La psiche del concepito: fonte di nuova consapevolezza di Gino Soldera, psicologo psicoterapeuta

Come devono svilupparsi i bambini, devono svilupparsi anche le nostre teorie su di loro e sulla loro esperienza.” (Daniel Stern, 2009)

Nell’embrione di ogni organismo è già contenuta la sua futura formazione, così come nella cellula fecondata c’è già l’uomo.” (G. H. Graber)

 

Abstract: Il presente articolo elabora un nuovo paradigma che sostiene l’esistenza della psiche nell’essere umano, fin dal momento del concepimento. L’autore invita a riconsiderare la visione, finora adottata, che ritiene il cervello l’unica unità di riferimento utile a comprendere la organizzazione della mente e il suo funzionamento. Una visione globale dell’uomo non può trascurare l’esistenza della psiche, intesa anche come anima, senza la quale l’essere non potrebbe vivere. La psiche risulta, infatti, essere presente e funzionante con il suo carattere individuale fin dal momento del concepimento. Per comprendere questa nuova prospettiva, è necessario rivolgere lo sguardo, non solo a quello che avviene fuori di noi, ma anche, e soprattutto, verso ciò che accade dentro di noi, nella nostra interiorità.

Perché è utile considerare l’esistenza della psiche fin dal concepimento, quando ancora il sistema nervoso e il cervello non si sono formati? Prendere in esame tale prospettiva permette di elaborare un nuovo paradigma dell’essere umano, in grado di interpretare il vissuto emergente del concepito e il sentire dei suoi genitori. Ciò conduce alla formazione di un modello teorico sperimentale che può essere perfezionato, di volta in volta, come nell’ambito della fisica, per scoprire gli elementi ancora invisibili e sconosciuti della realtà umana. A partire dal concepimento, per poter comprendere meglio la vastità e la complessità della realtà umana, è necessario aprirsi ad una visione globale andando oltre a quanto è stato scoperto, fino ad ora, dalla scienza e, in particolare, dalle Neuroscienze. Ciò diventa possibile se si supera lo stretto legame di corrispondenza, tutt’ora presente nella nostra cultura, tra cervello, mente e psiche in quanto ognuna di queste strutture, seppur in relazione e parte di un unico insieme, esprime proprietà specifiche e funziona secondo modelli propri. Scrive David Chamberlain (2014): «Per la maggior parte del XX secolo, né la medicina né la psicologia hanno fornito una accurata comprensione riguardo alla natura dei bambini dentro l’utero o dei bambini alla nascita. Forse il più grande pregiudizio di base fu che fino ad allora il cervello era stato considerato l’unica unità di riferimento per comprendere la mente, la personalità e l’anima dell’essere umano.» Questo anche perché la coscienza umana è qualcosa di più e non può essere ricondotta e identificata con una parte del corpo, seppur importante, come il cervello. È indispensabile che, in questo ambito, la ricerca e la sperimentazione si aprano, perciò, ad un approccio globale di tipo psicobiologico dove la psiche, che rappresenta la parte interiore dell’essere umano, possa essere considerata, a tutti gli effetti, parte integrante dell’intero organismo umano, essendo una sua componente essenziale e costitutiva, anche se in itinere. Lo stesso genetista François Jacob così si esprimeva: “Ogni ovulo quindi contiene, nei cromosomi ricevuti dai genitori, tutto il suo futuro, le tappe del suo sviluppo, la forma e le proprietà dell’essere che emergerà da esso. L’organismo, pertanto, diviene la realizzazione di un programma prescritto ereditariamente. All’intenzione di una Psychè si è sostituita la traduzione di un messaggio”.

Il grande biologo Pierre-Paul Grassé (1980) non manca di esprimersi a favore delle potenzialità dell’essere umano affermando “… si è preteso che l’embrione non fosse uomo finché non avesse acquisito il sistema nervoso. Non è nulla. Tale acquisizione, che si realizza ad uno stadio precoce della vita embrionale, non cambia la natura dell’essere che è già dotato di tutte le potenzialità della sua specie. Essa non aggiunge nulla all’embrione, neanche la coscienza, che apparirà solo dopo la nascita”. Già Edelman (2000), nella sua opera, aveva messo in evidenza come lo sviluppo dell’essere umano proceda progressivamente, secondo un percorso globale e continuo che va dai geni, alla sintesi proteica, fino a formare le strutture anatomico fisiologiche, per poi procedere all’organizzazione delle strutture psichiche ed arrivare, infine, al comportamento quale funzione della mente. Tanto che il ginecologo Jacques Milliez sottolinea: “C’è infatti una continuità assoluta dei fenomeni a partire dalla fecondazione che non solleva più dubbi tra gli scienziati”. Questo ci aiuta a capire perché la nuova psicologia cerchi di andare oltre le barriere arcaiche del passato, di superare l’approccio meccanicistico tradizionale e di avvicinarsi sempre più alla filosofia quantistica. L’idea è quindi quella di prendere in considerazione quel campo “energetico vibrazionale organizzato” che anima e che concorre, progressivamente, attraverso il suo ruolo organizzatore, alla formazione dell’organismo durante le diverse fasi che si susseguono a partire dall’ovulo fecondato allo sviluppo delle cellule germinali, per passare attraverso la fase embrionale a quella fetale fino ad arrivare alla nascita. Si parte, dunque, dal presupposto che, senza l’anima o senza la psiche, il concepito, come qualsiasi altro essere, non potrebbe vivere. Infatti, per gli antichi greci la psiche è il principio vitale di ogni corpo vivente: essere vivo significa essere un corpo animato. L’obiettivo è quello di individuare, facendo tesoro delle conoscenze acquisite in questa prima fase della vita, un paradigma di psiche umana capace di aprire a nuove prospettive innovative, non solo sul piano della scienza e della tecnica ma, anche, nella pratica clinica ed educativa quotidiana, un esempio in questo senso viene dalle tecniche di rebonding che permettono di ristabilire il legame tra mamma, papà e bambino una volta interrotto (Licata et al., 2020).  Ciò al fine di far fronte e superare gli inevitabili ostacoli che l’essere umano incontra nel cammino della sua esistenza, e garantirgli sia uno sviluppo sano ed equilibrato, sia la realizzazione di relazioni umane sempre più autentiche e incisive, in particolare nelle situazioni di nascita prematura. L’addentrarsi nel territorio sconosciuto del funzionamento della psiche dal concepimento, ritenuto fino ad ora inesistente od inesplorabile, potrebbe fornire all’essere umano nuovi elementi utili per proiettarsi con maggiore sicurezza e fiducia verso il proprio avvenire, che diventa tale quando è alimentato dalla prospettiva di realizzazione del proprio progetto di vita (Soldera, 2000). Non va comunque dimenticato che la testimonianza dell’esistenza dell’anima dal concepimento è da sempre presente nella tradizione religiosa in quella che è chiamata “la visitazione”, riportata nel Vangelo di Luca (1 41-45), dove viene descritto l’incontro di Maria, madre di Gesù, con la cugina Elisabetta, anche lei in attesa del figlio Giovanni: «Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo. Elisabetta fu piena di Spirito Santo ed esclamò a gran voce “Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che debbo che la madre del mio Signore venga a me? Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore.»

Com’è costituita e come funziona la psiche del concepito? La psiche del concepito esprime la sua essenza e quindi anche la sua soggettività (o individualità), in continua interazione non solo con il proprio patrimonio ereditario messo a disposizione dai genitori, ma anche con l’ambiente, il quale è una realtà condivisa che, in questo caso, è rappresentato, in particolare, dalla madre. La psiche è costituita, secondo lo schema della psicosintesi (Assagioli, 1973) in:

  • inconscio inferiore: formato dal patrimonio genetico ricevuto dai genitori, il quale influenza continuamente la persona stessa, concorre alla formazione dell’organismo ed è modificabile, non solo dall’influenza dell’ambiente ma, anche, dal soggetto stesso;
  • inconscio medio: dato dall’azione diretta dell’ambiente, da ciò che circonda la persona, ma anche dalla disponibilità alla relazione e alla vita sociale con le sue spinte altruistiche;
  • inconscio superiore: formato dalle strutture archetipe fondamentali della psiche (Jung, 1997) nelle quali si ritrova l’essenza dell’individualità, la cui influenza può essere regolarizzata attraverso la propria condotta o stato di vita.

La psiche è governata dagli stati di coscienza riconducibili a tre aspetti che sono dei veri e propri organizzatori e centri di sintesi (Soldera et al., 2019): Il Sé o Io Corporeo (o Genomico), il quale prende forma con il concepimento e si estingue con la morte; è il riflesso del Sé Personale e Transpersonale; rappresenta il primo stato di coscienza, ovvero quello della subcoscienza che, rispetto agli altri, risulta essere più limitato e ristretto. La funzione del Sé Corporeo è quella di mettere la persona a contatto con i confini, i limiti e le possibilità del proprio corpo, attraverso il quale essa inizia l’esplorazione nel mondo circostante per mezzo dell’attività neurosensoriale e motoria concorrendo alla formazione, sviluppo e organizzazione cerebrale. Inoltre, è soggetto a continue variazioni nel corso della stessa giornata, pur rimanendo sempre se stesso, secondo una linea di continuità che dal passato si protende verso il presente e il futuro. È molto attivo nella vita prenatale e nella prima infanzia, quando l’essere umano comincia a prendere coscienza e confidenza del suo corpo. Inoltre, esso costituisce la base del proprio ego, la quale è alimentata dagli istinti, che essendo dei comportamenti trasmessi per via ereditaria, hanno lo scopo di favorire la sopravvivenza del singolo individuo. I comportamenti istintivi vengono eseguiti automaticamente mettendo in atto delle azioni schematiche ‒ come per esempio l’attacco o la fuga ‒ senza poter né dover scegliere il da farsi di fronte a specifiche circostanze. Solitamente il Sé Corporeo s’impara a conoscerlo molto bene, volenti o nolenti, nel corso della malattia e, in genere, lo si avverte al risveglio, nel momento in cui si inizia a rendersi conto di chi si è e di dove ci si trova. Il Sé o Io Trans-personale è in relazione alla supercoscienza, che rappresenta la parte la parte più misteriosa e inesplorata del nostro essere. A differenza di quello Corporeo che è che è concreto ed esteriore, il Sé Trans-personale non è legato tanto alle cause quanto ai fini e quindi ai valori, ma anche allo scopo, al progetto (Mercurio, 1992), il quale risulta essere diverso per ognuno di noi, anche dal punto di vista delle modalità attraverso le quali realizzarlo. Il Sé Transpersonale è composto, essenzialmente, da una natura interiore astratta, ed è, quindi, meno percepibile direttamente. Ciò non significa che sia meno reale o presente del primo ma, al contrario, il Sé Trans-personale, con la sua essenza radiante, rappresenta l’unità ed opera sotto l’influenza delle forze archetipe primarie come: la potenza data dall’energia e dal movimento, l’amore dato dal calore, dall’espansione, dalla comprensione e dalla conoscenza possibile attraverso l’illuminazione di natura interiore (simile ma diversa da quella esteriore). In questo Sé ritroviamo anche il fine. Il Sé Transpersonale non è legato all’ego, alla terra e all’istinto di sopravvivenza, ma all’universo, poiché si muove all’interno degli eventi sincronici, quali le coincidenze significative (Jung, 1991) le quali si manifestano in un contesto di armonia, quale espressione dell’”Unus Mundus”, presente dall’origine della creazione, dove la psiche e la materia non sono separate, essendo a fondamento della sorgente originaria della personalità. Questa esigenza di unità e di autorealizzazione viene avvertita, in modo particolarmente pressante, quando sono soddisfatti i bisogni fisiologici, di appartenenza, di sicurezza, di appartenenza e di stima, alla base della piramide di Maslow (Maslow, 1973). Questo, ad esempio, avviene in modo piuttosto spontaneo nella disperazione, quando affranti dalla sofferenza si volge lo sguardo verso il Cielo, per cogliere un suo suggerimento o una sua ispirazione, che possano aiutarci a superare le difficoltà. La sua natura è impersonale, come lo sono i valori che dall’alto guidano la nostra esistenza: in senso poetico, potremmo dire che il Sé Transpersonale è formato dalla polvere delle stelle, anche perché esso è all’origine e va oltre la coscienza personale e va oltre alla coscienza di Sé. Una sana pratica meditativa aiuta a capire che noi possiamo entrare in uno stato di coscienza puro che trascende il nostro corpo, le nostre emozioni e i nostri pensieri e questo ci aiuta, non solo a volare in alto, ma anche a scoprire il vero amore che è apertura, riconoscenza e gratitudine verso ogni cosa, in quanto noi non esistiamo come individui separati, poiché facciamo parte di un’unica realtà che è la vita, che si manifesta nella molteplicità e nella diversità. Il Sé o Io Personale è frutto dell’incontro tra il Sé Corporeo e Sé Transpersonale; rappresenta la sintesi psicofisica dell’intera persona, con i suoi sistemi e modi caratteristici di comportarsi, pensare e sentire, che si sviluppa attraverso l’esperienza nell’interazione con l’ambiente. Questo Sé è ben illustrato nel mito carro alato, condotto dell’auriga e trainato da due cavalli, uno bianco e uno nero, descritto da Platone (2013) nel Fedro. Il cavallo bianco, nel nostro caso, rappresenta il Sé Transpersonale e quello nero il Sé Corporeo; mentre l’auriga, colui che conduce, impersona il Sé Personale che inizia la sua avventura con il concepimento, per poi formarsi e maturare in termini di saggezza (razionalità per gli antichi), intesa come capacità ad affrontare la vita nel corso dell’esistenza. Non a caso “il bambino alla nascita ha già nove mesi di esperienza”, intesa come capacità ad affrontare la vita quale essere protagonista della sua vita, essendo l’embrione – secondo Helen Person (2002) –  un “… attivo orchestratore del suo impianto e del suo destino.” Il Sé personale quale riflesso della coscienza, è già presente e attivo fin dal concepimento, in modo inconscio, come realtà soggettiva, tanto che con Solms (2012) potremmo dire che l’Io è cosciente inconsciamente, perché non sa di esserlo, non essendo ancora in grado di rispecchiarsi nella realtà esterna. Esso inizia la sua avventura nell’utero materno, identificandosi con ciò che lo circonda. Il grembo materno è il luogo nel quale vive le prime esperienze e riceve i primi imprinting, i quali, come ha dimostrato in questi anni l’epigenetica (Lipton, 2006), andranno a condizionare le sua vita futura secondo la logica che vuole che “l’organismo si formi mentre si informa”, con ricadute nelle generazioni successive (Reik e Walter, 2001). Sappiamo che fin dalla vita prenatale il nascituro è in grado di avere degli scambi e di comunicare interiormente (Chamberlain, 2003), oltre che manifestare un proprio “atteggiamento intenzionale”, come dimostrato dalle osservazioni motoscopiche del comportamento fetale nell’utero materno (Zoia et al., 2007). Questa intenzionalità, che possiamo definire come una caratteristica tipicamente umana, nella quale l’individuo cerca di comprendersi al fine di attribuire significato all’esperienza e poter anticipare le reciproche azioni (Dennett, 1992), può rappresentare un’istanza capace di fare da ponte tra il mondo interno della psiche e quello esterno del corpo in quanto il suo potere causale presiede alla produzione degli stati mentali che coinvolgono l’insieme del sistema nervoso (Searle, 1987). Naturalmente, per poter raggiungere la diretta consapevolezza di Sé, al neonato, dopo la nascita, è richiesto ancora un lungo cammino di crescita e maturazione. Non va dimenticato che l’essere umano comunemente cresce credendo di essere solo l’insieme della sua esperienza e della sua storia. In realtà, in lui rimane presente qualcosa di più grande, oltre a tutto ciò con cui si è identificato, rappresentato dal suo Sé Trans-personale.

Quale è il ruolo del Sé Personale fin dal concepimento? Il Sé Personale, formato dalla fusione del Sé femminile con il Sé maschile, l’uno rappresentato dall’ovulo e l’altro dallo spermatozoo, nella sua unicità e originalità ha, fin dal concepimento, una sua precisa identità biopsichica ben rappresentata dal genoma, denominato dallo psichiatra francese Bayle (2005) psicogenoma, per le sue caratteristiche integrali, di quell’individuo che, nel sistema relazionale umano, assume una connotazione precisa attraverso l’attribuzione del nome. L’identità rappresenta l’elemento determinante per costruire un’autentica relazione “IO-TU”, per sua natura reciproca, che contribuisce a costruire il “NOI” il quale, come sappiamo, è alla base della vita della coppia, della famiglia e della società. Riconoscere da subito questo “TU” è molto importante perché quando l’Io materno o paterno entrano in relazione con il “TU” rappresentato dal figlio, si creano degli scambi che portano a una reciproca modificazione. Se i ritmi di questi scambi, invece che avvenire in modo armonioso, si svolgono in modo irregolare, indolente, pigro, unilaterale, a scatti o in modo automatico, si rischia di ottenere un effetto deleterio sull’insieme del sistema relazionale. L’altro aspetto fondamentale dell’Io Personale del concepito è che, nonostante la sua incapacità esteriore di percepire e di manifestarsi, non essendo ancora dotato degli organi di senso, è in grado lo stesso di “sentire, percepire e anche di farsi sentire” interiormente. Questo lo notiamo nella sua capacità di influenzare lo stato d’animo dei propri genitori (Soldera, 2014), i quali, a loro volta, lo possono percepire e contattare interiormente per comunicare con lui. Riporto, a questo proposito, la prima parte del dialogo che la madre Stefania ebbe con la figlia (Lucia) alla decima settimana di gestazione:

  • “Chi sei?” Sono la tua bambina.
  •  “Come stai nella pancia della tua mamma?” Bene, mi cullo.
  •  “Da dove vieni?” Da lontano, da un posto bellissimo, dalla luce.
  • “Dove vai?” Dove il Signore mi porta. Vengo da te mamma, dal mio papà e dal mio fratellino.
  •  “Come sei?” Sono piccola, bella, sorridente, radiosa, speciale.
  • “Puoi farti vedere?” Non avere fretta mamma, mi conoscerai a poco a poco.”

In questo dialogo Lucia dimostra di essere cosciente di quello che vive, autocosciente di quello che è, come essere umano e come persona, della realtà che la circonda, di coloro che vivono nel suo ambiente, dei suoi famigliari e genitori, in particolare della propria mamma con la quale sembra già aver sviluppato un legame intenso e profondo. Per avere un’idea più chiara e completa di come funziona il Sé Personale, riporto la sintesi di Chiara Sozzi (2011), frutto dello studio approfondito sui dialoghi tra madri e figli nel corso dell’attesa. Essa scrive che: “Nella vita prenatale e neonatale il bambino si manifesta, ad un certo livello, come pienamente cosciente e consapevole di sé stesso. Specificamente risulta consapevole:

– dei limiti della propria realtà fisica;

– del proprio spessore di coscienza;

– della nostra comprensione limitata di ciò che è e sa;

– del livello specifico di consapevolezza che hanno la madre e il padre: di ciò che sentono, di come vivono, dei loro valori, delle loro emozioni e delle loro convinzioni”.

Non ci deve stupire che, in questo modo, il concepito dimostri di avere una consapevolezza maggiore di quella che gli è stata attribuita fino ad ora in quanto egli, al contrario di quanto avviene comunemente, volge il suo sguardo dall’alto al basso, dall’astratto al concreto. E non potrebbe essere diversamente perché la sua vita è radicata, essenzialmente, nella dimensione interiore della psiche, non avendo ancora a disposizione un corpo fisico maturo che gli consenta di adattare la sua percezione interiore al corpo e, da questo, al mondo esterno. Inoltre, manifesta una attenzione e una sensibilità molto più elevata rispetto ad un adulto dovuta al facile accesso al Se Trans-personale che rappresenta il suo centro, il suo nucleo vitale da dove, attraverso gli archetipi, prende forma e si manifesta la vita. Ciò è ben evidenziato da David Chamberlain (1998) nel suo lavoro di studio e ricerca sulla vita prenatale e sulla nascita, quando riferisce che i bambini richiedono ai loro genitori e a coloro che gli stanno accanto di:

  1. essere accettati, amati, rispettati e di entrare e di stare a contatto da subito con loro;
  2. vivere la gravidanza e di nascere in un ambiente più intimo, tranquillo e confortevole di quello che comunemente avviene oggi;
  3. essere riconosciuti come persone, per la loro capacità collaborativa e propositiva, ma anche per la loro saggezza e per il loro amore. Tutto questo ci aiuta a capire quanto sia importante il ruolo dei genitori e la qualità delle relazioni con i propri figli a partire, se possibile, fin dal concepimento, perché è dalla prima fase della vita prenatale che dipende lo sviluppo armonico di tutte le successive.

Penso sia arrivato il momento di cominciare a rivolgere lo sguardo non solo a quello che avviene fuori di noi, nella nostra vita esteriore, ma anche, e soprattutto, verso quello che avviene dentro di noi, nella nostra vita interiore, perché è da questa, anche se non appare, che prende forma e si struttura la relazione con il bambino, come ampiamente dimostrato dagli studi sull’attaccamento prenatale (Nava, 2006). Si tratta di lasciare aperta la porta del cuore, fin dalla vita nascente, per dare ascolto alla voce del silenzio che con la sua saggezza e con il suo amore aleggia nella nostra esistenza sussurrando dolci note colorate che recano in sé un tocco profumato di vita e un messaggio di speranza a favore dell’intera umanità.

 

BIBLIOGRAFIA

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