4° Corso di Alta Formazione “Roberto Bennati” per Volontari CAV di Marina Casini Bandini

Riscoprire la nostra identità per comunicare speranza. Identità, strategia e prospettive del Mpv italiano

 

INTRODUZIONE

Il tema è molto importante perché all’identità sono legati il senso di appartenenza, la direzione verso cui vogliamo andare, il carisma, la missione, il senso stesso del Movimento. Diverse considerazioni spingono ad affrontare questo tema: sono passati tanti anni dalle origini, questo rende necessaria una “messa a giorno” di ciò che siamo specialmente pensando al ricambio generazionale; le aggressioni alla vita sono più estese e insidiose; è cambiato il quadro politico-partitico; è cambiato il modo di comunicare; sono cambiati i luoghi di incontro e gli spazi di aggregazione diventano sempre più virtuali; è cambiato il pontificato; sono aumentati i gruppi pro-life, è arrivata la pandemia a complicare tutto.

Il MpV è il primo (in ordine cronologico) e il più grande movimento pro-life italiano ed europeo. «Nella varietà delle iniziative pro life, delle sigle associative, degli eventi, delle comunicazioni, il MpV si è sempre contraddistinto per la fermezza dei principi, la compostezza degli interventi, la costruttività delle proposte praticabili in sede normativa, la paziente ricerca di strategie di intesa nell’ambito pubblico (amministrativo) fin dove possibile, a difesa della vita nascente e a protezione delle persone vulnerabili. Ma anche per aver saputo unire in una grande famiglia il profilo assistenziale e quello culturale» (G. Anzani).

Il Card. Angelo Bagnasco in un bellissimo libro che uscirà nei prossimi mesi “Di un amore infinito possiamo fidarci” a cura di Francesco Ognibene, scrive: «Mi è caro riproporre quanto ho avuto occasione di scrivere nel trentennale del Movimento per la Vita: esso “ha avuto una fondamentale funzione nel tenere sveglia la coscienza degli italiani. Se nella cultura italiana l’opzione abortiva non è diventata “normale”, molto si deve all’iniziativa di questo volontariato e dei media che l’hanno costantemente sostenuto». Nella relazione all’assemblea annuale del 2012, Carlo Casini commenta questo passaggio: «Le parole del card. Bagnasco ci dicono che la nostra funzione è stata “fondamentale” e che “non deve diradarsi proprio ora”. Bisogna allora capire quali sono gli aspetti per i quali la nostra funzione e giudicata storicamente fondamentale e conseguentemente fare in modo che proprio questi aspetti non si illanguidiscano, ma anzi si rafforzino e si proiettino verso il futuro». Poi individua «tre ragioni della “fondamentalità” del nostro impegno: la fedeltà alla antropologia cristiana, quale esposta nel magistero della Chiesa; la capacità di essere punto di riferimento unitario per la sensibilità a favore della vita nella società religiosa e civile; la intelligenza operativa nel tradurre il valore della vita in iniziative e proposte concrete».

L’identità del Movimento poggia su sue colonne fondamentali – la laicità e la specificità – attorno alle quali si sviluppa tutto il resto.

 

LAICITÀ

Il MpV si è sempre dichiarato laico nel senso di “a-confessionale”. A livello statutario e di impegno pubblico, infatti, il Movimento non esprime una confessione religiosa, né la rappresenta. Si pensi per esempio che nel primo CAV di Firenze c’erano cristiani, ebrei, credenti e non credenti e che il Movimento per la vita di Scutari (Albania) e stato fondato insieme al rabbino capo di quella città e al leader dei musulmani. Gli assetti organizzativi interni alla Federazione (statuti, metodi democratici ed elettivi, profili giuridici, autonomia e responsabilità operativa) sono affidati alla prudente e libera decisione e riflettono, appunto, l’aconfessionalità.

Tuttavia sappiamo che gli aderenti più appassionati e fedeli sono cattolici, seguono una vocazione evangelica che ha nella fede in Gesù e nel “comandamento nuovo” il suo fondamento; che l’inizio del Movimento è stato favorito da Vescovi e anche dal Santo Padre, che i sommi Pontefici che si sono succeduti dal 1975 in poi hanno sempre incoraggiato il Movimento per la Vita, che in molte riunioni del Movimento è anche organizzato uno spazio di preghiera, che alcune ragazze e ragazzi del Movimento per la Vita hanno ricevuto e accolto una vocazione alla vita consacrata. Il MpV sa bene che, come ha detto Papa Francesco (20 settembre 2013), «l’attenzione alla vita umana nella sua totalità è divenuta negli ultimi tempi una vera e propria priorità nel magistero della Chiesa» e sa che la coerenza con il messaggio della Chiesa ed il sostegno dei suoi pastori sono indispensabili per l’efficacia della sua azione. Il carisma del MpV è stato confortato da persone sante, come Madre Teresa, come Giovanni Paolo II. Il nostro cammino, la nostra azione concreta, riconosce nei Pastori una guida, una lampada preziosa per i passi da compiere lungo un terreno impervio: ed anzi prega perchè l’ispirazione e il sostegno confermi la fede, l’amore e l’unita. Ai Vescovi inviamo libri e materiali. Ricordiamo anche con gioia la vicinanza del quotidiano “Avvenire” che ha svolto un ruolo di particolare importanza in occasione di iniziative importanti. Il MpV fa parte del tavolo famiglia e vita della CEI.

Eppure, nonostante ciò, lo stesso papa Francesco, confermando la linea dei suoi predecessori, ha detto (2 febbraio 2019) «Voglio ringraziare il vostro Movimento per il suo attaccamento, da sempre dichiarato e attuato, alla fede cattolica e alla Chiesa, che vi rende testimoni espliciti e coraggiosi del Signore Gesù. E, nello stesso tempo, apprezzo la laicità con cui vi presentate e operate, laicità fondata sulla verità del bene della vita, che è valore umano e civile e, come tale, chiede di essere riconosciuto da tutte le persone di buona volontà, a qualsiasi religione o credo appartengano. Nella vostra azione culturale avete testimoniato con franchezza che quanti sono concepiti sono figli di tutta la società, e la loro uccisione in numero enorme, con l’avallo degli Stati, costituisce un grave problema che mina alle basi la costruzione della giustizia, compromettendo la corretta soluzione di ogni altra questione umana e sociale».

Emergono, dunque, alcune caratteristiche tipiche del Movimento per la Vita che esigono un rapporto con la Chiesa cattolica speciale e diverso da quello di altri gruppi, movimenti e associazioni. La proclamazione di laicità ha le seguenti ragioni.

1.L’aborto ferisce la comunità civile Il precetto del “non uccidere” e il riconoscimento dell’eguaglianza di tutti gli esseri umani dovrebbero essere la base del bene comune. Perciò, l’aborto non è soltanto un peccato, ma è anche una profonda ferita della comunità civile a servizio della quale il MpV ha inteso collocarsi pienamente. «Il Vangelo della vita non è esclusivamente per i credenti, è per tutti. La questione della vita e della sua difesa e promozione non è prerogativa dei soli cristiani. Anche se dalla fede riceve luce e forza straordinarie, essa appartiene ad ogni coscienza umana che aspira alla verità e che è anche attenta e pensosa per le sorti dell’umanità. Nella vita c’è sicuramente un valore sacro e religioso, ma in nessun modo esso interpella solo i credenti. Si tratta infatti di un valore che ogni essere umano può cogliere anche alla luce della ragione e che perciò riguarda necessariamente tutti. Il Vangelo della vita è per la città degli uomini» (EV, 101). Papa Francesco ha ripetuto più volte questo pensiero con parole molto forti. Ad esempio nell’intervista resa il 17 febbraio 2016 durante il volo di ritorno dal Messico disse: «L’aborto non è un problema teologico, è un problema umano […] è un male in sé stesso, ma non è un male religioso, all’inizio no, è un male umano». Papa Francesco: «No: è un problema pre-religioso. La fede non c’entra. Viene dopo, ma non c’entra: è un problema umano. E’ un problema pre-religioso. Non carichiamo sulla fede una cosa che non le compete dall’inizio. E’ un problema umano. Soltanto due frasi ci aiuteranno a capire bene questo: due domande. Prima domanda: è lecito eliminare una vita umana per risolvere un problema? Seconda domanda: è lecito affittare un sicario per risolvere un problema? A voi la risposta. Questo è il punto. Non andare sul religioso su una cosa che riguarda l’umano. Non è lecito. Mai, mai eliminare una vita umana né affittare un sicario per risolvere un problema» (25 maggio 2019). Naturalmente la vocazione ad agire nella società civile implica l’uso di un linguaggio comprensibile per tutte le donne e per tutti gli uomini e la scelta di strutture organizzative apprezzabili nella società civile. Il Movimento usa perciò lo sguardo di scienza e di ragione, anche se i singoli riescono a resistere alle denigrazioni e incomprensioni in forza della loro fede.

2.La società civile è composita Nella società civile ci sono anche i non credenti e gli appartenenti a religioni diverse dalla cattolica. Perciò il MpV deve essere aperto alla collaborazione anche di non cattolici o non credenti e rendersi capace di essere persuasivo verso di essi. Abbiamo ricevuto più volte l’invito a collaborare con tutti gli uomini di buona volontà per cambiare la società e noi stessi vogliamo essere collaborativi. Essere qualificato come movimento ecclesiale potrebbe impedire pregiudizialmente l’ascolto di alcuni ambienti. Anzi, nella storia del MpV vi è sempre stato il tentativo di coinvolgere personalità che si auto-dichiarano laiche. Possiamo ricordare per tutti la presa di posizione pubblica e forte di Giuliano Amato a favore della proposta di legge di iniziativa popolare promossa dal MpV che chiedeva il riconoscimento della capacità giuridica di ogni essere umano a partire dal concepimento e non dalla nascita come ora recita l’articolo 1 del codice civile (I diritti dell’embrione, “Liberal”, aprile 1997, n. 24, pag. 3). Amato, poi, non potendo partecipare al convegno CAV del 2011, inviò un biglietto in cui scrisse: «Il tema da voi trattato è tra quelli che molti cercano di accantonare e che tuttavia ritornano sulla scena perché sono ineludibili. La vita inizia con il concepimento e il bambino concepito è già una creatura che inizia il suo cammino nel mondo. Sono convinto, e non da oggi, che una delle implicazioni di ciò sia il riconoscimento della sua capacita giuridica, che è capacità di essere titolare di diritti tutelabili e tutelati dall’ordinamento già dal concepimento. Così fu un passato e così dovrebbe essere nella realtà civile e sociale del nostro tempo».

3.Smontare il pretestuoso argomento “cattolico” Questa scelta ha una motivazione parzialmente tattica, perché la “congiura contro la vita” cerca di chiudere il riconoscimento della dignità umana del concepito nell’ambito della sola fede cattolica. Per “scartare” il concepito anche mentalmente, cioè per cancellarne l’identità umana, viene spesso usato l’argomento che solo i cattolici riconoscono nell’embrione umano uno di noi. Molto forte è in questo senso la testimonianza del professor Bernard Nathanson che, convertitosi alla vita (e poi anche alla fede cattolica) dopo aver fatto migliaia di aborti ha “confessato” quali erano e quali sono le tre strategie della campagna abortista: conquistare i mass-media, giocare la carta cattolica, denigrare e sopprimere tutte le prove scientifiche del fatto che la vita ha inizio dal concepimento). Quanto alla “carta cattolica”: «La seconda strategia fu giocare la “carta cattolica”. Sbeffeggiammo sistematicamente la Chiesa Cattolica e le sue “idee socialmente arretrate” e scegliemmo la gerarchia cattolica come colpevole dell’opposizione contro l’aborto. Questo argomento fu ripetuto all’infinito. Diffondemmo ai media bugie del tipo “tutti sappiamo che l’opposizione all’aborto viene dalla gerarchia e non dalla maggioranza dei cattolici” e “i sondaggi dimostrano ripetutamente che la maggior parte dei cattolici vuole la riforma della legge sull’aborto”. I media bersagliarono insistentemente il pubblico americano con queste informazioni, persuadendolo che qualsiasi opposizione alla liberalizzazione dell’aborto doveva essere sotto l’influenza della gerarchia ecclesiastica e che i cattolici favorevoli all’aborto erano illuminati e lungimiranti. Da questa affermazione propagandistica si deduceva che non esistessero gruppi antiabortisti non cattolici; il fatto che altre religioni cristiane e non cristiane fossero (e ancora sono) unanimemente antiabortiste era costantemente sottaciuto, allo stesso modo delle opinioni prolife espresse da atei». Invece il fondamento della difesa dei bambini non nati e la ragione, la quale oggi è divenuta scienza che vede l’umanità del concepito. Perciò conviene usare argomenti di ragione per cambiare la società.

4.La congiura a livello internazionale Le aggressioni contro la vita nascente oggi hanno le loro radici anche in ambienti sopranazionali, addirittura di livello mondiale. La “congiura contro la vita” opera a livello planetario, occupando anche ruoli importanti negli organismi internazionali. E’ opportuno, perciò, contrastare e dialogare anche con questi ambienti, che in larga misura non sono cattolici. Per resistere ad essa non è sufficiente la voce di un solo movimento nazionale. Per farsi sentire è importante un collegamento unitario. Di qui l’opportunità di stabilire contatti permanenti con i vari MpV del mondo. A questo riguardo è memorabile il risultato del collegamento tra i vari movimenti per la vita nel mondo ottenuto al congresso del Cairo su popolazione e sviluppo svoltosi nel 1994 (Carlo Casini, Le cinque questioni del Cairo, “Studi Cattolici”, a. XXXVIII, n. 405, novembre 1994, pp. 698-705).

C’è un altro motivo pratico che rende opportuno il collegamento tra i movimenti: l’aiuto alla vita nascente in collaborazione tra più Paesi. E’ già capitato che una donna italiana si sia trasferita in un’altra nazione dove decide di abortire. In questi casi la segnalazione a un centro di aiuto alla vita locale ha portato alla salvezza di qualche vita umana. C’è poi il caso inverso in cui movimenti stranieri segnalano casi meritevoli di accoglienza e di ascolto di gestanti straniere trasferitesi in Italia. Questa e la ragione di collegamenti europei ed anche con la federazione statunitense dei centri di aiuto alla vita chiamata “Heartbeat international”.

5.La ricostruzione di un autentico concetto di laicità e di diritti dell’uomo Il concetto di laicità si è corrotto, cosi come quello di diritti umani. La laicità viene intesa come l’atteggiamento di chi contrasta il pensiero religioso e i diritti dell’uomo sono in balia di una cultura che li priva del loro autentico fondamento. Deve essere ricostruito un concetto vero e nobile di laicità: quello, cioè, che ha come obiettivo primario il rispetto della uguale dignità di ogni essere umano (questo e il principio base della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo) e che utilizza la ragione come strumento comune di lavoro. Il MpV dichiarandosi laico cerca di contribuire alla ricostituzione di un concetto di laicità e di diritti umani non ostile alla Chiesa.

6.Laicità a servizio della Chiesa La nostra laicità è infatti pensata anche come servizio alla Chiesa. La nostra a-confessionalità consente di non attribuire alla Chiesa eventuali nostri errori in modalità di dettaglio. La difesa della vita nella società implica anche contatti con il mondo politico che non e opportuno siano attribuiti alla Chiesa. Intendiamoci, ci sono eventi o eccezionali iniziative che richiedono in preventivo consiglio della Chiesa. La storia mostra che il MpV ha avviato iniziative di grande rilievo pubblico e in perfetta sintonia con la Chiesa. Così avvenne quando nel 1976 fu avviata dal MpV la proposta di legge di iniziativa popolare intitolata “Accoglienza della vita umana nascente e accoglienza della maternità”; quando il MpV progettò le due proposte referendarie c.d. “massimale” e “minimale” per fronteggiare la proposta di referendum radicale sull’aborto; quando si trattò di impedire il far west procreatico con una legge che partisse dall’angolo di visuale dei diritti del bambino concepito attraverso le tecniche di fecondazione artificiale e quando nei successivi referendum del 2005 contro la legge 40, la tecnica dell’astensione fu concordata con la presidenza della CEI. Grande è stato il sostegno della Chiesa italiana alla iniziativa dei cittadini europei denominata “uno di noi”. Tale iniziativa fu illustrata in primo luogo in una riunione della conferenza dei vescovi europei, poi ci sono state numerosi incontri organizzativi coinvolgenti molti associazioni e movimenti cattolici realizzati presso la sede della Conferenza episcopale e con la partecipazione di un rappresentante della CEI.

Tuttavia non sembra necessario che per la sua attività ordinaria il MpV debba consultare la Chiesa. In secondo luogo la voce delle associazioni e movimenti cattolici deve essere unitaria in un campo così difficile. Ma vi sono talora posizioni addirittura critiche verso la Chiesa. Per fare unità in fedeltà alla Chiesa il MpV non può limitarsi a dire dei “no” alle posizioni dissenzienti, ma deve assumere iniziative capaci di trascinare tutti. Questo è un servizio alla Chiesa anche sul piano pastorale, perché evita che prendano spazio le critiche alla Chiesa stessa o ai suoi pastori.

 

SPECIFICITÀ: IL CONCEPITO È UNO DI NOI

Il MpV è nato contemplando la dignità nel più piccolo, povero e inerme degli esseri umani.

E’ giusto restare ancorati a questo tema con tutti i problemi che ci sono? La risposta è sì ed ecco i motivi:

1.La vita è tutta la vita, ma… Nell’ “Evangelium Vitae”, Giovanni Paolo II «Il servizio della carità nei riguardi della vita deve essere profondamente unitario: non può tollerare unilateralismi e discriminazioni, perché la vita umana è sacra e inviolabile in ogni sua fase e situazione; essa è un bene indivisibile. Si tratta dunque di “prendersi cura” di tutta la vita e della vita di tutti. Anzi, ancora più profondamente, si tratta di andare fino alle radici stesse della vita e dell’amore» (EV, n. 87). A questo riguardo è bello ricordare che alcuni Centri di Aiuto alla Vita e Movimenti per la Vita locali sono stati fondati da persone che prima avevano dedicato il tempo all’assistenza di altre categorie di poveri; ci sono medici che vanno in missione in Africa e che lavorano anche nei CAV e nelle Case di Accoglienza. E’ dunque evidente che la vita è tutta la vita ed è giusto ricordare questa ovvietà a chi, per esempio, strumentalizza il tema dell’aborto per attirare voti in campagna elettorale ma si mostra del tutto insensibile ad altre tragedie umane e in generale al dovere di solidarietà verso tutti gli uomini in condizioni di difficoltà, miseria, ecc.

Ma, attenzione, se quel giudizio “la vita è tutta la vita” è rivolto al nostro volontariato dedicato in modo specifico al servizio alla vita nascente, allora significa che non si comprende la vera importanza del nostro servizio e la gravita di quanto accade nei confronti dei bambini concepiti. In pratica si vuole deviare lo sguardo su altri problemi così da mettere in secondo, terzo, quarto o ultimo piano la questione della vita prima della nascita. Jérôme Lejeune parlava di “evasione”, “diversione” dello sguardo; negli anni abbiamo ripreso questa idea parlando di “annacquamento”.

2.Uno scarto totale. Cambiare il giudizio morale e giuridico La “cultura dello scarto” è molto estesa e investe varie categorie di esseri umani, ma nei confronti del non ancora nato lo “scarto” è totale. Egli deve essere escluso anche dalla mente. Deve essere impedito persino lo sguardo su di lui, deve essere distrutto mentalmente prima che fisicamente. La “congiura contro la vita” non vuole neppure che se ne parli. Lo “scarto” dei non nati è considerato “diritto”; “scelta di libertà”; “conquista”; “progresso civile”. E allora ecco che si parla di aborto come “diritto umano fondamentale”, si pretende il “diritto al figlio” e si rivendicano i “diritti della scienza”. In tutti questi casi, si vuole la legittimazione giuridica, assistenza sanitaria e consenso sociale. Rispetto alle offese, pur gravissime e diffuse, riguardanti altre fasi della vita umana, quelle che si dispiegano nell’area della vita nascente presentano una caratteristica peculiare: l’attacco ha come obiettivo quello di cambiare il modo di pensare dei popoli, cioè di cambiare i criteri del giudizio morale e giuridico. Perciò è necessaria una organizzazione che si lasci identificare con riferimento esclusivo al più povero dei poveri. In tal modo i concepiti sono resi presenti nella società. Perciò l’esistenza di un movimento che sceglie come suo specifico compito quello di proteggere il bambino non ancora nato è un modo di ricordare alla società l’identità umana del concepito e di andare incontro alla sua mamma, vittima anche lei della “cultura dello scarto”.

3.Fermare un “olocausto” I problemi da affrontare per difendere la vita non ancora nata sono molti e pesanti: condividere le difficolta della madre e risolvere i relativi problemi, intervenire nella educazione dei ragazzi e dei giovani, incidere nella cultura, illuminare i politici. Inoltre il nostro lavoro è articolato su più fronti, è enorme, assorbente. Fu chiesto a Santa Madre Teresa di Calcutta come giudicava questa nostra specificità e se dovevamo sentirci in colpa non essendo in grado di intervenire a protezione di altre povertà; la Santa ci rispose che non dovevamo preoccuparci perché noi abbiamo in programma di fermare un “olocausto”.

4.Vita nascente prima pietra di un generale rinnovamento civile e morale Contemplando la dignità umana nel concepito e riconoscendolo come uno di noi mettiamo le condizioni per accogliere ogni povertà, si introducono risorse intellettuali e morali per rinnovare l’intera società in una logica di solidarietà, di eguaglianza e di giustizia sociale. Nella difesa del concepito troviamo un punto di forza per risolvere ogni altra questione. Nella preghiera a Maria aurora del mondo nuovo l’attenzione allo “sconfinato numero di bambini cui viene impedito di nascere” precede l’attenzione a tutte le altre situazioni di ultimità. «Se si perde la sensibilità personale e sociale verso l’accoglienza di una nuova vita, anche altre forme di accoglienza utili alla vita sociale si inaridiscono» (“Caritas in veritate”, n. 28).

PER UNA SPIRITUALITÀ DELLA VITA

Tutto il nostro agire e tutto il nostro dire devono tenere conto che è nella più profonda e radicale dimensione metafisica che si svolge lo scontro immane e drammatico tra il male e il bene, la morte e la vita, la “cultura della morte” e la “cultura della vita”. Ci troviamo non solo “di fronte”, ma necessariamente “in mezzo” a tale conflitto: tutti siamo coinvolti e partecipi, con l’ineludibile responsabilità di scegliere incondizionatamente a favore della vita» (EV. n. 28). Questa responsabilità possiamo viverla solo se abbracciamo la “spiritualità dello sguardo contemplativo” da coltivare in noi e negli altri (cfr. EV, n. 83). Questo sguardo «nasce dalla fede nel Dio della vita, che ha creato ogni uomo facendolo come un prodigio […]. E’ lo sguardo di chi vede la vita nella sua profondità, cogliendone le dimensioni di gratuità, di bellezza, di provocazione alla libertà e alla responsabilità. E’ lo sguardo di chi non pretende d’impossessarsi della realtà, ma la accoglie come un dono, scoprendo in ogni cosa il riflesso del Creatore e in ogni persona la sua immagine vivente […]. Questo sguardo non si arrende sfiduciato di fronte a chi e nella malattia, nella sofferenza, nella marginalità e alle soglie della morte; ma da tutte queste situazioni si lascia interpellare per andare alla ricerca di un senso e, proprio in queste circostanze, si apre a ritrovare nel volto di ogni persona un appello al confronto, al dialogo, alla solidarietà» (EV, 83). Madre Teresa lo aveva capito molto bene e per questo diceva che «Quel piccolo bambino non ancora nato è stato creato per una grande cosa: amare ed essere amato». La spiritualità dello sguardo contemplativo porta non solo a vivere la fratellanza più radicale, ma anche a rivivere in ogni vita che inizia il senso dell’intero universo, della storia: «bisogna […] sentire che questo piccolo essere che potrebbe stare nel palmo della mia mano, è uno di noi, un nostro fratello, accomunato dal nostro stesso destino. Bisogna avvertire lo stupore per la meraviglia che egli è. Ogni vita che inizia è frutto della fatica dell’universo, dello spazio e del tempo, dell’evoluzione e delle generazioni. In che senso essa è un principio di riconciliazione? A causa della sua insuperabile povertà. Perché il concepito non ancora nato è il simbolo di ogni ultimo. Cosa conta l’uomo? Se rispondo che egli è il valore principale del creato quando mi trovo di fronte all’uomo sano, forte, ricco, intelligente, amato, temo che la mia risposta sia influenzata anche dalla ricchezza, dalla salute, dalla forza, dall’intelligenza, dalle relazioni con gli altri. Proviamo a spogliare quest’uomo da ogni possesso, liberiamolo da ogni qualifica diversa dal fatto di essere uomo, rendiamolo così povero da non avere tra le sue mani altra ricchezza se non quella di essere definibile come “individuo vivente appartenente alla specie umana”. Avremo di fronte, allora, l’uomo al suo inizio: il concepito non ancora nato. Di fronte a lui riproponiamo la domanda: è o non è, egli, il valore e il senso del creato? Se la risposta è positiva abbiamo detto che l’uomo è sempre un valore, è sempre un fine in ogni circostanza e quali che siano le condizioni della vita. Questo è il principio di riconciliazione. […]. Se “lui” è un valore, allora tutto il creato ha un senso, anche se percepito in modo intuitivo e misterioso. L’universo deve avere un significato, con il suo succedersi delle generazioni. Vale allora la pena di vivere. Non vi è spazio per il pessimismo. Ogni figlio è l’istintiva speranza che il bene alla fine supererà il male, che il futuro potrà essere migliore del passato. Le delusioni e gli insuccessi non sono definitivi. Possiamo ancora ritentare, giocare la scommessa, tentare l’avventura: “Per ritrovare speranza bisogna avere il coraggio di dire la verità: la vita di ogni uomo è sacra”» (Carlo Casini, È questo il principio della riconciliazione, in Si alla vita, a. VIII, n. 1 gennaio 1985, pp. 1-2).

La spiritualità dello sguardo contemplativo – che chiama ogni figlio concepito “capolavoro della creazione”, “meraviglia delle meraviglie”, concentrato di speranza” – è anche spiritualità di misericordia, della più basilare misericordia, perché riconoscere che l’altro – dunque anche il concepito – è uno di noi, è il primo atto di carità. Se il samaritano della parabola evangelica non avesse riconosciuto nel viandante aggredito lungo la strada un suo fratello, cioè uno di noi, non si sarebbe fermato per soccorrerlo e prendersi cura di lui. La differenza tra lo sguardo del sacerdote e del levita che “passarono oltre” e lo sguardo del samaritano che “ebbe compassione”, è proprio nel riconoscimento della uguale comune umanità (Cfr. Carlo Casini, Vita nascente e misericordia, in “Gesù confido in Te”, maggio-giugno 2016, anno 9, n. 50, pp. 50-51 anche in La dimensione contemplativa nella difesa della vita umana, Ed. Movimento per la Vita, Roma 2019, pp. 123-126). Di qui lo stile di vita che pone «il primato dell’essere sull’avere, della persona sulle cose» e che «implica anche il passaggio dall’indifferenza all’interessamento per l’altro e dal rifiuto alla sua accoglienza» (EV, 98).

La spiritualità dello sguardo contemplativo può spingersi finanche «nel cuore stesso del mistero di Dio, dove Cristo si immedesima nell’uomo, sicché “il rifiuto della vita dell’uomo, nelle sue diverse forme, e realmente rifiuto di Cristo”» (Carlo Casini, Una grande preghiera per la vita, in “Gesù confido in Te”, a. 5, n. 26, maggio-giugno 2012, pp. 36-38).

Mi fermo qui, ma vi invito a leggere due testi che offrono una maggiore riflessione rispetto a quanto qui appena abbozzato: La dimensione contemplativa nella difesa della vita umana, Ed. Movimento per la Vita, Roma, 2019 e «Ecce homo… lo avete fatto a me», Ed. Movimento per la Vita, Roma, 2020. La dimensione spirituale del nostro impegno abbraccia la Speranza che, nonostante ogni contraria apparenza, paragona la nostra presenza nella società alle forze che negli abissi delle acque marine muovono gli oceani: non è ciò che sta in superficie a guidare il corso della storia, ma è ciò che opera nelle profondità a orientare verso uno sbocco positivo – la civiltà della verità e dell’amore – la storia dell’umanità. (Cfr. Giorgio La Pira in “L’Osservatore Romano”, 19 marzo 1976).

STRATEGIA E PROSPETTIVE

Come dunque portare avanti il nostro impegno? Su quali tasti battere? Come realizzare le condizioni culturali del cambiamento? In primo luogo, bisogna insistere sulla piena umanità del concepito avvalendosi della scienza e della ragione e mostrando che qui risiede la forza rigeneratrice della società. Di conseguenza far comprendere che il MpV è sullo stesso piano dei movimenti che hanno lottato per l’uguaglianza tra tutti gli esseri umani, per la pace nel mondo («Il vostro, pertanto, non e soltanto un Movimento per la Vita, ma anche un autentico Movimento per la pace, proprio perché si sforza di tutelare sempre la vita», Giovanni Paolo II, 22 maggio 2003): l’impegno per la vita non guarda al passato, ma al futuro: vuole portare al compimento un moto storico di liberazione che nel nostro tempo è chiamato a confrontarsi con la dignità umana sulle frontiere estreme della vita. Attenersi con fiducia alla logica della gradualità: le grandi battaglie di civiltà, come quella per esempio per l’abolizione della schiavitù e della pena di morte, si stendono su tempi lunghissimi e sono caratterizzate da momenti aspri e duri, da alti e da bassi. Sono “travagli” storici il cui esito finale è raggiunto da risultati parziali che rispondono al criterio del massimo bene possibile qui ed ora. Importante è chiarire che la rinuncia alla sanzione penale (strumento) non deve significare rinuncia alla tutela del diritto alla vita (fine). Fondamentale è poi valorizzare l’alleanza tra la donna e la vita, per questo è necessario riprendere con più slancio e vigore l’iniziativa “Cuore a cuore”. Puntare a una comunicazione positiva, propositiva e persuasiva. Su questo il Corso di Calalzo offrirà notevoli spunti; mi limito a riportare una frase di Carlo Casini, ripresa da una mail (22 aprile 2018): «L’aborto è un omicidio, ma penso che per cambiare l’attuale cultura della morte e salvare il maggior numero possibile di bambini, bisogna riuscire ad entrare nel cuore delle donne e risvegliare il loro coraggio materno. Bisogna anche penetrare nel pensiero unico dominante evitando reazioni di chiusura negli interlocutori. Per questo aspetto è importante parlare positivamente del bambino. Dopo tanti anni di lunghe battaglie sono convinto che questo è il punto centrale essenziale, persuasivo, coerente con la scienza e con la moderna cultura dei diritti umani».

Le linee fondamentali del nostro futuro sono dunque già chiare sia sul versante interno sia sul versante esterno. E’ necessario mantenere una profonda unità tra le varie realtà che compongono la Federazione del MpV Italiano: la parola che salva la vita è indispensabile e moltiplica la solidarietà, ma, a sua volta, la parola è resa autentica dalla solidarietà concreta; fondamentale è poi custodire uno spirito di fratellanza tra noi per rendere credibile il nostro impegno (vale anche nei nostri rapporti la parafrasi della prima lettera di Giovanni: «Chi, infatti, non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede» (1 Gv 4, 20): non può amare veramente l’uomo non nato chi non ama l’uomo nato) e imparare a lavorare in squadra all’insegna della collegialità. La fedeltà alla Chiesa – il più forte difensore dei diritti umani – resta fondamentale, pur rimanendo aperti all’incontro con tutti anche con i non credenti e con gli appartenenti ad altre confessioni religiose in nome della ragione per restituire così il significato corretto e nobile alla parola laicità. Si tratta poi di tenere fermo impegno specifico al servizio dei bambini non ancora nati minacciati di morte, considerato la “prima pietra di un nuovo umanesimo”; di lavorare per un nuovo femminismo capace di affrettare il tempo della nuova civiltà della vita e dell’amore; di puntare sulla formazione soprattutto dei giovani che con la loro freschezza e il loro entusiasmo contagioso coniugano la speranza e il futuro; di favorire per tutti lo studio e l’approfondimento della bioetica e del biodiritto in chiave personalista; di rilanciare la centralità politica del diritto alla vita; di rendersi disponibili per costruire un’unita operativa (obiettivi, metodo, stile, modalità comunicativa…), di tutti coloro che intendono difendere e promuovere il valore della vita umana.

 

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