale per il laico cristiano del nostro tempo, se non la reintegrazione interiore ed esteriore della società umana nella Chiesa di Cristo? La crisi contemporanea non è una crisi né economica, né costituzionale: è una crisi che tocca le radici della società perché investe il principio stesso costitutivo della società medesima. Citerò un testimone autorevole, La Pira. In una lettera a Montini, ancora semplice monsignore della Segreteria di Stato, scrive: “Carissimo, a me pare – per venire immediatamente al nocciolo della questione – che oggi s’imposta per la Chiesa, e quindi per tutta la cristianità, un problema umano d’immensa portata. Per trovare un’epoca della storia analoga a questa, bisogna risalire a Gregorio VII, a Innocenzo III; come all’alba del I millennio si pose per la prima volta in tutta la sua vasta portata il problema dei rapporti fra Cristo e la società umana, così questo medesimo problema dopo l’apostasia radicale della società materialista, operata in questi cinque secoli, si ripropone oggi, al termine del II millennio, in termini analoghi, anche se più complessi e più vasti. A me pare, per dirle subito tutto il mio pensiero, che oggi questo problema è essenzialmente religioso’. Allora, che cosa vuol dire questo? Forse dobbiamo tornare ad una società di tipo sacrale – medioevale? Forse che Komeini che, oggi come oggi, incarna il massimo della teocrazia del mondo, è più vicino a noi? La scelta giusta sarà forse quell’integrismo, per cui basta leggere il Vangelo per risolvere i problemi del mondo? Non vediamo forse i guasti prodotti da una visione integralista della fede? Penso al temporalismo, alla religione ridotta per tanto tempo a strumento del potere, a strumento dei regnanti per tenere buone le popolazioni e, ammettiamolo nella libertà dei figli di Dio, anche a certi freni che i credenti hanno posto in passato al crescere di alcune libertà; penso alla corruzione della stessa chiesa in alcuni secoli. È a questo che vogliamo tornare quando diciamo che vogliamo fare di Cristo il cuore del nostro mondo? Non è questo. Nonostante tutto questo, nonostante tutti gli errori del passato, la sfida è inevitabile ed è essenziale sia per la fede, sia per l’umanità. È essenziale per l’uomo in quanto tale, se non vuole essere condannato alla disperazione, ed è essenziale per la fede, questa sfida, se non vuole essere condotta, alla fine, a dubitare di sé stessa. Una Fede che non è in grado di trasformare la storia, è una Fede vera? La sfida è dunque da un lato la pretesa della fede di rendere più umano il domani e dall’altro l’appello dell’uomo, qualsiasi uomo, a qualcosa che lo trascende. Questa sfida non può essere evitata se l’uomo non si vuole perdere nell’anonimato delle cose, se non vuol essere una particella qualsiasi dell’universo. Allora, come orientarsi per accettare questa sfida inevitabile? Sono andato a rileggere sul Dizionario Teologico la voce “laicità”. Mi è piaciuta una frase: “la realtà di un mondo senza Dio, di fronte alla quale ci troviamo, è in parte, solo reazione ad un Dio senza volto.” Qui dovrei fare una lunga riflessione. Vediamo se riesco a spiegarmi in parole semplici. Quando mi è stato chiesto di tenere queste conversazioni a Camerino mi è stato detto che potevo rendere una testimonianza, cioè parlare anche di me. Perciò mi permetto di ricordare come quando era bambino pensavo al mondo e alla storia. Allora ci facevano studiare a memoria il catechismo di PIO X: tra le prime formule da imparare c’era la domanda: “per quale fine Dio ci ha creato?” con la risposta: per conoscerlo, amarlo e servirlo in questa vita e goderlo poi nell’altra in Paradiso”. La concentrazione teologica è esatta, ma a me dava l’impressione di una radicale distinzione tra “questa vita” e “l’altra vita”. La prima si riduceva ad una “prova di esame”: se riusciamo a superare la prova – pensavo – andiamo in Paradiso. In questa ottica il mondo aveva un che di artificioso, di fittizio, quasi si trattasse di un immenso campo di ostacoli costruiti ad arte per misurare la capacità dei concorrenti. Qualcosa di simile avviene in certi esami. Ad esempio: quando feci quello di aggiunto giudiziario mi proposero una controversia e mi domandarono di scrivere la sentenza che la decideva. Ma la controversia non esisteva in realtà e la mia sentenza era pura apparenza. Ma ora mi domando: possiamo davvero concepire il mondo come una artificiosa prova d’esame? Non c’è forse nascosto nel tempo e nello spazio un mistero più profondo? A che cosa mira il succedersi delle generazioni? Lo sbocco finale della storia (con le sue scoperte, la sua cultura, le sue complesse organizzazioni sociali etc.) è qualcosa di neutrale per Dio o è qualcosa che ha interesse per Dio? È qualcosa di artificioso ovvero appartiene al disegno di Dio? A Lui interessa l’uomo singolo, ovvero anche la comunità? Interessa l’atto singolo o la costruzione realizzata dalla fatica storica umana? La Lumen Gentium ci dice: “Per loro vocazione è proprio dei laici cercare il Regno di Dio trattando le cose temporali o ordinandole a Dio”. Qual è la chiave moderna per stabilire laicamente questo rapporto tra Dio e tempo, tra fede e società, sfuggendo agli errori del passato, ma accettando fino in fondo la sfida che ci viene di ordinare al Regno di Dio tutto, non soltanto il “tempus orandi”, ma tutto? Non soltanto il culto ma tutto. Non soltanto il tempo della carità riduttivamente intesa, ma tutto: la politica, la cultura, il lavoro, la comunicazione sociale, la famiglia, l’economia, l’arte, la scienza, il divertimento. Quand’ero giovane, in Azione Cattolica circolava il motto: “Instaurare omnia in Cristo”. Oggi non si dice più. Anzi: siamo contrari a battezzare tutto. Si preferisce insistere sulla autonomia delle realtà ter-rene. Ma il progetto deve cambiare oppure resta? Io credo che resti ed è qui il problema essenziale dei laici oggi. Dobbiamo avere chiarezza. Già oggi abbiamo una garanzia nuova. Dobbiamo amare questa nostra chiesa istituzione. Quanti discorsi, quanti dibattiti su questa chiesa istituzione! Ma ci rendiamo conto che anche a questo riguardo noi viviamo oggi in un tempo privilegiato? La chiesa è avviata ad essere la “chiesa dei poveri”, e per molti versi lo è già. Una chiesa libera dal potere o largamente incamminata ad esserlo in modo to-tale. Quale dono è oggi! Una chiesa che accetta lucidamente la perdita di potere per difendere l’uomo! Il Papa che va in giro e non si stanca mai, a volte quasi solitario, nella sua tenacia a volte incompreso persino dai suoi, ma perché? Per ragioni di potere? Perché vuole estendere lo Stato del Vaticano? Al contrario. Parla e agisce a costo di subire critiche quotidiane, persino a costo di perdere il rapporto con certe parti della Chiesa. Sarebbe più facile tacere, ma ciò che lo preoccupa è l’uomo. Non è più il problema del confessionalismo, anzi è la fine del confessionalismo se questo consiste nel pretendere dalle leggi e dalle strutture civili la protezione della fede. È la fede che è disposta alle più dure e gravi lacerazioni pur di difendere l’uomo, qualsiasi uomo, non solo il credente. Mi diceva un tale: “ma perché ti preoccupi tanto dell’aborto? Dovresti essere favorevole: tra 50 anni saremo tutti cristiani, perché con l’aborto gli altri non fanno più i figli”. Ma non è questo il problema. La chiesa sempre più chiaramente parla non per difendere sé stessa, le sue strutture, ma per mettersi a servizio dell’uomo! Ci sono tre fasi che mi paiono particolarmente espressive dello stile laicale di agire. La prima (Gaudium et Spes): “Cristo svela l’uomo all’uomo.” La seconda: “L’uomo è la via della chiesa”. La terza: “Non vi è nulla di genuinamente umano che non trovi eco nel cuore dei cristiani” (G.S.). “Cristo svela l’uomo all’uomo”. In realtà noi abbiamo un grande bisogno di vedere Dio! Ne cerchiamo le tracce ovunque. Ma egli resta un Dio nascosto. Nessuno ha mai visto Dio. Resta ineffabile, inesprimibile. La rivelazione più che manifestarci Dio ci rivela l’uomo. Ci spiega chi siamo. Da dove veniamo. Dove andiamo. Sappiamo perciò in che cosa consiste la nostra dignità. Questo ce lo dice la rivelazione.

Cristo svela l’uomo all’uomo.

E l’uomo è la grande questione del tempo presente. A questi cinque secoli di storia che oggi si concludono e che hanno preteso di porre come obiettivo di tanta fatica non Dio, ma l’uomo, noi dobbiamo dire “Ecce homo”, questo è il suo vero valore, in questo consiste la sua dignità. La domanda che abbiamo cominciato a porci all’inizio della nostra adolescenza “qual è il senso della vita?”, è diventata la domanda sociale, la domanda politica. La gente non sa risolvere i grandi problemi della pace, della giustizia, della economia perché non sa rispondere a questa domanda. Perché non sa vedere con chiarezza qual è l’essenza stessa dell’uomo. Il mondo scrive nelle sue carte la “dignità della persona umana”, ma non sa dire in che cosa consiste questa dignità. Noi credenti dobbiamo rendere questo servizio: testimoniare il valore dell’uomo all’uomo che è nel dubbio sul suo stesso valore. Testimoniare con i fatti la grandezza, la nobiltà dell’uomo non è compito confessionale. È impegno, certo, religioso perché testimoniando per l’uomo. Sì testimonia per Dio stesso, fonte della dignità umana, ma è anche impegno laico perché riguarda l’uomo in quanto tale.

L’uomo è la via della chiesa.

La costruzione del Regno certo ha bisogno della conversione della niente: ci vuole la predicazione, l’annuncio, la discussione. Ma l’epoca delle dispute teoriche sulla fede è finita. È l’epoca del Vangelo. “Da questo vi conosceranno che siete miei discepoli, dal fatto che vi amate l’un l’altro”. Il giorno in cui sarà possibile dire del cristiano, di una comunità cristiana, dì una parrocchia, di una diocesi, di una chiesa universale, di un popolo cristiano, di una nazione cristiana: “Ecco, guardate come sono positivi i frutti del cristianesimo, come esso risolve i problemi umani”, allora sarà possibile la conversione in massa alla Fede. ‘Ricominciare dagli ultimi’, il messaggio della chiesa italiana dell’82 è, in questo senso, modernissimo e ci conforta nel nostro impegno per la vita, perché la frontiera della dignità umana oggi è la vita nascente, la vita sofferente, la vita morente. Infine l’ultimo punto.

Non vi è nulla di genuinamente umano che non trovi eco nel cuore dei cristiani.

Mi sono già soffermato sulle condizioni del dialogo. Noi possiamo guardare con fiducia agli altri, anche a quelli che ci irridono o che si dichiarano agnostici. In base alle certezze della nostra fede sappiamo che anch’essi sono figli di Dio, anch’essi sono immagine di Dio, anch’essi non possono non sentire con noi. Vorrei concludere ripetendo il passaggio della Lumen Gentium “è proprio dei laici cercare il Regno di Dio ordinando a Dio le cose temporali”, e sottolineandovi “il Regno di Dio”. Quante volte abbiamo pensato che costruire il Regno di Dio sia qualcosa che per i preti e per le suore riguarda tutta la vita, e per i laici il tempo libero. Abbiamo i doveri dello stato, abbiamo il lavoro. “Certo, andrò la domenica in parrocchia… di più non posso fare”. Invece è proprio dei laici cercare il Regno di Dio, non come dopo-lavoro, non a temo perso, non nel tempo libero, ma come scopo decisivo della vita, come senso del loro esistere, del loro lavoro per umile o socialmente rumoroso che sia. Ognuno nel suo posto, qualunque cosa faccia. Fare di Cristo il cuore del mondo implica fare di Cristo il cuore anche di ogni vita individuale. Ogni vita, per vivere, ha bisogno del cuore non basta averlo soltanto in qualche momento, è necessario che il cuore: batta sempre, ad ogni istante.

 

Il laico credente nel mondo contemporaneo (.pdf)