Umbria: con la Ru486 in ospedale di Piero Pirovano

La Regione Umbria, il 10 giugno scorso, ha disposto che la somministrazione dell’RU 486, alle donne che vogliono abortire, avvenga durante un ricovero ospedaliero ad hoc e subito scattano le proteste delle femministe e dei partiti pro-aborto.

Nel capitolo Salute donna e IVG delle Linee di indirizzo per le attività sanitarie nella Fase 3 dell’emergenza COVID-19 si afferma, infatti, tra l’altro: “Relativamente al metodo farmaco- logico RU 486 si dispone il superamento delle indicazioni previste dalla DGR 1417 del 4 dicembre 2018 “interruzione volontaria di gravidanza con metodica farmacologica” relativamente all’opportunità di somministrare la RU 486 in regime di ricovero in day hospital”.

Infatti, le indicazioni ministeriali del 24 giugno 2010 “Linee di indirizzo sulla interruzione volontaria di gravidanza” e i pareri del Consiglio Superiore di Sanità del 18 marzo 2004  del 20 dicembre 2005  e  del 18 marzo 2010 ribadiscono  la  necessità di “regime di ricovero ordinario”, in ospedale per 3-4 giorni.

Nel varare questa linea di indirizzo l’attuale amministrazione regionale guidata dalla presidente Donatella Tesei ha certamente fatto bene, perché ha agito nell’ottica di una maggiore tutela delle madri che decidono di abortire, cosa che la legge 194/1978 purtroppo consente.

Questa decisione può essere certamente considerata anche come un ostacolo nell’itinerario verso l’esecuzione dell’intervento abortivo, quando ormai si era affermata la modalità dell’intervento in day hospital o addirittura a domicilio.

Occorre però rilevare che la nuova amministrazione regionale continua a considerare la legge 194/1978 come una norma solo sull’IVG (Interruzione volontaria della gravidanza), mentre nel suo stesso titolo ha rilievo anche la tutela sociale della maternità.

Nel citato capitolo Salute donna e IVG, infatti, non c’è traccia di cosa si debba fare, in questo tempo di pandemia, per tutelare la maternità. I soggetti coinvolti nel dramma dell’aborto procurato, sino a prova contraria, sono due: la madre e il figlio, vittima certa dell’IVG.

Il bambino non ancora nato, uno di noi, nelle relazioni su questa materia è definito semplicemente “prodotto del concepimento”, come ad esempio, si legge, nel documento del Ministero della Salute sull’Interruzione volontaria della gravidanza con mifepristone e prostaglandine. Anni 2010-2011.

A questo proposito vorrei ricordare a coloro che mi contesteranno, per quanto ho appena scritto, che anche gli autori di questo documento sono “prodotti del concepimento”, ai quali è stato però consentito di svilupparsi e di nascere.

 

Umbria: con la Ru486 in ospedale (.pdf)