Fede e Vita: la politica di Carlo Casini

Se l’utile è veramente di tutti, allora esso finisce per coincidere con il bene, ma, alla fine, alla base sta la persona umana

Ci sono paesi in cui l’ispirazione cristiana ha ritenuto di non dover dar luogo ad una forma politica specifica ma l’unità è chiesta oggi non intorno alla fede, ma intorno ai valori che sono indicati chiaramente dalla fede: i valori che riguardano l’uomo

 

Mi hanno regalato un libro intitolato “Le parole della politica”: è una sorta di vocabolario delle parole che si usano in politica. Ho pensato che potevo prepararmi a questa conversazione leggendo la spiegazione delle parole che stanno nel titolo del nostro incontro.

Non ho trovato ‘Fede’. Ho trovato invece la parola ‘politica’, molte volte. Ho trovato l’espressione ‘fede politica’, dove però la fede non è quella religiosa, ma la convinzione che sta alla base di un partito, di una scelta politica.

Invece a me preme innanzitutto cercare di capire che cosa è la politica, perché la prima volta che nella vita sentii pronunciare questa parola non ne ebbi una impressione favorevole. Ero un bimbetto mano a mano della mamma. Mia madre parlava con un’altra signora di una terza persona di cui tutt’e due dicevano un gran bene. “È una persona onesta, molto buona, molto brava – dicevano – non fa politica”.

L’episodio manifesta l’atteggiamento di riserva, di sospetto abbastanza diffuso, specialmente nel mondo dei cristiani, riguardo alla politica.

Sul mio volume ho proseguito la mia ricerca. Non ho trovato la parola Fede, ma ho trovato abbastanza spesso le parole ‘morale’ ed ‘etica’. Ecco la definizione di “moralismo”: ‘tendenza a fondare ogni atto politico sulla morale, non accettando altri valori o giustificazioni, sicché il moralismo finisce per diventare un vizio. Il moralismo, del resto, copre spesso l’opportunismo.

Se ne ricava che la morale nella politica non c’entra e – se c’entra – c’entra per falsificarla e inquinarla. Ben sette voci, invece spiegano i vari aspetti della “laicità” o definiscono il “laico”. Leggendo le definizioni se ne ricava che l’autonomia, l’indipendenza dalla Fede, il dubbio sono elementi legati indissolubilmente alla politica. Ciò non mi ha tranquillizzato cosi come non mi ha soddisfatto la definizione della ‘politica’ come ‘teoria e prassi connessa all’organizzazione dello Stato e all’amministrazione della vita pubblica’. Ci sono poi varie accezioni di politica ‘politica del carciofo’, ‘politica dello struzzo’, politica del sorriso ecc. ecc.”, ma io vorrei conoscere non le modalità, ma l’essenza della politica.

Allora ho dovuto affidarmi ai ricordi, alle definizioni più ascoltate: la politica come ‘arte del potere’, oppure come ‘arte del possibile’.

Alcuni mi dicono “ma, Casini, tu quando cominci a fare politica?” perché per loro politica sarebbe cercare posizioni di potere, di guida. “Senza il potere non si cambia niente, te lo devi mettere bene in testa!” mi dicono.

‘Arte del possibile’ è la definizione con cui i politici si difendono spesso, allargando la braccia, difronte alle contestazioni. Ci si dice “tu devi fare questo, quello, …” “Ma, amici miei, la politica è l’arte del possibile!”, rispondiamo.

Queste definizioni hanno una loro serietà, ma non soddisfano completamente. Allora mi sono ricordato di una definizione di Giorgio La Pira in un discorso ai giovani fiorentini ‘LA POLITICA È IL LUOGO DELLA CARITA’ ORGANIZZATA’.

“Senza politica non si fanno le case, senza politica non si lotta contro la disoccupazione, senza politica non si fa la pace” spiegava La Pira. È una definizione perfettamente coerente con la Octagesima Adveniens, dove al paragrafo 46 si legge “LA POLITICA È UNA MANIERA ESIGENTE, anche se non la sola, DI VIVERE L’IMPEGNO CRISTIANO A SERVIZIO DEGLI ALTRI”. Per Sturzo “LA RAGIONE INTRINSECA DEL POTERE POLITICO È DATA DAL FINALISMO ETICO DELLA SOCIETA’-STATO CHE È IL BENE COMUNE NEL CAMPO TEMPORALE.

Negare alla politica l’impianto etico riducendola a pura forma utilitaria è toglierle la sua sostanza razionale”.

Mi pare, allora, di aver mostrato la grande distanza tra le “parole della politica” e l’essenza della politica.

Come abbiamo più volte constatato nelle precedenti conversazioni anche riguardo alla politica constatiamo che viviamo cioè in un ‘epoca in cui si tratta di riconciliare la fede e la vita. La politica è uno dei luoghi in cui questa riconciliazione deve avvenire il più presto possibile perché vi registriamo ad un tempo il trionfo e il fallimento di quella cultura della scissione. Secondo questa cultura la politica in particolare non deve avere niente a che fare con la fede.

Per molti la politica sarebbe “scienza dei mezzi”, non avrebbe una sua verità. In questo caso ha fatto politica anche Hitler il cui insuccesso finale sarebbe la sola ragione del giudizio negativo sulla sua politica.

Ma è così, oppure la politica si definisce per il suo finalismo etico che è il bene comune? Ma che cosa vuoi dire ‘bene comune’?

Sfarzo dice che, secondo i filosofi, il fine specifico della politica è l’utilità comune. Ma osserva, nel Medio Evo la scolastica usava una formula più ricca di senso: il ‘bonum comune’. Ora tutto il problema consiste nel domandarsi in che cosa sta il bene comune: è l’utile o il bene?

Se l’utile è veramente di tutti, allora esso finisce per coincidere con il bene, ma, alla fine, alla base sta la persona umana. Il fine effettivo di ogni società è la persona umana in concreto, cioè, ogni individuo.

Il finalismo della società che noi diciamo bene comune e poniamo come limite allo stesso potere, è meglio precisato sotto l’aspetto di diritto per la persona umana. Il diritto della persona umana è uguale a diritto di natura. Questo sostituisce un limite sostanzialmente etico dello stesso potere politico.

Abbiamo trovato così la definizione di politica. Dobbiamo però stare attenti ad evitare l’accusa di confessionalismo.

Dobbiamo andare in politica a predicare Cristo? Ci contenteremo di segni di Croce? Concluderemo i nostri discorsi dicendo ‘sia lodato Gesù Cristo’ Questo sarebbe il compito del credente impegnato in politica? No, non credo che sia questo.

Ho riflettuto un po’ sulla storia della presenza sociale e politica dei cattolici negli ultimi cento anni. Ne è venuta fuori una riflessione che mi sembra molto bella e che vi voglio riportare.

L’Azione Cattolica fu fondata nel 1868 da Mario Fani. e Giovanni Acquaderni. Io sono stato dirigente nazionale e diocesano di Gioventù Cattolica e mi ricordo che ne studiavo le origini. Mi ha sempre molto impressionato il fatto che Mario Fani fosse sulle mura di Roma nel 1870 per resistere alle truppe italiane. Non sparò (non sparò nessuno!), ma stava lì ad esprimere la presenza cristiana pubblica difendendo il potere temporale del Papa.

Ancora poco più di cento anni fa un elemento coagulante della presenza politica e sociale del cristiano in Italia era la difesa dello Stato del Vaticano. È chiaro che per giudicare bisogna collocarsi nel tempo, avere senso storico. Io mi limito a fotografare il fatto. A lungo la presenza cristiana in Italia nella vita pubblica fu caratterizzata, anche dopo la caduta del potere temporale dei Papi, dalla strenua difesa della Chiesa nei suoi elementi temporali. Pensate a tutta la lotta contro le leggi eversive, la espropriazione dei beni ecclesiastici, la soppressione degli enti, …

Faccio un grande salto e arrivo verso la metà del nostro secolo appena s’instaura in Italia la democrazia dopo la caduta del fascismo. La presenza cristiana pubblica è molto maturata, è cresciuta nonostante la repressione fascista. C’è ormai una dottrina sociale molto ben articolata che costituisce il fondamento della presenza pubblica, ma, alla fine, la parola d’ordine, quella che coagula le forze qual’è? Bisogna difendere la nostra religione’.

Erano gli anni in cui in oriente ad uno ad uno cadevano sotto il tallone di Stalin stati come la Cecoslovacchia, l’Ungheria, la Polonia, la Bulgaria,… sebbene ci fosse già tutta una ricchezza di riflessione sulla presenza pubblica cristiana, però, la parola d’ordine era ‘difesa della libertà religiosa’.

Facciamo un altro passo e arriviamo ai nostri tempi. Qual è la parola d’ordine che, al di là di tutte le complesse articolazioni ed esigenze della presenza pubblica cristiana, oggi alla fine chiede l’impegno cristiano? Andate a rileggere l’ultima tanto criticata nota dei Vescovi nell’ultima campagna elettorale: vi ritrovate la nuova parola d’ordine che non è più né la difesa della Chiesa come istituzione o come territorio, non è neppure più la difesa della libertà religiosa come qualcosa che riguarda i cattolici, ma la parola d’ordine è l’UOMO. Osservate come è bello! Non più la Fede che richiede presenza politica per difendere gli strumenti temporali della Fede, non più la Fede che chiede la presenza politica per difendere sé stessa, ma la Fede che domanda di essere messa totalmente al servizio dell’uomo oggi in pericolo.

Voi avete chiamato qui un dirigente del Movimento per la vita. Non potete domandarmi che l’ottica d’interpretazione della realtà non tenga conto di questo. Se voi rileggete in questo contesto l’impegno cristiano per la vita, voi ne vedete tutta la grandezza. È il servizio all’uomo, ad ogni uomo, che fonda la nostra laicità. Sarebbe confessionalismo se noi pretendessimo la forza della legge per difendere la fede. Noi invece facciamo esattamente il rovescio: ad un mondo che perde il senso della vita umana offriamo le energie e la chiarezza della Fede.

Questa evoluzione mostra il momento privilegiato nel quale ci troviamo. Sappiamo benissimo che per i cattolici dall’unità di Fede non discende necessariamente l’unità delle scelte politiche.

Del resto l’esperienza storica Io dimostra: non esistono in tutti i paesi del mondo democrazie e partiti che si richiamino all’ispirazione cristiana. Ci sono paesi in cui l’ispirazione cristiana ha ritenuto di non dover dar luogo ad una forma politica specifica, ma l’unità è chiesta oggi non intorno alla fede, ma intorno ai valori che sono indicati chiaramente dalla fede: i valori che riguardano l’uomo. I cattolici in politica debbono stare insieme quando è messa in discussione l’umanità stessa. Non ci può essere pluralismo sul finalismo stesso della politica. Sotto questo profilo mi pare che il documento dei Vescovi per le ultime elezioni politiche sia molto chiaro: ‘sappiamo bene che in linea di principio dall’unica fede non derivano necessariamente identiche scelte politiche, ma, in concreto, non tutte le scelte sono compatibili con la fede e con la visione dell’uomo e della società che dalla fede scaturisce. Dobbiamo inoltre essere consapevoli che nella situazione italiana vi sono chiusure di molte forze politiche (…), pertanto la fedeltà alla tradizione dei cattolici italiani appare anche a noi profondamente motivata’.

Abbiamo, dunque, scoperto l’essenza della politica e raggiunto un corretto concetto di pluralismo. Vorrei ora tornare a riflettere sull’immagine che vi ho proposto all’inizio, quella di un bambino che sente parlare per la prima volta di politica da sua madre, una cristiana autentica, e ne riceve un messaggio di disvalore: la politica come un qualcosa di negativo. Perché? Dobbiamo riconoscerlo: vi è una specie di insoddisfazione cristiana riguardo alla politica. Non si tratta solamente del senso di inadeguatezza della realtà tipico di chi ha ideali infiniti difronte a sé. Vi è qualcosa di molto concreto.

Mi domando se in questo atteggiamento di sospetto dell’anima cristiana popolare vi sia una sedimentazione inconscia, quasi un complesso di colpa per un passato in cui la politica dei cristiani non è stata certo limpida manifestazione dell’amore fraterno. Non mi riferisco tanto ad un passato prossimo, quanto ad un passato remoto.

Quando nei grandi palazzi d’Italia vedo affreschi e quadri raffiguranti Papi e vescovi trasformati in condottieri di eserciti, non riesco – ve lo confesso – a giustificare tutto appellandomi al metodo storico.

Mi interessa però molto di più il presente, voglio capire perché la gente delle parrocchie e i giovani delle associazioni cattoliche hanno “timore della politica”. In parte ciò dipende dal timore della propria strumentalizzazione. Impegnarsi nella vita sociale e politica significa sempre sostenere qualcuno, identificarsi con qualcuno. La democrazia vive di rappresentanza. E spesso si fa l’amara esperienza delle promesse non mantenute e si teme che un consenso e un sostegno offerto per la fiducia nella comune appartenenza alla comunità cristiana siano non strumento per un più grande servizio agli altri, ma base per l’esercizio di un potere personale. Si riaffaccia così il timore di una religione tornata ad essere in forme nuove “instrumentum regni”.

A questa ragione concreta penso se ne debba aggiungere un’altra, in certo modo teorica ed ineliminabile. Un credente autentico ha una acuta coscienza della missione universale della Chiesa.

Questo implica una tensione molto grande per giungere ad un incontro con tutti. L’uomo di chiesa, senza tradire la verità e la carità, è disposto a spogliarsi di tutto il possibile, di tutto ciò che può essere di ostacolo alla incomprensione altrui, pur di estendere il Regno di Dio. Orbene, specie in una democrazia, la politica è territorio di divisioni e contrapposizioni. Tenersene fuori può sembrare una necessità per chi vuoi parlare di Cristo a tutti, indipendentemente dalle opinioni politiche. La Fede non può assolutamente chiudersi in un partito e neppure apparire cosa di parte. Tuttavia non posso smentire ciò che prima ho detto con forza. La politica è essenzialmente carità organizzata e – in un momento di grande smarrimento sul valore stesso dell’uomo – il cristiano peccherebbe per omissione se si disinteressasse della politica.

Come risolvere la contraddizione? Io penso che non tutte le contraddizioni sono superabili con delle formule teoriche, scritte a tavolino. Ve ne sono alcune in cui dobbiamo vivere: il superamento avviene nella concretezza degli esseri umani e dei loro comportamenti. Per questo io credo che ci sia oggi bisogno di una riflessione molto attenta sulle specifiche virtù cristiane nella vita politica. Non intendo sostenere che lo specifico cristiano in politica va trovato nel modo (l’atteggiamento interiore e le sue conseguenze operative) e non nel contenuto. Anzi sono convinto – l’ho detto continuamente – che vi è uno specifico cristiano anche sul piano oggettivo dei programmi e delle scelte: la difesa della vita umana, la promozione della famiglia, l’attenzione primaria agli ultimi costituiscono direttive oggettive specifiche della presenza politica cristiana. Ma se vogliamo che la contraddizione sopra indicata sia superata non possiamo consolarci osservando che il politico cristiano non cessa di essere uomo come tutti gli altri, con le grandezze e le miserie di tutti. Ciò è vero e va sempre ricordato. Ma se l’urgenza della carità spinge verso la politica, la coscienza della missione universale della chiesa (che è poi egualmente missione di carità) comporta che la domanda di virtù ai politici che osano dirsi cristiani, sia molto esigente. Voglio dire che una testimonianza limpida di chi fa politica non elimina la contrapposizione politica, ma impedisce che essa faccia da ostacolo alla missione della Chiesa. Ecco perché bisogna riflettere sulle specifiche virtù cristiane nella politica.

All’idea di servizio si collegano in modo frequente le virtù dell’umiltà, della povertà, della fortezza. Non mi pare che – specie delle prime due – si parli molto nelle “stanze dei bottoni”. Invece vi sono aspetti specifici che andrebbero affrontati. Ogni impegno politico implica la necessità e quindi il dovere di farsi conoscere per farsi giudicare. Ciò è vero per ogni livello, dal più modesto al più importante. Come rendere coerenti l’esigenza, tipica di ogni democrazia, di mostrarsi in ciò che si è, in ciò che si è fatto e ciò che si propone, con l’ammonimento evangelico “non sappia la mano destra quello che fa la sinistra”? Anche qui voglio rendere la mia testimonianza personale. Alle ultime elezioni politiche scrissi il testo di un dépliant con cui chiedevo il voto di preferenza per me cominciando a chiedere scusa ai miei elettori per le mie inadempienze. Non erano parole ipocrite. sentivo che mi mettevo in atteggiamento di sincerità verso la gente. Ma il mio amico pubblicitario che mi aiutava, nel leggere il testo sobbalzò: “ma sei. impazzito? Queste cose non si dicono nelle campagne elettorali!”. Vedete? c’è bisogno di una meditazione collettiva sulla umiltà di chi opera nella vita pubblica.

Lo stesso deve dirsi per la virtù della povertà che è essenzialmente distacco dalle cose, non solo da quelle esteriori, ma anche dalle gratificazioni del successo e del potere. La povertà è condizione indispensabile della libertà e la libertà dovrebbe essere la divisa di chi vuole servire gli altri nella politica.

Qualche giorno fa è venuto a trovarmi un giovane amico, studente di legge. “Vorrei che tu mi prendessi con te perché voglio fare anche io il parlamentare” – mi ha detto. Ho risposto: “Sbagli. Prima devi laurearti, trovarti un lavoro, essere economicamente autosufficiente. Solo dopo non scacciare il pensiero della politica al livello impegnativo, Altrimenti non sarai libero. Dovrai sempre eseguire gli ordini di chi ti dà i mezzi per vivere”. La politica non è una professione!

L’esercizio delle specifiche virtù cristiane della umiltà, della povertà, della fortezza ci aiuterà a conciliare il desiderio dì portare a tutti l’annuncio cristiano e contemporaneamente di dare concretezza e forza all’amore per il prossimo attraverso la militanza in uno schieramento partitico. Mi pare che la testimonianza di un uomo come Giorgio La Pira ci conforti. Egli è stato un politico vero eppure, proprio attraverso la politica, ha servito la Chiesa e ha esteso le possibilità del dialogo di essa con tutti.

La comunità cristiana ha però il dovere di non sentirsi separata da coloro che, usciti da essa, si impegnano nella vita pubblica. A questo riguardo io vorrei manifestarvi il disagio, talvolta la autentica sofferenza che il politico cristiano prova in una duplice direzione: nei confronti del mondo politico e nei confronti della comunità da cui proviene. Sto cercando di introdurre un tema che pochi anni fa è stato molto dibattuto in Italia: quello del contrasto tra la c.d. “cultura della presenza” e la c.d. “cultura della meditazione”. Il mondo politico complessivamente rifiuta ogni idea di presenza cristiana e tu quindi devi sempre trovare la forza (esperimentare la sofferenza) di andare contro corrente. Ma la comunità cristiana non capisce l’idea di mediazione, che invece è indispensabile in politica, e dunque finisce con il contestarti (e questo, certo, non dà gioia a chi vuole restare cristiano in politica). Nell’una e nell’altra direzione vi è un concetto sbagliato di “presenza” e di “mediazione”. Nella prima si è convinti che “mediazione” voglia dire dimenticare la propria identità e vivere in un pragmatismo che ha per unico fine il consenso e cioè il potere. “Mediazione” diviene quindi sinonimo di compromesso, secondo il suo significato deteriore di rinuncia ai propri ideali. Nella seconda direzione non ci si rende conto che non è possibile ottenere tutto e subito, che in democrazia occorrono le maggioranze e che queste non sempre sono univoche su alcuni temi. Non si capisce, cioè, che vi è un modo nobile di intendere la “mediazione”, cioè di definirla come lo strumento concreto della “Presenza”. Se vogliamo cambiare il mondo dobbiamo accettare la fatica della gradualità: meglio far subito ciò che è possibile piuttosto che gridare e basta i nostri principi senza cambiare concretamente nulla.

Io credo che il cristiano non possa e non debba neppure in politica rinunciare alla sua visione di Fede. Se lo potesse vorrebbe dire che la Fede non conta niente nelle cose più importanti del mondo. Ne deriverebbe il dubbio sulla Fede. A che serve se non illumina la strada? Dunque la presenza cristiana in politica deve essere ferma, chiara, convinta, coraggiosa.

Tuttavia per lo più non è possibile ottenere che nelle leggi o in altri atti politici o amministrativi la ispirazione cristiana si spieghi compiutamente.

Nemmeno in questo caso possiamo nascondere il fine che vorremmo perseguire. Non si possono tenere nel segreto della coscienza i valori che per il cristiano sono i più sacri. Ciò non toglie che spesso si debba accettare, nel confronto politico, di fare qualche rinuncia pratica pur di fare qualche passo avanti. In questo caso la comunità cristiana dovrebbe comprendere le difficoltà dei suoi uomini politici. Per essi è molto triste tornare tra la propria gente dopo aver lungamente lottato per promuovere la visione cristiana, aver sofferto per non esserci riusciti e sentire quindi i rimproveri dei propri amici!

Vedete dunque la necessità di compiere una duplice illuminazione: verso la base cristiana, perché comprenda le difficoltà della politica e verso il mondo perché prenda coscienza che la mediazione non è dimenticanza dei valori, né silenzio su di essi e che, inoltre, vi sono valori che non possono sopportare alcuna rinuncia. Che cosa diremmo di una presenza cristiana che collaborasse con il razzismo o con una politica di guerra? La difesa della vita appartiene a ciò che non è mediabile. Ecco perché io ritengo che il comportamento dei politici rispetto a questo argomento sia una specie di “cartina di tornasole’ per verificare fino in fondo quale concezione hanno essi della politica. È tempo di concludere.

Che cosa chiede la politica alla Fede? Abbiamo già dato alcune risposte: la chiarezza sul valore dell’uomo, che è come dire sul significato e sul finalismo del nostro vivere insieme (“la società”); la forza per praticare le virtù cristiane, specie quelle indispensabili per rendere un servizio politico; il conforto della comunità dei credenti. Ma non basta.

I nostri vescovi, quando si occupano di politica, parlano sempre dell’assenteismo come peccato di omissione.

È un ammonimento che ciclicamente torna all’approssimarsi delle elezioni, ma che non vuoi dire soltanto andare a votare. Assenteismo è non partecipare. Assenteismo è non sentire i problemi degli altri come propri, non contribuire al tentativo di risolverli, non impegnarsi nella società, nelle strutture sociali, in quelle pubbliche e nei partiti per portare avanti le nostre idee.

Pochi giorni fa a Firenze è venuta a fare uno spettacolo Madonna, la nota cantante italoamericana. Lo stadio di calcio si è riempito fino all’incredibile’ Ho pensato con amarezza a quanto sia difficile per noi cattolici dare dimostrazione di pronta e rapida mobilitazione. Raccogliere insieme decine di migliaia di persone per ascoltare delle canzoni è facilissimo. Lo è meno per fare una manifestazione sindacale, ma comunque la gente è sempre disposta a scender per strada quando si tratta di migliorare le proprie condizioni di lavoro. E quando si tratta di testimoniare i nostri fondamentali valori cristiani? So bene che il clamore non è ciò che conta. Parlo in senso metaforico. M’interessa la mobilitazione di molti. D’altronde la stessa manifestazione esterna talvolta conta. Mi avete chiamato a rendere testimonianza. Io non sono né un teologo né un politologo. Sono soltanto uno a cui le circostanze, o (come il mio cuore ardentemente spera) la Provvidenza hanno fatto fare una esperienza particolare, anche politica, e di essa vi posso parlare. Allora io non posso nascondervi l’amarezza al pensiero che una legge cosi offensiva per la visione cristiana dell’uomo, così offensiva per la nostra stessa costituzione, così in contraddizione con le ragioni stesse del nostro stare in politica, intendo dire la legge sull’aborto, sia potuta esistere per la nostra incapacità di mobilitarci anche nelle piazze e che l’anno prossimo, nel decimo anniversario della legge suddetta non saremo forse capaci di fare neppure ciò che una cantante riesce a fare senza grande sforzo: riempire di entusiasmo e passione in pubblico tanta gente, tanto più grande l’amarezza perché so che forse una grande visibile mobilitazione potrebbe cambiare qualcosa e cambiare qualcosa in questo campo significa salvare la vita di esseri umani. Ma il mio, lo so, è solo un esempio che ho fatto non per chiudere con una nota di pessimismo, ma, al contrario per dare una sferzata e indurre alla partecipazione in ogni campo e in ogni forma. Del resto, forse, le manifestazioni esterne davvero contano poco e c’è una domanda di partecipazione più grande che la politica fa alla Fede.

Giosuè sul monte con le braccia alzate esprime nel modo vigoroso del vecchio testamento, che chiama il Signore di Israele “Dio degli eserciti” la continuità tra Fede e politica. Il politico cristiano chiede alla sua Chiesa la preghiera e chiede che siano apprestate anche per lui occasioni di tempo e di luogo per pregare da politico con quanti, da cristiani, sono impegnati nella vita sociale e politica e restaurare, meditando con loro, le ragioni che lo spingono all’impegno pubblico.

 

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