Lettera al Popolo della Vita di Marina Casini Bandini, Presidente Nazionale Movimento per la VIta Italiano

Carissimi,

 

Maggio è il mese della mamma e della Mamma; ma – che contrasto! – è anche il mese in cui 42 anni fa, il 22 maggio, fu approvata la legge sull’aborto che permette con la forza dello Stato di uccidere la vita e distruggere nel seno materno quello specialissimo legame chiama maternità. Sì ho usato la parola “uccidere”. Lo so bene che altre sono – soprattutto in certi contesti – preferibili: “soppressione”, “eliminazione”… Ma parto da qui per fare una breve riflessione. Mi è capitato più di una volta, ma l’esperienza è comune a molti, di sentirmi dire che quando si parla di aborto non si deve avere un linguaggio spinto oltre le righe. Una volta una persona mi disse che la parola “delitto” – con riferimento all’aborto – era un improperio da lasciare agli uomini ignoranti, che sono la vera causa di tutti i problemi. Riflettiamo. Certamente “delitto” è una parola che può far soffrire le donne che hanno abortito, cosa che non vogliamo in alcun modo contribuire a provocare. Siamo infatti convinti che in ogni donna vi è un innato coraggio che la predispone ad accogliere il figlio anche quando la gravidanza non è desiderata o è difficile. Risvegliare questo coraggio è molto più importante che condannare. Del resto solo Dio può giudicare la responsabilità delle persone tenendo conto delle situazioni concrete. È un fatto, però, che nella società di oggi la spinta verso l’aborto risulta invincibile quando tutti intorno alla donna dicono che il figlio non c’è, che si tratta soltanto di eliminare un grumo di cellule. Invece, il fondamento della difesa della vita del concepito è riconoscerlo come un essere umano, uno di noi. Sebbene, forse, in certi contesti non sia opportuno usare la parola “delitto”, tuttavia la soppressione di un essere umano oggettivamente merita tale qualificazione, tanto che “abominevole delitto” è definito l’aborto nel documento conciliare Gaudium et Spes (n. 51), e San Giovanni II ne ha indicato la particolare gravità nella trasformazione del delitto in diritto e in legittima espressione di libertà individuale (Evangelium Vitae, 4, 11, 18). Inoltre, Papa Francesco parlando dell’aborto ha usato la parola crimine paragonabile ad un fatto di mafia (intervista del 17 febbraio 2016 in aereo di ritorno dal Messico), pur avendo ripetutamente usato il linguaggio della misericordia (in particolare la lettera del 1 settembre 2015 che concede l’indulgenza in occasione del giubileo straordinario della misericordia). In conclusione: si può evitare di usare la parola delitto, ma non si può nascondere la piena identità umana del concepito, il più povero dei poveri come diceva Santa Madre Teresa di Calcutta, colui di cui Papa Francesco ha scritto che “ha il volto del Signore, ha il volto di Gesù Cristo” (discorso ai medici cattolici, 20 settembre 2013). Questo riconoscimento esige che le parole siano accompagnate da una condivisione concreta delle difficoltà che spingono la donna verso l’aborto, come fanno i Centri di Aiuto alla Vita. Aggiungo che un comportamento qualificabile sotto il profilo oggettivo come delitto, può non esserlo sotto un profilo soggettivo: solo Dio conosce la coscienza individuale. Tuttavia c’è da cambiare la cultura dominante. Per ottenere questo risultato occorre ripetere con determinazione e tenacia che la dignità umana è sempre uguale per tutti gli uomini, fin dal concepimento. Questo è il punto che Giorgio La Pira chiamava “frontiera intransitabile”.

 

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