Vocazione e missione dei laici nel mondo di Carlo Casini

Continua la pubblicazione del secondo testo della trilogia intitolata “Vocazione e missione dei laici nel mondo”. La trilogia riguarda tre relazioni tenute da Carlo Casini a Camerino dall’11 al 13 settembre 1987 nel corso di una “tre giorni” diocesana dedicata, appunto, al tema della vocazione e della missione dei laici nel mondo. La relazione che pubblichiamo in questo numero si intitola “Fede e Vita: la Famiglia”.

Leggendo il testo scoprirete l’attualità sorprendente di testi che, pur collocati in un momento storico diverso da quello in corso (basti pensare allo scenario politico, all’economia, all’avvento delle biotecnologie…), ci sono molto vicini perché agganciati a valori che non mutano e che anzi abbiamo sempre più bisogno di scoprire e approfondire. È un’occasione da non perdere anche per raccogliere spunti di riflessione sul significato del nostro impegno nel mondo.

Un impegno che va sempre rinnovato e alimentato.

 

“Fede e Vita: la Famiglia”

Ieri sera, nel tentativo di fare l’analisi del mondo attuale con l’occhio della fede per verificare il compito del laico credente in esso, parlai a lungo della grande mutazione nella quale noi viviamo e cercai di individuarne le caratteristiche essenziali.

Non si può cominciare a parlare della famiglia senza collocare l’istituzione della famiglia e la cultura della famiglia, all’interno di questa grande mutazione. Con riguardo alla famiglia il cambiamento si lascia cogliere sotto vari aspetti: sociologico, economico, etico, culturale.

 

L’ASPETTO SOCIO-ECONOMICO

Per sintetizzare ciò che sta accadendo, gli studiosi hanno elaborato delle formule. ‘La famiglia da luogo di produzione è diventata luogo di consumo’: è formula ripetuta, ma vera. Molti di noi ancora ricordano il modo di vita più diffuso della famiglia appena quaranta anni fa.

Nella cultura contadina il lavoro era familiare, il contadino lavorava la terra con famiglia. I figli erano le braccia, l’energia per coltivare la terra.

Anche l’attività produttiva tipo artigianale si svolgeva spesso in un unico ambiente, la casa – bottega.

Potremmo fare esempi di questo tipo molto a lungo, ma non è necessario. Per avere coscienza della rapidità del mutamento basta osservare che essi fanno parte della nostra esperienza recente che sta scomparendo.

Oggi la famiglia non è più centro di produzione, ma luogo di consumo. Non è un caso che i messaggi pubblicitari televisivi sono misurati per lo più non sulla psicologia dell’individuo adulto, ma su quella del bambino molte volte! La famiglia che sta attorno al televisore diventa l’ambiente adatto per chi vuole vendere.

Altra formula: ‘siamo passati dalla famiglia parentale alla famiglia nucleare’. Anzi già si comincia a parlare di “famiglia sub nucleare”. Nel parlamento europeo abbiamo fatto proprio quest’anno una discussione sulla base di un rapporto riguardante le famiglie monoparentali cioè quelle dove c’è una sola persona con compiti genitoriali. Cresce inoltre il numero delle persone sole.

Ma anche senza considerare questi estremi la famiglia nucleare sostituisce la famiglia estesa, quella in cui c’erano numerosi figli, e il corollario dei fratelli, delle sorelle, degli zii, dei nonni che vivevano tutti insieme e che quindi si ripartivano una serie di compiti che oggi sono passati via via ad altre entità soprattutto nell’area del pubblico.

L’assistenza delle malattie, l’educa- zione dei bambini e dei giovani erano prima largamente compiti esclusivi della famiglia.

Ci sarebbero ancora altri aspetti da affrontare: per esempio dovremmo chiederci cosa ha significato la modificazione nella struttura del lavoro in rapporto alla famiglia… Non possiamo naturalmente soffermerei su tutto, ma un cenno al mutamento della condizione femminile dobbiamo farlo. Il lavoro della donna nella organizzazione della società industriale è un elemento di mutazione assai importante. Non c’è in questa mia affermazione un giudizio negativo: è una semplice costatazione. Il lavoro femminile fa sì che le famiglie spesso si ritrovino insieme soltanto la sera a cena e non sempre. Ci si rivede soltanto a sera, magari attorno al televisore e non si riesce più a parlare tra di noi. Fenomeni preoccupanti per noi cristiani e per tutti gli uomini come l’aborto e il divorzio sono fortemente legati a questo mutamento della condizione femminile che pure ha in sé certamente degli aspetti positivi, in quanto espressione di libertà, di uguaglianza, di maggiore ricchezza umana. Non c’é dubbio, però, che ne deriva un condizionamento molto grande per la donna, per la sua vita familiare, per la sua vita di madre e di sposa. Non affermo affatto che le cose andassero meglio prima, ma certamente l’emergere della nuova condizione femminile pone dei problemi gravi e complessi.

Pensate al tema dell’educazione. Certo: oggi le famiglie hanno una maggiore sensibilità per i temi educativi.

Quanta preoccupazione per i propri figli! Qualche volta persino eccessiva: le madri ridotte a passare le loro giornate facendo le autiste per accompagnare i figli ovunque. Vogliono che i figli non solo vadano a scuola, ma imparino il calcio, la pallavolo, la chitarra, le lingue straniere etc. A volte, si creano situazioni di angoscia, causata da un lato da uno spirito di concorrenza per cui i propri figli debbono essere i migliori in tutto, dall’altro dall’impossibilità di seguirli come si vorrebbe. Dato che i genitori dedicano il più del tempo e dell’energie al proprio lavoro.

Ciò crea problemi nuovi cosicché, paradossalmente la famiglia, proprio mentre pone più intensamente la sua missione educativa non è più in condizioni di dare un messaggio educativo serio.

Norberto Galli docente di pedagogia alla “Cattolica” di Milano ha elaborato delle immagini per indicare questa difficoltà educativa della famiglia.

Prima immagine: LA CASA VUOTA.

Il ragazzo torna dalla scuola e non trova i genitori. Galli si domanda: quali sono le conseguenze a livello psicologico, specialmente quando il figlio è piccolo, ed ha perciò bisogno di qualcuno che ‘straveda’ per lui?

Seconda immagine: IL TELEVISORE PADRONE DI CASA.

Galli parla di una scuola parallela. In America sono stati fatti studi a questo riguardo: si calcola che un ragazzo giunto all’età di sedici anni abbia passato 15 mila ore davanti al televisore ed abbia visto oltre 15 mila omicidi, per esempio.

Terza immagine: IL GRUPPO DEI COETANEI.

Sempre l’adolescente ha avuto bisogno d’incontrarsi con coetanei, ma la cosa vuota, il televisore padrone di casa, cioè l’assenza del dialogo con i genitori o con adulti della famiglia, la mancanza di fratelli fanno si che il bisogno di compagni sia diventato oggi per l’adolescente assolutamente grande, più grande di una volta.

Il gruppo diventa quindi anch’esso scuola parallela. Ciò ha implicazioni pastorali enormi: se il ragazzo non s’incontra con un gruppo valido, cristianamente animato, difficilmente può incontrare Cristo e interiorizzare la Fede. Non possiamo insistere su queste interessantissime analisi di Norberto Galli, anche se sento la tentazione di continuare. Ad esempio egli collega l’attuale incertezza dei soggetti educativi oscillanti tra  il polo dell’autorità e quello della libertà (oscillazione assai negativa peri figli) alla “femminilizzazione dell’educazione”, anch’essa conseguenza dei nuovi assetti sociali.

Nella scuola, infatti, il bambino e il giovane trovano ormai in grande prevalenza insegnanti donne, mentre a casa è la madre a dare il contributo educativo più importante sia pure in tempi ridotti e in condizioni stressate.

“L’ASSENZA DEL PADRE” è la quarta immagine del Galli.

Provo ora a fare qualche riflessione nel campo dell’assistenza. Da piccolo ho vissuto lunghi periodi in un piccolo paese di civiltà contadina. Nei miei ricordi è viva la percezione che quando uno si ammalava tutto il paese si curvava intorno a lui.

Prima di tutto la sua famiglia, ma poi il resto dell’intera comunità. Oggi, per un verso, sembra che i compiti dell’assistenza siano tolti alla famiglia. Ci sono le pensioni per gli anziani, ci sono le pensioni per gli invalidi, … la comunità statuale si fa carico di tutto. Eppure, paradossalmente, proprio sulla famiglia stanno ricadendo nuovi compiti assistenziali: pensate, per esempio, alla fine del modello assistenziale di massa, il cosiddetto “istituto”, e alla sua sostituzione con il modello della famiglia (le case- famiglia, le Case di accoglienza’) che ormai è considerato preferibile non solo per l’educazione dei ragazzi soli, abbandonati, ma anche per il recupero drogati, degli ex carcerati, di tutti coloro che soffrono di solitudine ed emarginazione.

Pensate al problema del malato di mente, ad esempio. La legge 180 ha preteso cancellare la malattia mentale considerandola una conseguenza delle iniquità sociali: si è detto “la famiglia deve pensare al malato mentale”. Ma le conseguenze sono gravissime perché la famiglia non è in grado di far fronte 24 ore su 24 ai problemi di un malato di mente grave.

Così da un lato abbiamo famiglie in cui la pazzia è diventata generale, dall’altro il malato è stato rifiutato e si riduce a vivere come un relitto umano nelle stazioni ferroviarie di tutta Italia. La famiglia dunque è ad un tempo liberata da compiti assistenziali e gravata da compiti che non è in grado di sostenere.

Pensate anche alla condizione anziana che diventa sempre più drammatica nel nostro paese. La questione dell’eutanasia ha molti risvolti. Io penso che la spinta vera alla liberalizzazione dell’eutanasia sarà di tipo economico. Ieri leggevo sui giornali una dichiarazione di un uomo politico il quale diceva “non è più pensabile che il sistema pensionistico possa andare avanti in questo modo. Tra cinque anni non sarà più possibile pagare le pensioni a nessuno perché le pensioni sono pagate con un prelievo di contributi sulle retribuzioni delle persone che svolgono un lavoro produttivo, come solidarietà verso le persone che non lavorano più, ma se i giovani diminuiscono in continuazione, i casi sono due: o i prelievi sul reddito di chi lavora aumentano in maniera estremamente pesante, oppure non si danno più le pensioni”.

Il problema è grave, tanto che qualche economista ha detto appunto che il modo di risolvere il problema delle pensioni è l’eutanasia. Io sono molto impressionato da scritti di Jaques Attali, consigliere economico di Mitterand. ‘Qualcuno – riassumo quello che egli ha scritto – si potrà scandalizzare, meravigliare, potrà irridere, però è un dato di fatto che i valori etici sono andati mutando in rapporto ai bisogni economici. Questa esigenza di programmare la morte per ragioni economiche farà emergere il grande tema etico del futuro che è quello del diritto al suicidio.

È un grande tema perché – aggiunge – è il tema stesso della libertà. Nessuna libertà esiste se non esiste questa primaria libertà di scegliere tra esistere e non esistere’. A me pure che questa cinica riflessione costituisca una sfida grande per noi cristiani, chiamati a dare risposte non di emarginazione, ma di amore, cioè di solidarietà a tutti i livelli, pubblici e privati.

Ma non possiamo illuderci di risolvere problemi giganteschi come questo se la famiglia non si fa carico – fin dove è possibile – del problema dei suoi anziani. Si legge sui giornali che d’estate gli ospedali, le case di cura – soprattutto quelle per anziani – sono più piene che d’inverno.

Non è che d’estate la gente si ammali di più: anzi s’ammala di meno. È che i giovani hanno bisogno di andare al mare, in montagna e parcheggiano i loro vecchi negli ospedali e nelle case di cura. Anche questo appartiene alla grande mutazione della famiglia sul piano socio-economico.

 

ASPETTO ETICO-GIURIDICO CULTURALE

La famiglia è una istituzione stabile. Ma oggi la stabilità della famiglia tende a diminuire nei fatti e nella legge: è il tema del divorzio e delle separazioni. Sul divorzio grandi sono state le discussioni e le lacerazioni anche tra i cattolici.

Il fatto sicuro a me appare che, una volta tolta dal matrimonio la nota della indissolubilità, abbiamo tra le mani qualcosa di diverso: altro è dire “ci vorremo bene per tutta la vita, qualunque cosa accada, nel bene e nel male” (dove il si ha il suo peso specifico, la sua pregnanza, la sua verità nel rischio delle difficoltà, delle malattie, della morte, dell’incomprensione), altra cosa invece è dire “ci vorremo bene fino “per esempio al 1989″,” cercheremo di volerci bene finché ne avremo voglia”.

La densità del ‘si’ sta nella definitiva accettazione del rischio, ovvero è semplice ripetizione di una attuale situazione di fatto?

Sta cambiando il concetto stesso di famiglia (non più fondata sul matrimonio).

Lo vedo nei Parlamenti. La nostra Costituzione all’articolo 29 riconosce la famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Ma oggi questo è un punto fortemente messo in discussione. Quando nel 1983 ci fu da discutere la riforma della legge sull’adozione, riuscimmo a far vincere la visione cristiana: abbiamo stabilito che, per adottare un bambino, occorre una coppia e una coppia sposata. Nel che è implicito il riconoscimento che il modello migliore per avere un figlio è quello della coppia sposata. Ma sentimmo già i rumori promontori della tempesta.

Oggi, quando discutiamo, ad esempio, di procreazione artificiale, il problema è presente. Trascuro ogni altro aspetto dell’argomento: si tratta di fare un bambino in provetta: chi può chiederlo? La tesi prevalente è che non c’è bisogno del matrimonio.

Le tesi più caute, le più prossime al nostro modo di vedere, dicono: può essere una coppia stabile, che abbia

cioè una certa durevolezza di vita comune alle sue spalle, ma non è necessario che sia sposata. Ma si può arrivare alle posizioni del ministro della Giustizia francese, sostenute a Vienna in un convegno dell’85, secondo cui il diritto alla vita comprende anche il diritto di generare e questo diritto dev’essere affermato nella sua estensione massima possibile, senza alcun impaccio.

Dunque la persona che vuole un figlio deve poterlo avere anche se non è sposata, anche se è una donna sola, o se vive in coppia con un omosessuale. Vedete come la famiglia è messa in discussione nel suo concetto stesso di società fondata sul matrimonio.

Eppure i fatti sembrano dare ragione alla Chiesa.

Quali effetti ha prodotto il divorzio introdotto in Italia con la legge del 1 dicembre ’70? Spesso si sottolinea che gli effetti non sono stati così negativi come i cattolici avevano ipotizzato perché i divorzi in Italia sono pochi. È vero. Se noi confrontiamo i dati dell’Italia con quelli di altri paesi, dobbiamo ammettere che da noi il divorzio non si è diffuso molto. Negli Stati Uniti e in Russia nell’84 abbiamo avuto dati pressoché identici: in Russia é terminato in divorzio il 49% dei matrimoni, in America il 49,9%. In Italia, invece, dopo un’impennata del ’71, ’72 impennata dovuta all’emergere a livello di legalità di separazioni e convivenze accumulatesi nel tempo – il livello del divorzio è rimasto sostanzialmente basso: 10.000 – 15.000 sentenze di divorzio pronunciate ogni anno dalle autorità giudiziarie italiane. Ma sarebbe riduttivo giudicare gli effetti della legge divorzista soltanto con il numero dei divorzi.

Bisogna anche controllare il numero delle separazioni che è poi quello che conta di più. Infatti, se vogliamo essere realisti, il divorzio è un male già verificatosi in precedenza, cioè la rottura della famiglia. Quindi è la separazione la spia primaria della sofferenza della famiglia.

Ora il numero delle separazioni dal 1970 ad oggi è andata progressivamente e senza soste crescendo (parlo delle separazioni giudiziarie, non delle altre quelle di fatto che non conosciamo). Siamo passati dalle 10.000 unità circa del 1970 alle 45.000 unità del 1984. Inoltre la differenza tra divorzi e separazioni non è un dato positivo. Chi si separa infatti non vuole in genere andare a vivere in convento, ma farsi una diversa vita sentimentale. Allora vuol dire che, se i divorzi sono pochi e le separazioni tante, molti separati non si risposano più ma si contentano di una convivenza di fatto.

Questo significa che il matrimonio non interessa più, che la famiglia nel cervello della gente (di una certa quota numericamente non indifferente) non è più la famiglia fondata sul matrimonio. Paradossalmente, il numero basso dei divorzi, anziché una spia positiva, è una spia negativa perché indica la scarsa significanza del matrimonio per la gente.

Questo dato è rafforzato molto da un altro elemento statistico: il calo progressivo della nuzialità in Italia. La gente si sposa meno.

Dal 1970 al 1984 il numero dei matrimoni per anno è diminuito di 70.000 unità.

È un dato molto grave perché non può essere spiegato con il calo della popolazione, infatti il calo delle nascite comincia in Italia nel ’64.

Fino a quell’anno vi era stata una crescita costante delle nascite.

Nel 1964 nacquero 1.026.000 bambini. Da allora c’è stato un calo progressivo tanto che nel 1987 si presume che nascano circa 500.000 bambini.

Ma i figli nati nel ’64 in numero rilevantissimo, avevano 20 anni nel 1984, cioè erano in piena età nuziale. Insomma il numero dei giovani che dal ’70 all’84 sono arrivati all’età nuziale sono andati crescendo e ciò nonostante il numero dei matrimoni si è ridotto di 70.000 unità il che vuoi dire che il calo non è stato di 70.000, ma è molto di più.

Questo fatto è ulteriormente aggravato se consideriamo che il divorzio consente alla gente di sposarsi anche due o tre volte. Quindi il numero delle persone in condizioni di sposarsi aumenta, ma diminuisce il numero dei matrimoni, spia evidente della disaffezione per il matrimonio stesso. Ci troviamo dunque di fronte al cambiamento del modello di famiglia. La famiglia non è più fondata sul matrimonio nella mentalità di molti.

Perciò quando noi ci interroghiamo sui danni del divorzio, non possiamo ignorare questo cambiamento culturale e non chiederci se la legge che ha introdotto il divorzio non abbia contribuito a determinarlo.

Ecco perché le convivenze di fatto si diffondono sempre più. Non è soltanto la convivenza di una ricerca di piacere immediato senza impegni e responsabilità, è proprio che sono cambiate le categorie mentali.

Secondo Norberto Galli già nel ’77 da un sondaggio fatto in 14 università americane è risultato che il 25% dei ragazzi universitari viveva coniugalmente senza essere sposati. In Svezia nel ’77 un altro sondaggio ha concluso che soltanto nell’I% dei matrimoni non si era avuta una coabitazione prematrimoniale, cioè il 99% degli sposati ha dichiarato di aver coabitato prima di arrivare al matrimonio. In Danimarca, sempre nel ’77, questa risposta era data dall’80% dei coniugati.

Dopo la riflessione sulla “stabilità del matrimonio” dobbiamo svolgere quella sulla vita, o per fotografare meglio la realtà ed esprimerla più drammaticamente – sul “rifiuto della vita”. I dati riguardo all’aborto sono impressionanti. Il movimento italiano per la vita ha elaborato quest’anno uno studio che ha chiamato: “Rapporto al Parlamento”. È un’indagine molto seria in due parti. Nella prima abbiamo indicato la Doxa di fare un’ampia indagine su “che cosa consiglia la gente a una persona che si trova in una situazione di gravidanza difficile o non desiderata.”

Nella seconda parte si ‘mettono in rapporto indici diversi: il voto politico, il voto del referendum, il numero degli aborti (provincia per provincia), il numero dei figli illegittimi, poi i dati anche economici: il numero degli autoveicoli immatricolati, l’entità dei depositi bancari, gli indici dei consumi etc … Viene fuori in modo statisticamente certo che a mentalità consumistica corrisponde un maggior numero di aborti. Le provincie più ricche abortiscono più delle province povere. Stranamente, dove ci sono più aborti ci sono anche più figli illegittimi. Evidentemente si tratta anche di un cambiamento di cultura familiare, cioè non si crede più nel matrimonio, dunque si sta insieme, il figlio è illegittimo.

Il dato più impressionante è che l’aborto non trova maggior frequenza nelle aree della povertà, della emarginazione, della solitudine, cioè il maggior numero degli aborti in Italia non è quello della ragazza madre, della donna non sposata, ma è nel cuore delle famiglie: questo è il dato fondamentale.

Dal 70% al 74% degli aborti di questi anni (cioè dal 1978, data di approvazione dalla legge sull’aborto ad oggi) è avvenuto nella famiglia. Oltre i due terzi!

Dicono tutti i dati, anche ministeriali, che l’aborto è compiuto nel 70%- 74% da donne regolarmente sposate, non separate, non divorziate, di età intercorrente tra 19 e 35 anni con non più di due figli. Cioè l’aborto fatto per non volere il terzo figlio o per non volere il secondo o addirittura per non volere il primo. Quindi esprime il rifiuto della vita da parte della famiglia. È il dato per me più impressionante insieme al numero totale degli aborti (saranno oltre 2.000.000 nel primo decennio).

Macerata ha una singolare situazione che io non so spiegare. È una delle provincie dove si abortisce di più sebbene le regioni più abortiste siano: I) Emilia-Romagna, II) Liguria, III) Toscana, IV) Piemonte, sebbene la regione Marche non sia ai primi posti e sebbene dai dati politici emerge che laddove vi è una prevalenza di cultura di sinistra si abortisce di più e dove vi è una prevalenza di voti democristiani si abortisce di meno.

Macerata nell’84, rispetto a una media italiana di 360 aborti per ogni 1000 nati vivi, ha avuto 937 aborti su mille nati vivi; tra i più alti d’Italia. Solo Piacenza la supera (1001 per 1000). Il secondo dato, rispetto al rifiuto della vita, riguarda la cultura, cioè il modo di pensare.

Si è diffusa quella che viene chiamata la CONCEZIONE LUDICA DELLA SESSUALITA. Mi interessa più che il comportamento pratic2 il pensiero della gente riguardo alla sessualità. Troppo superficialmente immaginiamo che dietro comportamenti riprovevoli ci siano soltanto scelte istintuali. C’è dietro anche la filosofia, c’è il pensiero, ci sono libri, studi. La rivoluzione sessuale è stata teorizzata negli anni trenta.

La liberazione umana consisterebbe nella disinibizione sessuale in modo totale. La piena maturità sarebbe questa. Tutte le regole: il matrimonio, la famiglia, … sono indicate come forme di alienazione.

La distinzione tra sessualità normale e sessualità deviata sarebbe da rifiutarsi. L’educazione di un adolescente consisterebbe eminentemente nel renderlo libero rispetto a qualsiasi tabù sessuale. Ha scritto Wilheln Reich “Un adolescente ha soprattutto bisogno di contraccettivi sicuri e dell’aborto libero”.

È chiaro, poi, che il pornografo si attacca a queste affermazioni culturali per giustificarsi, per propagandarle e per vendere quindi ancora di più il suo prodotto. D’altra parte il diffondersi della pornografia prepara il terreno affinché il messaggio teorico sia recepito in ambienti sempre più vasti. Voi capite come qui sia delicato e grave il problema della educazione sessuale nelle scuole.

Quanti equivoci!

Noi cattolici siamo accusati di non volere l’educazione sessuale nelle scuole. Posso darvi testimonianza che di questo problema si parla dalla ottava legislatura (quella del ’79). Proprio in quella legislatura fu costituito, all’interno della Commissione pubblica istruzione, un comitato ristretto che doveva elaborare un testo. Al primo punto della discussione venne fuori il ruolo della famiglia.

Si diceva che ‘le scuole di ogni ordine e grado provvedono alla educazione sessuale degli allievi anche con la collaborazione della famiglia’. Era già un cedimento perché quell’”anche” riguarda il soggetto primario della educazione specialmente in queste cose. Su quell’inciso ranche con la collaborazione della famiglia’) si é svolta una battaglia che è durata 4 anni e la compianta on. Vittoria Quarenghi si dimise da Presidente del Comitato ristretto per impedire che venisse approvato un testo da cui si voleva esprimere la collaborazione delle famiglie.

Altro aspetto culturale riguarda il FIGLIO. Ieri ne facemmo cenno.

Noi ci avviamo verso un’epoca in cui il figlio è visto sempre più come un prodotto della tecnica e dell’industria e non più il misterioso frutto dell’amore di Dio e dell’uomo.

Il timore rispetto alle metodiche di procreazione artificiale è proprio questo. Da un lato, infatti, sembra avvicinarsi l’epoca in cui sarà possibile comandare un figlio, come si comanda un mobile: alto, con gli occhi azzurri, maschio, con un certo quoziente di intelligenza, ecc. Dall’altro vi è il rischio che si dissolva il concetto di paternità e di maternità. Già ora è possibile per un bambino concepito in provetta avere tre madri e due padri. Ciò si verifica se il seme di Tizio viene unito all’uovo di Tizia; se l’embrione viene impiantato nell’utero di Gaia, che dopo nove mesi cede il bambino nato alla coppia, Sempronio e Sempronia, che l’ha ordinato. Chi è la madre! Quella che ha avuto l’ovulo? Quella che l’ha portato per nove mesi? Quella che lo tiene dopo? E chi è il padre? Colui che ha dato il seme o il marito della donna che tiene il figlio? E, in definitiva, non sarebbe più giusto dire che padre e madre è la scienza? ‘Non a caso si dice che il padre di Louise Brown (la prima bambina nata in provetta nel 1978 in Inghilterra) è il professor Edward, che l’ha fatta nascere.

Il ruolo della donna era sempre subalterno. È da chiedersi poi se l’amore vi giocava davvero un ruolo primario. Vi erano i matrimoni combinati, che sono esistiti fino ad un’epoca relativamente recente. Una donna che non lavorava non aveva indipendenza economica. Quante volte la donna garantiva la salvezza della famiglia più per il bisogno economico che per amore reale?

Il tema della libertà è certamente oggi più esaltato e l’amore è più autentico. Oggi la sensibilità educativa é molto più grande che nel passato.

Davanti a questa famiglia che cambia penso si debba ripetere la frase con cui iniziai ieri sera: ‘Oggi si compie il disegno del Padre: fare di Cristo il cuore della famiglia’.

Quando mi sposai mi regalarono quel libro di F. Sheen “tre per amarsi”. Oggi siamo veramente arrivati al tempo in cui l’uomo come tale, nella sua realtà temporale, è salvato pienamente da Cristo oppure cessa di essere uomo, non é più sé stesso. Così la famiglia non è più la stessa se non si lascia illuminare da Dio.

Qual è la verità sulla famiglia oggi? Tutte le ragioni sociali ed economiche che la sostenevano sono crollate. Prima ci si sposava per avere figli in quanto i figli erano ‘il bastone della vecchiaia’. Oggi sono il peso della gioventù, dell’anzianità e della vecchiaia. Sono solo preoccupazioni. Cosa sarà di questo figlio? Cosa succederà? Perché fare i figli? È diventata una domanda seria.

La risposta utilitaristica non serve più. I figli erano le braccia per coltivare la terra. Oggi non è più così. La ragione del generare è divenuta un fatto misterioso che l’uomo da solo non è in grado di cogliere. Ha bisogno della verità totale, della verità cristiana per capire. Certo, anche i non credenti continuano ad avere figli; a desiderare di averli. Ma non riescono ragionevolmente a spiegare perché.

Perché sposarsi? Se il senso della vita è il possesso, il successo, il piacere, che senso ha il matrimonio?

La “Familiaris Consortio” al paragrafo 6, dice: ‘Dio che è amore, ha chiamato l’uomo all’amore. L’amore è perciò la condizione nativa di ogni essere umano”. Non esiste essere al mondo che non preferisca essere amato piuttosto che odiato. Non c’è uomo al mondo disposto a dire che il bene è l’odio. “Ogni uomo – continua la Familiaris Consortio – diviene a sé stesso un essere incomprensibile se non fa una qualche esperienza di amore, se in qualche modo l’amore non lo tocca. Il modo normale attraverso il quale l’uomo fa esperienza dell’amore è la famiglia. La stessa verginità consacrata perde significato se non è vista in rapporto al matrimonio, se non esprime il tentativo di un’esperienza di amore più diretta. Questa è la verità sulla famiglia.

La Familiaris Consortio insiste che la famiglia affonda il suo mistero nel cuore trinitario di Dio. Dio fa l’uomo ‘a sua immagine e somiglianza’. In che cosa   consiste   questa ‘immagine’?

Non solo nell’intelligenza, nella libertà, anche nel fatto che l’uomo è ‘sessuato”, è maschio e femmina: ‘maschio e femmina li creò, a immagine di Dio li creò’. La diversità personale è dunque un fatto che ha la densità del mistero. Fare i figli, dunque, perché? Perché noi accettiamo il mistero come spiegazione della esistenza, accettiamo cioè che all’inizio della esistenza ci sia la creazione.

Il tempo e Io spazio, nel cuore amoroso di un Dio creatore sono la storia sacra, sono il misterioso puntare verso un futuro che non conosciamo ma che già nel tempo e nello spazio é costruzione del Regno di Dio. Se Dio avesse voluto fare una cosa diversa, fare una specie di prova d’esame, ci avrebbe creati tutti insieme, avrebbe fatto delle domande e così ne avrebbe mandati un poco in Paradiso e altri all’Inferno. Invece no. Ha creato questo misterioso succedersi delle generazioni. Nel succedersi delle generazioni sta scritto il mistero della storia, cioè il compimento della creazione.

Allora ogni vita umana che sorge è parola d’amore di Dio tesa verso il futuro, verso la speranza. Speriamo che per questo bambino le cose siano migliori! Io credo che noi dobbiamo rendere esplicita all’uomo questa verità sulla famiglia, esperienza d’amore: e faccia puntata verso il compimento dei tempi `non è bene che l’uomo sia solo’? Andate e dominate la terra’.

Io penso che la perdita di significato della famiglia sia ragione non secondaria del fenomeno della tossico dipendenza giovanile. Perché proprio i giovani? Sarebbe più comprensibile che i vecchi si drogassero!

Ed è un fenomeno epidemico: dove c’è uno che si droga, tutti si drogano. È un fenomeno tipico delle aree dell’opulenza. Ci si droga dove si sta bene. Prima, in America, poi in Europa. Prima nell’America del nord, poi nell’America del sud, prima nelle città poi nei villaggi, … Da dove nasce questa malattia giovanile? “Non è bene che l’uomo sia solo”! La solitudine é intollerabile per il cuore giovanile e le maggiori responsabilità della società odierna mi pare proprio che stiano nell’aver distrutto nel cuore del giovane la prospettiva della famiglia come senso possibile a portata di tutti, della esistenza terrena. Non tutti possono diventare missionari, scienziati, ricercatori,… ma tutti possono fare questa esperienza di completezza, possono rompere la solitudine nella famiglia. Quando la famiglia non serve più, quando l’incontro tra uomo e donna è dominato dalla banalità allora si produce una grossa ferita nel cuore del giovane, non conosciuta, non percepita a livello di coscienza e tuttavia produttiva di solitudine.

Il compito del cristiano oggi è mettere Cristo nel cuore della famiglia.

O si rifonda su Cristo o la famiglia non esiste. Il bambino che nasce non ha senso in una famiglia non fondata su Cristo.

Noi temiamo tanto la bomba atomica (e giustamente!), ma se venisse meno questo mistero del figlio, questa lancia verso il futuro, non vedete che si avrebbe lo stesso effetto? Se mi giorno la coerenza fredda della ragione senza Dio arrivasse alle ultime conseguenze, dovrebbe dire: ‘a che serve avere un bambino? Ad aumentare il peso della mia esistenza! Dobbiamo tutti insieme decidere di rinunciare ai figli’.

Avremmo lo stesso effetto della bomba atomica. L’umanità tutta intera cesserebbe di esistere e tutta la storia cadrebbe nell’assurdo. Non c’è dubbio quindi che la vita che continua a rigenerarsi è misteriosamente legata al senso del tutto.

Il cuore dell’uomo moderno ha un particolare bisogno di qualcuno che sia testimone della verità sulla famiglia: ecco il compito dei cristiani. C’è, anzitutto, da riscoprire e vivere fino in fondo la dimensione religiosa della famiglia. Non si è laici cristiani a tempo perso. Non ci si può sposare per `sistemarsi’, ma ci si sposa per costruire il Regno di Dio. Questo non è in contrasto con la spontaneità di un incontro, con la ricerca di un arricchimento nella compagnia e nell’amicizia, ma dà senso radicale a tutte queste cose.

C’è da salvare i giovani dando loro il senso della grandezza della loro famiglia futura. Spesso esiste una sofferenza dovuta non tanto alla famiglia attuale quanto all’immagine della famiglia futura: la distruzione della famiglia futura si produce oggi. Rieducare dunque i giovani al senso di grande valore, di grande realizzazione della propria famiglia. Dobbiamo testimoniare, noi cristiani, l’amore, la famiglia e la vita come dono. La visione cristiana della famiglia rende più umano l’umano. Noi non diremo che noi siamo bravi perché abbiamo saputo rispettare le regole, perché non facciamo ciò che gli altri fanno…, ma diremo: noi siamo delle persone che hanno ricevuto da Dio grazia su grazia e siamo testimoni della gioia, della pienezza umana attraverso il nostro sforzo di vivere la castità prematrimoniale, la fedeltà coniugale, il dono reciproco degli sposi. Credo che noi in questa nostra epoca abbiamo il compito di fare dell’accoglienza della vita umana il compito primario della comunità cristiana come tale.

Il Papa ne parla continuamente, perché sa che qui si gioca fino in fondo il senso dell’esistenza.

Noi non possiamo dire di amare l’uomo se, quando l’uomo si presenta nelle condizioni di ultimità totale, diciamo ‘questa umanità non vale’.

Questa è la cartina di tornasole che ci dice che cosa noi realmente pensiamo dell’uomo. Dobbiamo però, contemporaneamente, fare della cultura dell’accoglienza della vita nascente la molla per un ripensamento totale intorno ai problemi dell’uomo. Sotto questo profilo mi sembra che sia esemplare Madre Teresa di Calcutta che io chiamai in una mia lettera ‘presidente morale di tutti i movimenti per la vita del mondo’. È coraggiosissima nel parlare della vita nascente. Ma lei e le sue suore sono caratterizzate dall’attenzione ad ogni vita umana: nata, anziana, morente rifiutata, … Per questo credo che sia compito di ogni comunità cristiana accogliere la vita nascente, ma lasciarsi guidare dalle esigenze che derivano da questa accoglienza. Cioè bisogna cambiare. Non si può essere più come prima, una volta che si scopre il valore dell’uomo che non conta, in queste condizioni di ultimità. ‘Non può dire di amare Dio che non vede colui che non ama il fratello che vede’. Noi che giustamente ci chiniamo verso il bambino concepito che non vediamo, dobbiamo poi essere capaci di attenzione anche quando l’uomo lo vediamo. Ricordo sempre quella frase di Madre Teresa a Bergamo nell’80 davanti a trentamila giovani: ‘promettiamoci in questa nostra città che nessuna donna possa dire, secondo verità, di essere stata costretta ad abortire’.

Una comunità cristiana, io credo, deve farsela questa promessa. Non ci può essere una comunità cristiana che non si faccia carico di questo rifiuto costante della vita fatto nell’interno stesso delle famiglie. Bisognerà organizzarsi, stabilire tessuti, relazioni perché questo avvenga il meno possibile, perché nessuna donna, nessun uomo, nessuna coppia possa dire, secondo verità, di essere stata costretta ad abortire. Fede e vita. Certo, il tema dovrebbe toccare anche la politica, una politica della famiglia. Bisogna che la famiglia torni ad essere soggetto primario della politica. Già i romani l’avevano indicata come cellula costitutiva della società.

Ma riprenderò questo tema tra poco parlando della politica in generale.