Lettera al Popolo della Vita di Marina Casini Bandini, Presidente Nazionale Movimento per la Vita Italiano

Carissimi,

«Ciascun bimbo ha il diritto di essere concepito naturalmente, di nascere in una famiglia e di crescere in un’atmosfera di amore tra padre e madre». Un pensiero semplice e vero, pieno di buon senso, che ci riporta alla dignità umana che non tollera l’uso di esseri umani trattati come cose. Sembra incredibile che nel terzo millennio, dopo la riflessione sui diritti dell’uomo, sviluppatasi nel secondo dopoguerra, declinati abbondantemente e giustamente nei confronti delle donne e dei bambini si accettino – anzi, peggio: si promuovano – pratiche lesive della dignità umana che ci fanno tornare indietro nel tempo, quando alcune categorie di esseri umani erano considerate merce di scambio.

La storia ci ha insegnato che il vero progresso sta nel riconoscere la piena umanità dell’altro, la sua uguale dignità. Uguale significa sempre presente con la stessa forza e la stessa intensità in ogni memento dell’esistenza, dal concepimento alla morte, perché la dignità umana non dipende dall’avere, dal fare, dall’apparire. Quando non si tiene conto di questo si aprono istanze che riducono l’uomo e quanto c’è di più prezioso, come la maternità, a oggetto. Stiamo parlando dell’affitto di utero, tornato tristemente alla ribalta perché a Kiev decine di bambini neonati “parcheggiati” nelle loro culline in un hotel in attesa – una volta cessato il lockdown – di essere consegnati ai loro “committenti” eufemisticamente chiamati “genitori intenzionali” o “aspiranti genitori”.

Stiamo  parlando  dell’“utero in affitto”, noto anche come “maternità surrogata” vietato in Italia dalla legge 40, messo più volte al bando dalle istituzioni europee, ma legale in alcuni Paesi come l’Ucraina, dove fioriscono sedicenti cliniche come la BioTexCom e attività commerciali e contrattuali che pretendono di nobilitare questa pratica rivestendola di altruismo mediante manipolazioni linguistiche ingannatorie: “gestazione per altri” (la sigla è GPA) e “gestazione solidale”, “gestazione collaborativa”. Dietro quei neonati non c’è un atteggiamento sociale di accoglienza, ma di prepotenza; c’è sfruttamento, miseria, pretesa di possesso, commercio di esseri umani e cioè di donne e bambini, cosificazione della vita umana sin dal suo venire all’esistenza, progettazione dei figli come beni di consumo da fabbricare su ordinazione per coppie etero o omosessuali che li commissionano.

Siamo di fronte a una nuova forma di schiavitù connessa ad un giro di affari e che implica anche eugenismo e traffico di gameti e di embrioni umani, distorsioni del legame di filiazione, della genitorialità e della famiglia. È chiaro che questo approccio alla vita che inizia è un approccio a tutta la vita; lo abbiamo sempre detto: con la vita nascente è in gioco tutta la vita. Lo sguardo sull’uomo appena concepito, che abbraccia anche le modalità del suo venire all’esistenza, è lo sguardo su tutto l’uomo in ogni fase e circostanza della vita.

Il vero antidoto a logiche di sopraffazione che rivendicano soppressioni e manipolazioni è partire dal chiaro, fermo e forte riconosci- mento del concepito come “uno di noi”. Questo rinforzerà ogni vera istanza di accoglienza e solidarietà.

È molto significativo il fatto che in qualche caso, le stesse donne che ospitavano nel loro grembo il figlio commissionato da altri, si sono ribellate preferendo violare gli accordi presi pur di salvare il bambino dall’aborto quando nel corso della gestazione risultavano “sorprese” come gravidanze gemellari o malformazioni.

Un caso emblematico e commovente è stato quello di Pattaramon Chambua, una giovane donna thailandese, sposata e madre di due bambini, che si era rifiutata di abortire il bimbo in grembo perché affetto dalla “sindrome di down” come invece prevedeva il contratto stipulato con la facoltosa coppia australiana committente.

La donna ha tenuto il figlio, Gammy, e quando per questo ha ricevuto a Parigi il premio “Uno no noi” da parte della federazione europea “One of us”, ha detto: «Ogni individuo ha diritto alla vita. Sono arrivata a questa convinzione attraverso le esperienze che ho vissuto con Gammy. Si tratta di un bambino che ha bisogno di amore, come tutti gli esseri umani. È socievole, gentile e amato da tutti. Voglio dire alle famiglie in attesa di un bambino con trisomia 21 che avranno una perla tra le perle, un dono che vi farà vedere le cose in modo diverso e vi farà conoscere l’amore con la A maiuscola». Parole che commuovono e fanno riflettere.

 

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