Covid-19: si mobilitano gli abortisti di Angelo Passaleva

“La donna è quasi sempre lasciata sola di fronte ai problemi per una gravidanza incipiente”

 

La macchina delle associazioni abortiste, sostenuta anche da un gruppo di specialisti non obiettori, si è messa rapidamente in moto approfittando della pandemia da Covid-19. Già in occasione della fase di elaborazione del decreto “cura Italia” relativo alla fase 2 era stato lanciato un allarme in difesa di presunte gravi carenze nell’attuazione delle norme della legge 194/78 riguardanti l’interruzione volontaria della gravidanza.

Con una lettera indirizzata al capo del governo, al ministro della salute e all’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) veniva chiesto di inserire norme relative al prolungamento del limite temporale nell’uso dell’aborto farmacologico e a favorirne l’impiego a livello domiciliare. Veniva inoltre chiesto di rivedere l’organizzazione delle procedure abortive spostando la responsabilità anche su strutture territoriali, con l’affermazione che in tal modo si sarebbero liberati posti e personale a favore del ricovero ospedaliero per pazienti affetti dall’infezione virale e assicurando al contempo tutti gli adempimenti previsti dalla legge 194/78, evitando così un grave nocumento al diritto (?) di aborto.

Tutto questo anche a salvaguardia da eventuali contagi intraospedalieri per le donne sottoposte all’intervento. Al solito, come in altre occasioni, i movimenti abortisti si avvalgono di informazioni false allo scopo di allargare ancor più le maglie, già molto ampie, delle procedure per sopprimere la vita nascente.

In realtà non risulta che vi siano stati, a livello nazionale, ritardi o ostacoli a quanto è previsto per l’attuazione della legge sull’aborto volontario durante tutto il periodo delle restrizioni imposte per il contenimento dell’epidemia in Italia. Le strutture pubbliche o private abilitate alla interruzione della gravidanza hanno sempre funzionato regolarmente. Si sono chiusi ambulatori e reparti di medicina generale o specialistica, addirittura sono stati rinviati interventi chirurgici non urgentissimi, ma tutti i dati delle regioni confermano che non ci sono stati freni alle procedure previste dalla legge sull’aborto volontario.

Le istanze rivolte al governo dalle organizzazioni nazionali (prime firmatarie, fra le altre, AMICA, Vita Di Donna ONLUS, LAIGA) sostenute anche dall’Associazione Ginecologi Territoriali, non hanno trovato spazio nel decreto governativo e allora è partito “l’ordine”, più o meno esplicito, di reiterare l’appello a livello regionale rivendicando possibili spazi di autonomia rispetto alle norme nazionali. I primi a rispondere alla chiamata sono stati alcuni consiglieri della estrema sinistra, del PD e cinque stelle della Regione Toscana che, in data 12 maggio 2020, hanno proposto una risoluzione, poi approvata a maggioranza dal Consiglio Regionale in data 16 maggio, dal titolo: “In merito, anche alla luce dell’emergenza Covid 19, al diritto dell’Interruzione Volontaria della Gravidanza e al ricorso all’obiezione di coscienza nel percorso interno del Servizio Sanitario Regionale”.

In sintesi la risoluzione chiede, fra l’altro, che venga riorganizzata la rete dei consultori con l’aggiunta di “strutture intermedie” (?), che le pillole abortive possano essere distribuite anche nei poliambulatori e nei consultori, che venga garantita nei presìdi ospedalieri la presenza di almeno il 50% di personale medico e sanitario non obiettore e che, se necessario, si facciano nuove assunzioni mediante concorsi riservati a specialisti non obiettori. Si chiede, inoltre, che si faccia una sperimentazione (per poi andare a regime) per valutare la possibilità di interrompere farmacologicamente la gestazione fino alla nona settimana dal concepimento (la normativa attuale prevede il limite massimo di 7 settimane).

In un momento così difficile, segnato da sacrifici per tutti, da gradi difficoltà e da dolore per tante morti, si è voluto cogliere l’occasione per rilanciare una sorta di manifesto ideologico finalizzato a banalizzare e facilitare ulteriormente la morte dei più indifesi fra gli esseri umani – il concepito – e che, almeno a me e penso a molti altri, è sembrato inopportuno e oltre tutto velleitario per diverse ragioni. Ne ricordo alcune.

  • Quando è stata presentata la risoluzione la curva dei contagi in Toscana era già in rapida discesa e non venivano segnalate difficoltà né per le terapie intensive né per eventuali nuovi ricoveri per i pazienti affetti da corona virus.
  • Durante tutta la fase epidemica non ci sono stati problemi per le interruzioni di gravidanza, nonostante che il tasso di abortività nella nostra regione sia il più elevato in
  • I tempi di attesa per l’esecuzione degli interventi abortivi in Toscana sono fra i più bassi a livello nazionale.
  • È fra le più basse anche la percentuale di obiettori di coscienza di ginecologi, anestesisti e personale
  • Le indicazioni regionali per evitare i contagi in ambito ospedaliero sono state molto severe e rigorosamente rispettate ovunque con ottimi risultati.

Quello che stupisce in particolare è la superficialità con la quale si propone il ricorso alle cosiddette pillole abortive, facendo passare l’idea che è molto più semplice prendere un farmaco a casa propria piuttosto che ricoverarsi, anche se per breve tempo, per interrompere la gravidanza. Bisogna sapere che l’aborto “chimico” non è una cosa banale come prendere una pillola per un mal di testa, ma comporta diverse complicazioni non facilmente prevedibili (assai più frequenti quando la sostanza abortiva viene somministrata dopo le 7 settimane attualmente consentite) ed effetti collaterali non del tutto banali. Fra le prime vengono segnalate emorragie persistenti e talvolta gravi con necessità di trasfusioni; aborti incompleti che comportano un successivo intervento chirurgico; casi di decessi, se pur rari, per infezioni dovute ad un germe particolare (Clostridium Sordelli)10 volte più frequenti rispetto ad infezioni analoghe dopo aborti chirurgici.

Soprattutto la solitudine della donna. Sa di prendere un farmaco che dopo pochi giorni ucciderà quel bimbo che ha in grembo e che verrà espulso dal suo corpo, quasi come uno scarto, un rifiuto.

Non sono pochi i casi di donne che presentano forme anche gravi di quella che viene chiamata “sindrome post aborto” soprattutto quando si tratta di aborto farmacologico.

Stupisce anche che si dimentichi sistematicamente la necessità di insistere perché venga data piena e totale attuazione alle disposizioni degli art. 2 e 5 della legge 194 (provvedimenti a sostegno della maternità). Di fatto, nella prassi abituale, la donna è quasi sempre lasciata sola di fronte ai problemi per una gravidanza incipiente. Viene preso atto della sua decisione e non viene aiutata, di fatto, a superare le difficoltà. Passaggi burocratici, informazioni fredde e distaccate, segnalazioni circa eventuali diritti e possibilità di aiuti; frettoloso lavoro di ufficio. Certificato di via libera e tutto si conclude perché fuori della stanza ci sono persone in coda che hanno (giustamente!) fretta.

Così la donna è quasi sempre sola ad affrontare quel conflitto che è naturale, anche se si cerca di nasconderlo, di banalizzarlo, di negarlo. L’unica vera risposta per la mamma che aspetta un figlio è quella di sapere che qualcuno può esserle accanto, può ascoltarla con amore, non sgrida né, tanto meno, condanna, minaccia o costringe quando ci sono gravi (o presunte tali) difficoltà per una gravidanza incipiente.

Qualcuno che è paziente, che dona il suo tempo senza fretta per vedere insieme (eventualmente anche con il marito o compagno) ciò che è possibile fare per rimuovere quegli ostacoli che sembrano insormontabili. Un cammino insieme, per trovare, insieme, se ci sono soluzioni al problema. Qualcuno che possa dare la sicurezza che tu, mamma in difficoltà, non sarai lasciata sola anche dopo, quando quel piccolo essere che è in te sarà cresciuto e nato o anche se non gli avrai consentito di vedere la luce. Tutto questo richiede preparazione, competenza, pazienza, disponibilità e soprattutto Amore.

Cose che non sono verificabili con un concorso pubblico, né sono attuabili “di ufficio”. Cose che si trovano sicuramente in chi dona volontariamente parte del proprio tempo per mettersi al servizio della vita umana quando questa è più fragile, indifesa e ancora invisibile. Soprattutto quando questa vita, ancora piccolissima, può essere causa di difficoltà per una mamma che già la sente “sua” ma, spinta da circostanze molto gravi, potrebbe cedere all’idea di non accettarla.

A Firenze, fin dal marzo del 1975, persone di buona volontà sono quotidianamente al servizio di tante mamme che vengono aiutate a superare gravi problemi dovuti ad una vita in arrivo. In questi 45 anni 6.071 mamme, grazie al “Centro di Aiuto alla Vita”, hanno evitato l’aborto volontario superando ostacoli insormontabili

Nessuna di loro si è mai pentita e tutte sono veramente liete per aver tenuto quel figlio o quella figlia. Gli oltre 350 Servizi o Centri di Aiuto alla vita presenti in Italia hanno esperienze analoghe e nel giro di circa 30 anni hanno contribuito a far nascere oltre 200.000 bambini/e che altrimenti non sarebbero mai nati.

Perché, c‘è da chiedersi, si finge di ignorare queste realtà o addirittura di screditarle agli occhi dell’opinione pubblica?

Perché certe associazioni che dovrebbero tutelare gli interessi delle donne le osteggiano pervicacemente? Perché in un paese come l’Italia dove la denatalità ha raggiunto livelli allarmanti e dove sarebbe fondamentale chiedere maggiori risorse e maggior impegno per sostenere le nascite, si sta scatenando invece un “furore abortista”, che tende a privatizzare l’aborto riducendolo ad una banale pratica “fai da te” da svolgere a casa propria, nonostante i gravi rischi per la salute della donna e riducendo sempre più a semplice oggetto, scartabile a piacere, quel concepito che, anche lui come ciascuno di noi, ha pure dei diritti e, primo fra tutti, quello alla vita?

 

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