La diffusione dell’aborto nel mondo, uno sguardo d’insieme di Tony Persico

Una panoramica globale dell’aborto restituisce – come prevedibile – una immagine variegata, ma non per questo priva di indicazioni importanti sulle due dimensioni rilevanti del fenomeno, quella demografica e quella giuridica. Queste emergono, in particolare, raggruppando i paesi in macro-regioni, in questo caso, usando la classificazione dell’ONU per gli obiettivi di sviluppo sostenibile (SDG). Al netto della sintesi statistica, il tasso di aborto appare in sensibile riduzione nelle regioni più ricche del mondo. Al contrario, l’aborto è in aumento nelle regioni più povere, nonostante queste ultime abbiano, in media, legislazioni ben più restrittive.

Le statistiche più recenti sono fornite da uno studio guidato da J. Bearak del Guttmacher Institute, un think-tank pro-aborto con sede negli USA, insieme a un pool ricerca di agenzie delle Nazioni Unite, compresa l’Organizzazione Mondiale della Sanità, e dalla Banca Mondiale. Lo studio, pubblicato a fine luglio del 2020 sulla rivista Lancet Global Health[1], riunisce

statistiche e stime sull’aborto di tutti i paesi membri delle Nazioni Unite. Tuttavia, la configurazione della ricerca tradisce un approccio parziale al problema: le stime sull’aborto per macroregioni, sono accompagnate dalle consuete raccomandazioni su diritti riproduttivi e accesso all’aborto.

Mancano, invece, indicazioni sulle misure di prevenzione dell’aborto e di sostegno alla maternità.

Nel quadro delineato dalla ricerca, il numero di aborti, in proporzione alla popolazione, nei paesi avanzati e in alcuni paesi emergenti è in drastica diminuzione. In particolare, il tasso di aborto (il numero di aborti per 1000 donne in età fertile) stimato nei periodi 1990-1994 e 2015-2019 per l’Europa e l’America del nord è più che dimezzato e passa da 46 a 17 (-63%).

Nello stesso periodo di riferimento, in Australia e Nuova Zelanda il tasso di aborti scende da 19 a 15 (-19%).

La riduzione in Nord Africa e Asia occidentale è del 14% mentre in America latina è dell’8%. In controtendenza sono, invece, le regioni dell’Asia centrale e meridionale dove il tasso di aborto è salito rispettivamente del 15% e del 13%. Gli incrementi maggiori si registrano nell’Africa sub-sahariana e nelle isole minori dell’Oceania, le stime sono rispettivamente del 24% e del 53%. Un altro punto di analisi riguarda la stima degli esiti delle gravidanze indesiderate. In Europa e nord America, il tasso di gravidanze indesiderate (anch’esso un dato stimato) è sceso sensibilmente da 67 a 35 gravidanze per 1000 donne in età fertile nel periodo di riferimento. Di queste, la percentuale di gravidanze che si sono concluse con un aborto è scesa del 29% (circa una gravidanza indesiderata su due termina con un aborto), mentre lo stesso tasso di gravidanze indesiderate nell’Africa sub-sahariana è aumentato del 41% (circa 37 gravidanze indesiderate su 100 terminano con un aborto).

Il colpo d’occhio della legislazione sull’aborto nel mondo è quanto mai frastagliato. Una fonte interessante è il database curato dal Dipartimento di Economia e Affari sociali dell’ONU (UN DESA)[2].

L’analisi dell’UN DESA, aggiornata nel 2019, cerca di sintetizzare le disposizioni esistenti sulla base delle condizioni di accesso alla procedura e delle restrizioni o obblighi in vigore. Tuttavia, a fronte di circa 200 paesi riportati, il database riporta oltre 400 note per spiegare le varie differenze nazionali. Da subito emerge come i paesi che consentono l’aborto su richiesta siano in netta minoranza, appena un terzo, generalmente concentrati nella macroregione Europa e nord America.

Scendendo nel dettaglio, possiamo vedere come l’uso della pillola abortiva sia meno diffuso di quanto si pensi: i paesi che ammettono l’aborto farmacologico rappresentano appena un quarto dei 204 paesi censiti.

Tuttavia, quasi due terzi dei paesi della regione Europa e nord America ne ammette l’uso. Il database UN DESA ci offre anche un dato incoraggiante sul diritto di obiezione di coscienza.

L’obiezione del personale sanitario è, infatti, riconosciuta in oltre la metà dei paesi nella macroregione di Europa e nord America e nella macroregione dell’Africa sub-sahariana. In percentuali via via minori in America Latina e nel resto del mondo.

Abbiamo visto come nei paesi più poveri (in particolare in Africa) la regolazione dell’aborto è in genere più restrittiva che altrove, ma il tasso di aborto in queste regioni non varia sensibilmente tra paesi con maggiori restrizioni all’aborto e paesi in cui l’aborto è facilmente accessibile.

Tuttavia, i sostenitori della liberalizzazione dell’aborto puntano, implicitamente, ad allineare il tasso di aborto a quello delle gravidanze indesiderate, come se aborto e contraccezione fossero due facce della stessa medaglia: abbassare il numero di gravidanze indesiderate promuovendo la contraccezione, o aumentare il numero di aborti promuovendone la liberalizzazione. Il cortocircuito di questo approccio è facilmente svelato dai numeri. Nel periodo 2015-2019, il valore medio del tasso di aborto per i paesi considerati ad alto reddito dalla Banca Mondiale è di circa 15 aborti per 1000 donne in età fertile, mentre nei paesi con reddito basso e medio si attesta intorno a 40 aborti per 1000 donne in età fertile. La riduzione registrata nella diffusione dell’aborto nei paesi più ricchi, unito al trend in aumento dei paesi più poveri, lascia intuire che una convergenza (il cosiddetto catch-up) è quasi irrealizzabile.

Ammettendo che questo possa costituire un obiettivo per il futuro – sarebbe auspicabile una riduzione generale fino l’inutilità delle procedure abortive – i ripetuti inviti ai paesi a basso reddito per una maggiore liberalizzazione dell’aborto appaiono discutibili.

La regolamentazione dell’aborto è, al contrario, un punto critico per arginare le derive eugenetiche e in particolare per contrastare il fenomeno della selezione di genere alla nascita. Una selezione che ha avuto come risultato oltre 140 milioni di “donne mancanti” all’appello nella popolazione mondiale. Un dato che ha portato anche le Nazioni Unite a lanciare più di un allarme. Non stupisce che l’incidenza degli squilibri di genere nella popolazione, stando ai dati dell’UN DESA, sia più accentuata nelle regioni con il maggiore tasso di aborto[3].

Questo dovrebbe farci guardare alla diffusione dell’aborto attraverso uno sguardo d’insieme, per esempio, tenendo presente la rete sociale di tutela della donna e delle mamme, i servizi per l’infanzia, oltre al ruolo della famiglia, delle istituzioni e delle organizzazioni di volontariato. Interessante, a riguardo, è il confronto con i dati sulla tutela delle madri lavoratrici raccolti dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro dell’ONU (ILO). Le stime di un report ILO 2014[4], ad esempio, mostrano come le macroregioni in cui un numero maggiore di donne è coperto da benefici di maternità siano le stesse in cui il tasso di aborto è in diminuzione.

Volendo guardare l’altro versante del fenomeno, quello delle gravidanze indesiderate, dovremmo chiederci cosa potrebbe farle essere, al contrario, desiderate: cercare, cioè, cosa manca per allineare il bene comune, inopinabilmente legato alla continuità delle generazioni, all’accoglienza della vita nascente da parte di una madre in difficoltà. Questo è con ogni probabilità il vero gap da colmare e la grande sfida per costruire una civiltà accogliente nei confronti della vita nascente.

[1] Bearak, Jonathan, et al. “Unintended pregnancy and abortion by income, region, and the legal status of abortion: estimates from a comprehensive model for 1990–2019.” The Lancet Global Health (2020).

[2] United Nations, Department of Economic and Social Affairs, Population Division (2019). World Population Policies 2017: Abortion laws and policies.

[3] United Nations, Department of Economic and Social Affairs, Population Division (2019). World Population Prospects 2019, Online Edition. Rev. 1.

[4] Addati, Laura et al. “Maternity and paternity at work: Law and practice across the world”. International Labour Office, 2014.

 

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