Federnotizie Giugno-Luglio di Giulio Bianchi

Buone notizie: a Vicenza (e non solo) una bella attenzione per i non nati

Vicenza. “Ci sarà il cimitero per bimbi mai nati. Sono 300 all’anno”. Così titolava il 18 maggio 2018 “Il Giornale di Vicenza”, dando notizia che nel Cimitero principale della città “hanno preso il via i lavori per la realizzazione del Giardino degli Angeli, lo spazio destinato a garantire una sepoltura dignitosa ai bambini non nati”, presente il Sindaco Rucco, che ha dichiarato (sott. nostre): «Oggi presentiamo l’avvio dei lavori del Giardino degli angeli, un luogo di sepoltura dei feti che in passato venivano trattati come rifiuti ospedalieri. Per noi è stata una battaglia di civiltà, portata avanti con Diocesi di Vicenza e Ulss 8 Berica insieme a tantissime famiglie che purtroppo hanno vissuto questa esperienza negativa e che non hanno potuto avere un luogo dove mantenere vivo il ricordo di questi bambini mai nati”.

“Si è dunque posto rimedio ad un’usanza ormai inaccettabile sotto i punti di vista morale ed umano – ha dichiarato il consigliere comunale Danchielli, che ha coordinato i vari passaggi fra gli enti coinvolti nel progetto, Ulss, Comune ed Aim Amcps -. Al termine dei lavori avremo dunque modo di dare degna sepoltura, secondo le indicazioni della Ulss, a queste creature che non hanno potuto vedere la luce. L’attività della raccolta avverrà di concerto con il reparto di ostetricia-ginecologia ed il Comune. Ringrazio quindi il Dirigente dell’Ulss 8 Pavesi, il primario Zanni, il dottor Falconi (prezioso collaboratore) ed i colleghi del reparto tutti, nonché il sindaco per la sensibilità e la collaborazione dimostrata in questa speciale occasione».

Nota bene! Iniziative come quelle di Vicenza e Torri non sono affatto isolate in Veneto, da qualche anno a questa parte.

 

Torri di Quartesolo. Infatti – un esempio fra i tanti – Elfrida Ragazzo, nelle pagine de “Il Corriere del Veneto” (dal quale abbiamo tratto la foto sopra riportata), ci informava proprio due anni fa che a Torri “L’inaugurazione dell’area per i feti morti è stata fatta mercoledì 13 giugno [2018] alla presenza, non a caso, dell’assessore regionale Elena Donazzan e del direttore generale dell’Usl 8 di Vicenza Giovanni Pavesi”. Ragazzo scriveva che “L’azienda sanitaria del capoluogo vicentino e la Regione Veneto sono i «motori» della scelta del Comune di Torri di Quartesolo di istituire il cimitero per i bimbi mai nati”. E riportava fra l’altro questa dichiarazione dell’assessore Elena Donazzan: «Sono orgogliosa di essere stata prima firmataria di un emendamento che in aula ha trovato un consenso pressoché unanime lo scorso dicembre [2017]”. La giornalista del “Corriere del Veneto” riferiva anche che “L’assessore, inaugurando l’area cimiteriale, ha voluto ringraziare «il Movimento Aiuto alla Vita del Veneto e di Vicenza in particolare, «per la preziosa attività quotidiana che silenziosamente svolge nel dare dignità alla vita e nella difesa dei più fragili».

Marta Randon de “La Voce dei Berici” aveva riportato – a questo proposito di questo evento – il commento della presidente del Centro Aiuto alla vita di Vicenza Francesca Comacchio: «Un bimbo mai nato è uno di noi. Già nelle primissime settimane si cominciano a formare cervello e intestino. Queste creature che non hanno visto la luce devono andare in terra santa, tutte, a prescindere dalla settimana di gestazione, a prescindere che si parli di embrione o feto, non tra i rifiuti speciali di un ospedale. E dirò di più: tutti dovrebbero essere seppelliti, anche gli aborti volontari».

Ma proprio questo prevede la legge regionale di cui sopra e il Regolamento attuativo datato 12 luglio 2019, di cui riportiamo alcune indicazioni: “Art. 5. Norme applicabili per il trasporto, sepoltura o cremazione dei prodotti abortivi a richiesta degli aventi titolo. 1. La sepoltura o la cremazione individuale di prodotti abortivi a richiesta degli aventi titolo sono equiparate a quelle dei nati morti. […] Art. 6: 1. I prodotti abortivi non richiesti dagli aventi titolo a disporre sono collocati a cura della struttura sanitaria in cella refrigerata, entro contenitori singoli e successivamente in cassette collettive […] 2. Ogni contenitore singolo deve essere munito di etichetta esterna, con riportato in forma indelebile la data di espulsione/estrazione e identificativo della cartella clinica corrispondente all’evento. 3. Periodicamente, e secondo le disposizioni ricevute dalla competente Azienda .U.L.S.S., la struttura sanitaria confeziona ai fini del trasporto una unica cassetta collettiva. 4. Le Aziende U.L.S.S., le Aziende Ospedaliere, i Presidi Ospedalieri e le Case di Cura accreditate provvedono periodicamente, sulla base di accordi specifici con i Servizi cimiteriali dei Comuni competenti per territorio […] alla gestione delle modalità di trasporto delle cassette collettive dalle strutture sanitarie di competenza per il successivo conferimento al cimitero o impianto crematorio

 

Buone notizie: in Veneto una importante legge per la famiglia e la vita

Una legge regionale per la centralità della famiglia con figli è realtà in Veneto, dove è previsto ora l’assegno di natalità per le future mamme già dai primi mesi di gravidanza, e la sperimentazione della gratuità dei servizi di nido per le coppie meno abbienti. Allo stesso modo, viene introdotto il “Fattore Famiglia” ad integrazione e perfezionamento dell’Isee, per garantire un accesso più equo nell’accesso ai servizi o supporti economici.

Luciano Moia, giornalista di “Avvenire” ci informa che la nuova “legge regionale per la centralità della famiglia con figli” è stata “sostenuta da tutti gli schieramenti, dalla Lega al Pd”. E riferisce anche: “Soddisfatto il presidente del Forum regionale veneto Marco Scarmagnani, insieme al consigliere Adriano Bordignon che, anche grazie al sostegno del Centro Famiglia di Treviso, è stato tra i protagonisti di questo capolavoro di tessitura diplomatica. «Si tratta di un provvedimento che – ha sottolineato l’assessore alla famiglia della Regione Veneto, Manuela Lanzarin (Lega) – ha il respiro di una legge di programma, perché intende mettere al centro la maternità e la paternità in tutte le fasi della vita agevolando i nuclei familiari, in particolare quelli più in difficoltà, nell’affrontare la sfida di generare, crescere ed educare i figli». L’assessore, che ha voluto ricordare il lavoro portato a termine dal relatore della legge, Riccardo Barbisan, ha sottolineato anche gli altri interventi previsti dalla nuova legge, come il sostegno alle famiglie monogenitoriali, le famiglie con orfani, quelle numerose, i sussidi pubblici per il diritto allo studio, la creazione di alleanze locali per la famiglia, con il coinvolgimento diretto di Comuni, associazioni, terzo settore.

Punto di forza è però il riconoscimento della ‘dimensione famiglia’ in tutti gli aspetti della pianificazione amministrativa.

E il presidente nazionale del Forum, Gigi De Palo, ha commentato: «Dal Veneto arriva un segnale forte e chiaro in direzione del Governo nazionale e del Paese tutto. Il successo di questa legge è anche frutto di un coordinamento costante che conferma l’importanza della rete regionale che il Forum delle associazioni familiari ha voluto valorizzare in questi anni, proprio per dare risposte concrete alle famiglie sul territorio».

 

La legge veneta: benefici per il nascituro, sostegno della natalità

Riportiamo alcune norme del CAPO III Sostegno della natalità della LEGGE REGIONALE 28 maggio 2020, n. 20. Interventi a sostegno della famiglia e della natalità.

Art.6 Benefici per il nascituro.

  1. Agli effetti degli interventi messi in atto dalla Regione, il nascituro è riconosciuto quale destinatario di tutti i benefici previsti dalle leggi regionali e attribuiti in base a graduatorie che tengono conto del numero di figli.
  2. Chiunque abbia interesse ai sensi del comma 1 è tenuto a presentare idonea documentazione della gravidanza in corso e dell’avvenuta nascita, entro i dodici mesi successivi, per confermare la sussistenza dei requisiti per l’ottenimento dei benefici.

Art. 7 Interventi a sostegno della natalità.

  1. La Giunta regionale al fine di sostenere la natalità e le spese connesse alla cura e all’accoglienza del nascituro:

a). istituisce un assegno prenatale finalizzato a fronteggiare i costi legati alla gravidanza e le spese fondamentali nei primi mesi di vita del bambino;

b). sostiene il potenziamento e la riqualificazione dei servizi socio- educativi destinati alla prima infanzia, al fine di garantire un servizio adeguato alle esigenze del territorio;

c). intraprende, in via sperimentale, un progetto denominato Nidi Gratis per l’azzeramento della retta di frequenza dei servizi socio- educativi destinati alla prima infanzia. […]

 

A proposito di seppellimento, di fede e di vita

Pubblichiamo si legge ne La Nuova Bussola Quotidiana del 16 giugno la verace testimonianza di una mamma, Cecilia Galatolo, che, insieme al marito Marco, ha deciso di seppellire il figlio dopo un aborto spontaneo alla nona settimana. Il funerale, la bara e laiuto delle onoranze funebri mostrano che quelli che spesso vengono considerati morti di serie B o che vengono uccisi in grembo e definiti grumi di cellule, sono esseri umani dal valore inestimabile.

Avere un altro bimbo non era ancora precisamente nei nostri piani (lo immaginavamo forse un po’ più in là), ma se era nei piani di Dio, a noi andava bene. Ed eravamo aperti alla vita.

Quando il 16 aprile abbiamo scoperto di attendere il nostro terzo bebè, da un lato eravamo spiazzati (sarebbe arrivato il terzo figlio in tre anni! Non avevamo ancora festeggiato 4 anni di matrimonio…), dall’altro eravamo grati a Dio per la fiducia che ci dava. Dimostrava di credere in noi ancora una volta.

Il 30 aprile mi sono sottoposta alla prima visita e ho sentito il cuore di mio figlio pulsare, lui era vivo! Che gioia… ero di nuovo diventata tempio per la vita. Seppur piccolo come un chicco di riso, lui c’era: aveva già un’anima immortale e ai miei occhi era prezioso come gli altri due bimbi.

Ciò che non sapevamo ancora, però, era che su Andrea, Dio aveva dei piani particolari. Il 4 giugno, a seguito di alcune perdite sospette, mi sono recata in ospedale. Inizialmente mi hanno fatto intuire che probabilmente non era nulla di grave, ma poi… ecco una doccia gelida piombarmi addosso (e mio marito, a causa del Covid, non era neppure con me): nostro figlio non c’era più. Aborto interno, già da due settimane.

Sono scoppiata a piangere, non potevo crederci: quel bimbo che aveva sconvolto le nostre vite, che ci aveva fatto sognare il futuro con tre pupetti, quel bambino atteso dai nonni, da tutti quelli che ci volevano bene, quel bimbo che doveva essere il nostro “regalo di Natale”, non c’era più: era già volato via, a sole 9 settimane. “Lo so, mi dispiace, si vive come un lutto”, mi ha detto la dottoressa. Avrei voluto rispondere: “Si vive come un lutto? Perché, che cos’altro sarebbe?” Il dolore che provavo per quella perdita era a tutti gli effetti il dolore per la perdita di un figlio, con l’aggravante che lo portavo ancora dentro di me, senza vita. “Non è stata colpa tua, probabilmente c’era un’alterazione cromosomica e non si poteva fare nulla…”

Dopo aver pianto tutte le lacrime che avevo, ho chiamato mio marito per dirgli ciò che era accaduto. Insieme, siamo riusciti a spostare lo sguardo dal basso verso l’alto, da una morte incomprensibile, alla vita eterna: “Nostro figlio è già in cielo. Dio lo ama. – gli ho detto – È con Lui, ora. Se Dio lo ha chiamato in cielo così presto, deve esserci un piano, un disegno, che noi dobbiamo comprendere”.

La dottoressa mi aveva detto, prima di lasciarmi telefonare a mio marito, che avevo due possibilità: aspettare l’espulsione per vie naturali, oppure sottopormi al raschiamento. «Io voglio fare l’intervento, anche se i medici non lo consigliano, perché voglio dargli un funerale e seppellirlo: non è solo materiale organico, è nostro figlio e la sua vita è preziosa. Voglio onorarla fino alla fine…

Ottenere il funerale è stata un’odissea! Vi dirò la verità, ascoltando solo i medici, all’inizio, ci avevo quasi rinunciato e mi ero accontentata di una benedizione al mio piccolo in ospedale… ma mio marito no, non si è arreso e ha chiamato le pompe funebri. Sono stati gli addetti delle pompe funebri a dirci che per legge era possibile, si sono informati, hanno ottenuto tutti i permessi, hanno speso 3 giorni di lavoro per noi (senza farci pagare nulla: ci hanno regalato l’intero servizio funebre!) perché la nostra richiesta fosse esaudita. Tutta provvidenza, davvero.

Il funerale si è svolto sabato 13 giugno: giorno in cui ricorre l’anniversario della nascita in Cielo di Chiara Corbella. Una luminosissima coincidenza, per noi che siamo molto legati al suo modo di guardare alla vita. Quando siamo arrivati in chiesa, al centro della navata c’era una cassettina bianca meravigliosa, con due angeli incastonati. Dentro c’era proprio mio figlio… “Andrea S.”, c’era scritto.

Guardavo quella piccola bara bianca e pensavo che già avrei dato la vita per quel bambino. “Se fossi rimasto con noi, – gli ho detto – avrei provato a essere la tua mamma per tutta la vita, avrei sbagliato tante volte, lo so, ma ci avrei provato come sto facendo coi tuoi fratelli”.

Durante quella celebrazione mi sono accorta ancora di più che tutto era vero, reale: quel bambino era davvero stato dentro di me, era stato con noi; aveva un nome, un cognome, come tutti. Aveva un corpo, destinato alla Resurrezione nell’ultimo giorno, proprio come i nostri.

Non sappiamo quanto lui si sia reso conto di esistere, ma della sua esistenza assolutamente reale, concreta, ci eravamo resi conto noi genitori, i nostri parenti ed amici, il sacerdote che avrebbe celebrato, i responsabili delle pompe funebri che avevano predisposto ogni cosa, gli operai del cimitero che avevano scavato la fossa. E prima di tutto si era reso conto Dio, che era proprio lì, nel tabernacolo, dietro di lui.

Era triste pensare che mi fosse già stato portato via, ma dentro avevo una grandissima consolazione, una pace che non potevo darmi da sola. “Questo bambino, questa morte prematura, questo funerale devono aprire molti occhi”, avevo sentito varie volte in preghiera, dopo aver saputo che era già volato in cielo.

Non sapevo quali occhi avrebbe dovuto aprire, ma sapevo che Dio, in qualche modo, si sarebbe servito di lui per portare un bene più grande del mio dolore. Mi fidavo.

“Vedrai che la prossima volta andrà meglio”, mi avevano detto per consolarmi. Ma in che senso sarebbe dovuto andare meglio la prossima volta? Se Dio aveva voluto chiamare alla vita mio figlio, lo aveva desiderato anche prima di noi, lo aveva accolto con sé, potevamo davvero dire che qualcosa fosse andato male? O era più giusto dire che le cose non erano andate secondo i nostri piani?

Intendiamoci: perdere un figlio è un dolore immenso. So di cosa parlo, ora. Ma mentre lo seppellivamo pensavo che il nostro bambino non era stato un fallimento, un errore della natura da dimenticare. Dio crea per l’eternità. No? O crediamo questo o non siamo cristiani.

Ho trovato pace di fronte alla morte di Andrea non quando mi sono convinta che “non era ancora nessuno e avevamo ancora tempo per fare un altro figlio”, ma quando ho capito che un terzo figlio lo avevamo avuto; godeva già il Paradiso e ci sarebbe stato riconoscente in eterno per il dono della vita.

 

Anna: un brutto sogno, e dopo cinquanta anni…..

Abbiamo pubblicato di recente nella nostra pagina Facebook la testimonianza di Anna riportata nel libro “… Ma questo è un figlio”, curato da Giuseppe Garrone: “è passato quasi mezzo secolo, ma ancora oggi non mi perdono di aver abortito. Ho cercato attenuanti… come il momento particolare, la solitudine, il terrore del dopo, ma non mi sono giustificata. Non c’è niente che possa giustificare l’eliminazione di un figlio.

Ne ho capito tutto l’orrore subito; nel momento in cui un medico compiacente mi praticava l’intervento. Più che il dolore fisico era il dolore nel cuore, l’angoscia che mi procurava il pensiero di gettar via il mio bambino. Ma era tardi e non potevo più impedire la morte di un essere che voleva vivere. Mi resi conto subito di quanto fosse ingiusta quella morte. Piansi per la mia debolezza, la mia vigliaccheria, ma soprattutto piansi per quell’esserino che stavano ammazzando.

In seguito ho avuto un grave esaurimento nervoso, che ho superato a fatica, perché non mi perdonavo e non mi perdono di aver portato avanti quel progetto di morte. Un sogno ricorrente mi perseguitava: ero ai piedi di una lunga scala, in cima un uomo in divisa, con le sembianze di mio padre da giovane, scendeva adagio, tenendo tra le mani un elmetto rovesciato. Si avvicinava sempre più e io avrei voluto scappare, ma non potevo: ero paralizzata da un terrore inspiegabile. L’uomo arrivava davanti a me e mi rovesciava l’elmetto sui piedi. Le mie caviglie erano rosse di sangue e un piccolo feto si dimenava e cercava di aggrapparsi a me, ma non poteva, scivolava sempre. Mi risvegliavo tremante e sudata, senza poter riprendere sonno. […] Quel terribile episodio della mia vita è stato come un ciclone, che ha sradicato ogni cosa, trascinando con sé emozioni, sentimenti, desideri, sogni e perfino, con le speranze, la voglia di vivere.

Poi il lavoro, la famiglia mi hanno aiutata, ma ancora oggi quello che porto nel cuore lo so solo io. E una storia, un conto che è rimasto aperto fra me e quell’essere che ho negato al mondo.

Ancora oggi, quando guardo laltra mia figlia ormai donna, mi si stringe il cuore al ricordo di quella creatura che non ho voluto. Da molti anni lavoro per il Centro di Aiuto alla Vita […] Ho avuto modo di parlare con tante donne passate da quella brutta esperienza: vi assicuro che nessuna di loro mi ha detto che era contenta di averlo fatto.

Anni fa ho consigliato una signora rimasta incinta non più giovane, che aveva già una figlia e voleva abortire. Le ho raccontato la mia esperienza, ho faticato molto, ma poi si è convinta a continuare la gravidanza.

È nato un figlio maschio, ma purtroppo con la spina dorsale bifida. Non vi dico il dramma, la disperazione, quasi il rifiuto. Ha rotto ogni rapporto di amicizia con me; ho cercato di avvicinarla, ma è stato tutto inutile. Questo mi ha fatto molto soffrire, perché ero legatissima a lei ed alla famiglia. Passarono gli anni, il ragazzo cresceva tra mille difficoltà (lo sapevo da amici comuni), operazioni e cure non ne migliorarono le condizioni

Un giorno seppi che la signora aveva perso la mamma, dopo una lunga e dolorosa malattia: le mandai un biglietto, con poche speranze di risposta.

Passarono quindici giorni e ricevetti una bellissima lettera che conservo e che ogni tanto rileggo. Diceva: “Grazie per le tue parole, è stato un calvario per lui e per tutti noi, ma io ti devo delle scuse per questi anni di silenzio e ti devo dire che se nei due anni di tribolazione per la mamma ho avuto aiuto morale e materiale lo devo a Fabio: quel ragazzo che non volevo e che tu mi hai fatto tenere. È stato magnifico con la nonna: le ha dato tanta forza, ha passato giorni e giorni con lei e l’ha confortata nel momento del trapasso. A distanza di anni ti dico grazie e ti abbraccio. Guai se non avessi avuto questo figlio; malgrado la sua grave infermità è stato insostituibile”.

 

Dopo 30 anni lui è ancora nella mente e nel cuore. Anche se non è nato

Nella nostra pagina Facebook abbiamo pubblicato anche la testimonianza di una donna che ha scritto di recente questa lettera al Direttore di Avvenire: “Caro direttore, esattamente 3 anni fa mi ero decisa a scriverle, parlando ‘in pubblico’, la prima volta, di un’esperienza personale dolorosissima. Oggi ho pensato di scrivervi nuovamente per condividere con voi una data particolare, che non ho potuto vivere con nessun altro, dato che quanto è successo è rimasto un tabù di cui non poter parlare mai.

Mi fa piacere ricordare con voi che nel giorno in cui sto scrivendo queste righe, quel bimbo, che non ho avuto il coraggio di far nascere, avrebbe compiuto 30 anni. Il condizionale è d’ obbligo, in quanto la data è quella presunta. Per lui tale è rimasta. 30 anni… un uomo. Impossibile, oggi più ancora che in tutti gli altri giorni, non pensare all’ uomo che sarebbe, a che posto avrebbe nel mondo e anche contributo darebbe alla nostra società. In questo drammatico e difficile periodo, con da un lato l’incertezza sul futuro e dall’altro tanto più tempo del solito per riflettere, mi figuro cosa avrebbe fatto e immagino che magari avrebbe potuto essere una tra le tante persone che si stanno prodigando per il bene degli altri… chissà. Sono davvero molti i pensieri. In questi 30 anni non c’è stato giorno in cui io non abbia pensato a lui, 10.958 giorni in cui è stato il mio primo pensiero, ogni mattino, e il mio ultimo, ogni sera. Tutte le volte che ho guardato negli occhi i miei figli, ho immaginato come sarebbero stati i suoi e a ogni abbraccio ho pensato a come sarebbe stato bello poter abbracciare anche lui… Ha fatto, fa e farà sempre parte, anche se non presente fisicamente, della mia vita al pari, se non ancor più, dei tre figli che il Buon Dio ha voluto donarmi dopo, a tal punto che, quando mi chiedono quanti figli ho, devo fare attenzione e dire ‘tre’, perché, istintivamente, mi verrebbe da rispondere ‘quattro’. Una madre a cui muore un figlio non riuscirà mai a spiegarsi il perché e solo fidandosi del Disegno di Dio potrà continuare ad andare avanti; una madre che uccide suo figlio non riuscirà mai a perdonarsi e solo confidando nel perdono di Dio potrà continuare ad andare avanti. Grazie per avermi ‘accolto’ e permesso di condividere con voi questo momento”.

 

Ci scrive Stefano Bortolozzo…

…per comunicare “con gioia” che il MPV “Riviera del Brenta” ha raggiunto un traguardo molto importante, “un traguardo che non ci saremmo aspettati.

Quest’anno abbiamo ricordato 35 anni dalla sua istituzione. L’11 Aprile 1985 in una serata indimenticabile assieme ad alcuni amici abbiamo firmato lo Statuto. Un grazie particolare al dottor Marco Fabbri e al dottor Angelo Baldan che tanto si sono spesi per anni affinché il nostro piccolo Movimento crescesse e diventasse punto di riferimento per la zona della Riviera del Brenta.

Sono stati anni intensi, ricchi di attività di informazione e formazione. L’aiuto di tanti volontari ci ha permesso di essere sempre al servizio della VITA. Abbiamo potuto diffondere le tematiche in difesa della vita nascente con incontri pubblici pur tra mille difficoltà.

Ci sono stati momenti facili ed altri difficili ma la nostra forza era una sola: difendere il più indifeso, il bimbo non ancora nato.

Abbiamo ricevuto il premio “San Nicolò” a Mira in una chiesa Gremita di parrocchiani.

L’amministrazione Comunale di Pianiga ci ha assegnato per due anni consecutivi l’attestato per il nostro servizio di aiuto alle famiglie. Collaboriamo con i servizi sociali dei comuni ove operiamo; abbiamo così l’occasione di toccare con mano la povertà economica e morale di alcune situazioni a cui offriamo il nostro sostegno. Mi sento in dovere di ringraziare i membri dell’attuale Direttivo per l’impegno profuso in occasione della giornata annuale per la vita. In quell’occasione vengono distribuiti migliaia di volantini in tutte le parrocchie del nostro vicariato e non. Ci auguriamo che i prossimi anni ci vedano ancora attivi nel nostro territorio ne diffondere la cultura della VITA. Il nostro credere è uno solo, tutelare la VITA fin dal suo concepimento alla morte naturale”.

 

Ci scrive Guido De Candia…

…per segnalare un articolo di Ignacio Socias – dal titolo “Puntare sulla famiglia per uno sviluppo sostenibile” – pubblicato a cura Pontificio Istituto Teologico Giovanni Paolo II per le Scienze del Matrimonio e della Famiglia. L’autore esordisce affermando c he “Stiamo vivendo tempi strani e complicati. Non siamo noi a sceglierli, ma possiamo scegliere come gestirli e cosa ricavarne”, cogliendo le opportunità che offrono.

“Ora comprendiamo meglio – scrive Socias – che la società di cui eravamo così orgogliosi non è così idilliaca come pensavamo, in termini di uguaglianza, libertà ed ecologia – Il nostro mercato del lavoro è obsoleto perché non consente alle donne di essere madri; la nostra educazione è obsoleta perché non è in sintonia con l’offerta di lavoro; il nostro sistema sociale, economico e politico è obsoleto, perché quando supera la povertà tradizionale porta più povertà di una tipologia differente, povertà di tempo e affetto, dell’affetto di cui abbiamo così tanto bisogno”.

Di qui la proposta di delineare il futuro secondo regole basate su quattro principi fondamentali:

1. Flessibilità delle condizioni lavorative.

Abbiamo visto come il telelavoro può essere la norma in molti casi, rendendo più accessibile l’equilibrio tra lavoro e famiglia; aiutando il lavoratore a sentirsi più integrato; risparmiando spazio, tempo e costi per il lavoratore.

2. Responsabilità nella condivisione del lavoro domestico.

Con soluzioni lavorative più flessi- bili, le donne non dovrebbero affrontare da sole il triplice onere di lavorare come gli uomini, avere figli, farsi carico di quasi tutti il lavoro domestici, giacché i padri potrebbero trascorrere più tempo a casa.

3. Solidarietà tra le generazioni.

La diffusione pandemica è stata particolarmente pregiudiziale per i membri dei gruppi sociali in situazioni di maggiore vulnerabilità, specialmente gli anziani, le persone con disabilità o altre malattie, così come i giovani e le popolazioni indigene in alcune aree. Aldilà dell’impatto sanitario immediato, la pandemia esporrà molti di loro a un maggior rischio di povertà, discriminazione ed isolamento. Dobbiamo recuperare il legame intergenerazionale e trovare modalità pratiche per mostrare che tutte le vite umane sono ugualmente importanti.

4. Sostenibilità.

Non dimentichiamo che questo termine, così com’è stato coniato in origine dalla Commissione Brundtland, significa “uno sviluppo che soddisfa le necessità del presente senza compromettere la possibilità che le generazioni future possano soddisfare le proprie necessità”. Dobbiamo prenderci cura del nostro pianeta, ma perché vogliamo prenderci cura dei suoi abitanti, degli uomini e delle donne nostri simili.

LAgenda per lo Sviluppo Sostenibile firmata da tutti i governi del mondo cinque anni fa ha stabilito un chiarissimo piano di azione per orientare il nostro futuro verso la direzione corretta. La sconfitta della povertà, il consolidamento di abitudini sane, il raggiungimento di una educazione inclusiva, ugualitaria e di qualità e il raggiungimento dell’uguaglianza di genere sono tutti inclusi nell’Agenda, ma come possiamo trovare il modo giusto per raggiungere questi obiettivi?

Secondo Socias, “La famiglia ha dimostrato di essere il principale agente per lo sviluppo nelle società e la pietra angolare delle città sostenibili. Pertanto, ci si deve occupare molto della sua area di azione per facilitare il suo ruolo nelle generazioni future. Un Rapporto del Segretario Generale delle Nazioni unite ci ricorda che “le famiglie forniscono cura e supporto materiale e non ai propri membri, dai bambini alle persone più anziane o a coloro che sono affetti da malattie, proteggendoli il più possibile dalle difficoltà”. E Ciambetti lo spiega come presidente del Consiglio Regionale di una delle regioni colpite per prima e più duramente durante la pandemia – “La nostra struttura sociale, in Veneto, sta reggendo grazie alla famiglia: la famiglia ha dimostrato di essere il punto di riferimento ed un autentico pilastro della società”.

Prevedibile a questo punto l’invito di Socias: “Celebra la famiglia, riscopri la famiglia, focalizzati sulla famiglia se vuoi costruire una nuova società sulla flessibilità, la responsabilità, la cura e la sostenibilità. Migliora le politiche familiare per mostrare come farlo. Questo sarà il modo corretto per stabilire l’uguaglianza, la libertà e l’ecologia, e per raggiungere tutti i membri della società”.

 

Folgaria: aria buona per la vita

Sì, dal 23 al 30 agosto sarà possibile trascorrere una bella “vacanza-studio” a FOLGARIA (Tn).

La vacanza “ci vuole”, per una “ricarica”, ma per un volontario Cav è indispensabile anche lo studio, per guadagnare o riguadagnare lucidità, motivazione, progettualità. Dunque …

 

Federnotizie Giugno-Luglio (.pdf)