4° Corso di Alta Formazione “Roberto Bennati” per Volontari CAV di Marina Casini Bandini

Riscoprire la nostra identità per comunicare speranza.

 

Il volontariato della rete sos vita, cav, case di accoglienza: un percorso di promozione umana

 

INTRODUZIONE

Due parole introduttive sulla “rete”. E’ molto importante pensare e strutturare il nostro lavoro in rete, cioè sapendoci insieme. «Non ci salviamo se non insieme», è una frase che si sente spesso (anche recentemente a proposito della “Fratelli tutti”). Nella rete c’è una forza supplementare che coinvolge tutti come protagonisti, ciascuno con i suoi doni e i suoi compiti. La rete dei CAV vuole essere una risorsa offerta alla comunità civile ed ecclesiale. Civile, perché c’è di mezzo un essere umano, un bambino, e dunque la responsabilità di riconoscerne il valore e di tutta la società (si veda la Convenzione diritti del fanciullo); ecclesiale perché la “rete” SOS-CAV-Case è un esempio e un modello che rende specifica la generale premura della sensibilità cristiana verso i soggetti poveri e deboli, soli, fragili, emarginati e minacciati. La “rete” del Movimento svolge, perciò, una funzione di rilevanza straordinaria.

DALLA ROTTURA DELLA SOLITUDINE ALLA COSTRUZIONE DELLA CIVILTÀ, DELLA VERITÀ E DELL’AMORE: UNA PROMOZIONE DIFFUSIVA

Che significa promozione? E’ una parola che ha un significato positivo: indica dinamismo, impulso, vitalità, miglioramento (avanzamento di grado…), mettere in moto qualcosa, qualcosa che sboccia, che fiorisce. Per la vocazione del Movimento, la prima promozione è la rottura della solitudine della donna spinta verso l’aborto: condividere le difficolta e i timori di una mamma che custodisce in seno il proprio bambino è già un fattore di promozione umana perché l’aborto distrugge è il contrario della promozione. Scrive una giovane donna che ha vissuto l’esperienza dell’aborto e che è affranta dal rimorso: «appartengo ad un mondo in cui agli occhi degli altri è legittimato il tutto e per questo non comprendono il mio dolore. Non riesco a farcela neanche ad abbracciare la fede… sono io che non ho accettato il suo dono e ora non riesco a chiedere più nulla a lui… e inoltre non riesco a trovare consolazione neanche nella vita degli altri miei due figli… non riesco neanche più ad essere la madre che ero». Dalla promozione della solidarietà tra la mamma e il suo bambino fioriscono tante altre promozioni: quella della donna, dell’uomo, della famiglia, della società. E’ una promozione del coraggio, della fiducia, della stima, della speranza, del futuro, ma anche della vera libertà, della pace, della giustizia, dell’uguaglianza, della dignità di ogni essere umano. E’ la promozione della verità: il concepito è un figlio, è uno di noi. E’ una promozione della medicina che non è fatta per uccidere, ma per guarire, curare, dare sollievo. Ci sono tante bellissime testimonianze a riguardo e a volte basta davvero poco. Scrive Claudio: «Ricordo ad esempio il colloquio con una coppia, in dubbio se accogliere il quarto figlio. Il marito, parlandomi da parte, mi disse che lui in realtà l’avrebbe voluto quel figlio, ma che lavorando tutto il giorno ed essendo spesso assente, si sentiva egoista nel suggerire alla moglie di “tenerlo”, dato che se ne sarebbe dovuta occupare lei. Io lo aiutai a comprendere che in quel momento non era certo chiamato a lasciare il lavoro o a rinunciare al figlio, ma solo a difenderlo e che la moglie attendeva unicamente di condividere il “sì”. Quando tornammo da lei, lui rivelò il suo desiderio e lei esplose in una commozione di gioia perché stava solo aspettando il suo sì, perché era figlio di entrambi, perché per amore si moltiplicano le energie e il tempo si dilata. Perché per amore si può tutto».

Il Comitato nazionale per la bioetica nel parere “Aiuto alla donna in gravidanza e depressione postpartum” ha messo in evidenza che: «L’aiuto alla donna in gravidanza – esige […] profili di intervento diversi e complementari, che coinvolgono dimensioni educative, psicologiche, sanitarie e sociali. La relegazione di una donna nella solitudine, sia essa materiale o morale, dinanzi all’impegno della maternità costituisce infatti violazione radicale della dignità umana della donna medesima e del figlio, e nel contempo rappresenta il fallimento dei vincoli solidaristici fondamentali per la convivenza civile». Promozione della donna nel suo privilegio di essere madre. L’inganno della cultura femminista. «Quando una donna scopre di aspettare un bambino, si muove immediatamente in lei un senso di mistero profondo. Le donne che sono mamme lo sanno. La consapevolezza di una presenza, che cresce dentro di lei, pervade tutto il suo essere, rendendola non più solo donna, ma madre». «Tra lei e il bambino si instaura fin da subito un intenso dialogo incrociato, che la scienza chiama cross-talk. Una relazione reale e intensa tra due esseri umani, che comunicano tra loro fin dai primi istanti del concepimento per favorire un reciproco adattamento, man mano che il piccolo cresce e si sviluppa […] E’ cosi che questo nuovo essere umano diventa subito un figlio, muovendo la donna con tutto il suo essere a protendersi verso di lui». Un’amica mi ha scritto: «le attenzioni di condivisione e di umile accompagnamento […] sono il vero riconoscimento della statura della donna e del suo formidabile ruolo nell’umano. E’ la sua forza. Io ho sempre pensato che la guerra non possa che essere maschile perché se gli uomini sapessero quanto è lungo e travagliato il percorso per dare la vita non si sognerebbero mai di distruggerla». Tutti semplici spunti per sottolineare che c’è un legame innato e profondo tra la donna e la vita che però tante circostanze possono indebolire. Ecco, allora, la prima promozione della condivisione e della rottura della solitudine.

L’esperienza dei CAV porta a riflettere a fondo sulla gravidanza: un abbraccio. Il più intimo, intenso e duraturo degli abbracci. E’ l’unico abbraccio per cui si possa dire “dualità nell’unità”. L’abbraccio ci parla di amore. Noi siamo al mondo perché qualcuno – nostra madre – ci ha abbracciati per nove mesi. Ci ha cullati sotto il suo cuore, ha fatto sacrifici per noi, ha provato dolore nel darci alla luce. Il grembo di nostra madre è stato la nostra prima casa. Possiamo dire che sulla vita umana c’è un segno, un sigillo: quello dell’amore. Potevamo venire al mondo in un altro modo. Ma Chi ha progettato tutto ha voluto mettere la vita umana sotto il segno dell’amore, chiamando a collaborare un uomo e una donna e dando poi alla donna il privilegio dell’abbraccio d’amore più lungo, intenso e intimo che possa esistere. «Per quel poco che ho capito in questi anni posso solo dirti che l’Amore è il centro della nostra vita, perché nasciamo da un atto d’amore, viviamo per amare e per essere amati, e moriamo per conoscere l’amore vero di Dio» (Chiara Corbella al figlio Francesco). La gravidanza si pone come archetipo di ogni possibile solidarietà, principio e modello di ogni apertura all’altro. In questa prospettiva non si può non vedere che «l’aborto costituisce uno sfacelo enorme. Tutto il disegno di Dio sull’uomo si fonda su una chiamata all’amore. Ogni vita che comincia è espressione di questo amore e comincia attraverso un incontro – quello dell’uomo con la donna – che Dio ha voluto fosse il misterioso segno dell’amore che è in Lui, e cooperazione alla creazione stessa e al suo finalismo. Negare la vita alla sua origine significa negare l’amore stesso di Dio, la Sua Provvidenza, il suo Mistero, ridurre la realtà entro i meschini orizzonti di ciò che si vede e dunque in un orizzonte privo di speranza» (Carlo Casini, Il doveroso rispetto per il grande dono della vita umana, in “Il messaggio del Cuore di Gesù”, a. IX, n. 3, 1-15 febbraio 1986, pp. 99 – 108, anche in Carlo Casini, La dimensione contemplativa nella difesa della vita umana, Ed. Movimento per la Vita, Roma 2019, pp. 31 – 43). Promuovere la vita significa promuovere la grandezza della donna, il suo privilegio, il suo prestigio. Il materno salverà l’umano, ci siamo detti a Folgaria lo scorso anno.

L’accoglienza della vita dentro una compagnia solidale dischiude l’orizzonte della scoperta di un senso buono della vita anche laddove il male sembra trionfare. Diventare madre, padre ha in sé questa potenza. Lo stupore della vita che inizia è una spinta fortissima a scoprire o almeno a scommettere sul significato positivo della vita. La storia dell’ostetrica nel campo di concentramento di Auschwitz, Stanislawa Leszczyńska, ce lo prova. Ella ha fatto nascere 3.000 bambini in condizioni inimmaginabili, in uno scenario di orrore e crudeltà. Fu incaricata di uccidere i bambini, ma si rifiutò. Un grande esempio! Il figlio Bronisław ha detto: «C’era in lei una forza morale enorme. Era fragile e forte allo stesso tempo. Non l’ho mai vista sentirsi impotente. Con delle semplici parole riusciva a stabilire una connessione con le persone». Sua figlia Sylwia racconta di lei che dopo la sua morte, una donna le disse che sua madre l’aiutò a partorire per due notti e due giorni. Questa donna ricordava come sua madre le facesse le trecce e di come l’avesse aiutata a sopportare i dolori del parto». Stanislawa Leszczyńska si appuntava segretamente tutti i nomi dei bambini che faceva nascere e questo quaderno segreto darà vita al suo “Rapporto di un’ostetrica ad Auschwitz”. «Nel campo di concentramento – ha scritto l’ostetrica – tutti i bambini, contro ogni previsione, sono nati vivi, belli e robusti. La natura, opponendosi all’odio, lottava con ostinatezza per i loro diritti, attraverso una inesauribile fonte di vita». «Tutti i bambini sono nati vivi. Il loro obiettivo era quello di vivere». Purtroppo, di tutti questi bambini solo una trentina sopravvissero. Ma – è la testimonianza di Stanislawa Leszczyńska – ogni volta che si udiva il pianto di un bambino che nasceva era un inno alla vita che si levava, un raggio di sole e calore per tutte, la speranza in un senso buono della vita in mezzo a tanto orrore.

In non pochi casi la promozione umana che inizia con l’accoglienza della vita apre anche alla promozione di un cammino di fede nell’Autore della Vita.

A ben guardare si tratta sempre di una promozione che si sviluppa tenendo aperto lo sguardo sull’altro e con lo sguardo tiene aperte anche le braccia. “A braccia aperte” è proprio il titolo del comunicato che Giuseppe Anzani ha fatto per conto del MpV e che abbiamo approvato all’unanimità. «Dinanzi a varie forme di minacce alla vita umana, – ci disse Papa Francesco il 2 febbraio 2019 – vi siete accostati alle fragilità del prossimo, vi siete dati da fare affinché nella società non siano esclusi e scartati quanti vivono in condizioni di precarietà. Mediante l’opera capillare dei “Centri di Aiuto alla Vita”, diffusi in tutta Italia, siete stati occasione di speranza e di rinascita per tante persone».

“Perdere per ritrovare”, “c’è più gioia nel dare che nel ricevere”: lavorare per la vita promuove anche noi stessi, ci fa crescere, ci forma. A noi è richiesto di spenderci, di costruire relazioni positive, di essere una presenza che mette in circolazione la cultura della vita, ma c’è un tesoro che viene infuso nella nostra stessa vita. Possiamo farcela se chiediamo a Maria aurora del mondo nuovo i tre doni indicati nella preghiera: la grazia di accogliere il Vangelo della Vita come dono sempre nuovo, la gioia di celebrare il Vangelo con gratitudine ogni giorno, il coraggio di testimoniarlo con tenacia operosa per costruire insieme a tutti gli uomini di buona volontà la civiltà della verità e dell’amore). Davvero la promozione della vita nascente è la promozione del nuovo umanesimo!

I metodi naturali nell’azione di promozione umana

La ragione dell’impegno del MpV è una sola ed è semplice: il figlio fin dal concepimento è un essere umano, uno di noi. Ma se cerchiamo di rendere più penetrante il nostro sguardo (lo sguardo contemplativo), possiamo vedere molto di più. Quel “big bang”, ogni “big bang” è una nuova “creazione in atto”. La creazione non è avvenuta una volta sola e basta, ma si rinnova con la generazione di ogni figlio che nella spiritualità del Movimento per la Vita più volte e stato definito: “meraviglia delle meraviglie”, “capolavoro della creazione”, “freccia lanciata verso il futuro”. Ma una meraviglia è anche il legame che si sviluppa sin da subito tra madre e figlio. E’ un’esperienza che i genitori conoscono, senza “filosofie” e “teologie”: la percezione del miracolo, del mistero di grandezza che si fa toccare quando quel figlio comincia ad esistere nel grembo della sua mamma e poi nasce.

Ma tutto questo cosa c’entra con i metodi naturali di conoscenza della fertilità? C’entra, perché i metodi naturali hanno a che fare con la sessualità e la sessualità è la modalità con cui noi siamo generati. Per esistere c’è bisogno di un incontro tra un uomo e una donna. Ma se il valore del figlio è cosi grande, allora la sessualità non può esser considerata un fatto banale e racchiude in sé qualcosa di veramente importante. Essa deve essere coerente con la bellezza e il mistero del suo finalismo che chiama in causa il valore della vita, l’amore e la famiglia. Viceversa, la sessualità è banalizzata quando è collocata esclusivamente nella dimensione del piacere o agganciata ad un’affettività precaria; quando, in altri termini, viene deposta ogni responsabilità verso sé stessi, verso l’altra persona, verso il figlio che potrebbe essere generato. Ora, la banalizzazione della sessualità è una delle cause dell’aborto volontario: banalizzando la sessualità si banalizza ciò che ne deriva, cioè la vita umana incipiente facilmente banalizzabile perché minuscola e nascosta. Ma qual è la causa principale della banalizzazione della sessualità? E’ la “mentalità contraccettiva”. Sottolineo la parola mentalità. Essa indica quella visione della sessualità che esclude a tutti i costi la dimensione procreativa (cultura della scissione). Sto parlando di mentalità per sottolineare la visione, il modo di pensare la sessualità. La mentalità è qualcosa che è nella “testa”. Pero, come sappiamo ci sono degli strumenti che favoriscono e incrementano questa mentalità: sono i contraccettivi, che sono fatti appositamente per ricorrere alla sessualità impedendo che dal suo esercizio possa essere generato un figlio. La mentalità contraccettiva attraverso questi appositi strumenti si coglie osservando che assai spesso il tema dell’aborto viene assorbito in quello della contraccezione: una delle strategie per occultare il concepito sottraendolo allo sguardo e la c.d. “contraccettivizzazione” dell’aborto, ovvero la rappresentazione dell’aborto come qualcosa di sostanzialmente non diverso dalla contraccezione, cioè come un atto che non uccide un essere umano. Ciò è visibile nell’uso delle espressioni “contraccezione di emergenza”, “contraccezione postcoitale”. Pensate che la stessa RU586 è stata introdotta come “pillola contragestiva” e non come pillola abortiva. Ora, apparentemente tutto questo non c’entra con l’obiettivo specifico dei CAV è prevenire l’aborto a concepimento avvenuto (prevenzione post-concezionale) stabilendo un legame di amicizia con le mamme. Ma il concetto di prevenzione dell’aborto è più ampio: significa combattere le cause che lo determinano. Se tra le cause vi è la banalizzazione della sessualità con le implicazioni che ne scaturiscono, allora è necessario anche proporre una visione non banale della sessualità che sappia ricomporre ad unità vita, amore, famiglia. Ed è qui che si inserisce il tema dei metodi naturali di conoscenza della fertilità come proposta di senso alto e pienamente umano della sessualità. La questione in gioco, non è quella delle “regolette da applicare”, ma del senso grande, bello, pieno e gioioso della sessualità legata al grandissimo dono della vita. Il legame di amicizia con le mamme, le donne, le coppie che si rivolgono al CAV favorisce l’instaurarsi di un cammino di approfondimento in questa direzione. E’ questa un’ulteriore prospettiva che rende il volontariato della “rete” SOS, CAV, Case una risorsa di promozione umana che estende lo sguardo sul figlio concepito anche a proposte formative che riguardano l’affettività e la procreazione responsabile. «L’ottica della vita può aiutare molto in questa direzione e anzi è chiaro che una corretta visione della sessualità è parte integrante della cultura della vita. La dignità umana in una visione agnostica è più un postulato necessario per non cadere nella disperazione, più una intuizione che una verità dimostrata. Ma alla luce della rivelazione cristiana le semplici parole di Madre Teresa (quel piccolo bambino non ancora nato è stato creato per una grande cosa amare ed essere amato) o quelle densissime di Giovanni Paolo II (Dio che è amore ha creato l’uomo per amore. L’amore è quindi la vocazione nativa di ogni essere umano) spiegano la incommensurabile dignità anche del primo barlume di vita umana, in cui, in certo modo, si ripete il senso dell’intera creazione e della speranza di Dio. Questa dignità è legata al senso della creazione e a quello del succedersi delle generazioni, cioè – in definitiva – a quello della storia. Il gesto sessuale, quale collaborazione al disegno creativo di Dio è condizione del succedersi delle generazioni, partecipa di questi misteri. L’apertura alla vita è il segno della sua dignità e verità. Dove tutto è dominato dalla caducità umana, la tensione umana verso il non transitorio, meglio, l’infinito, si manifesta nel per sempre di un uomo e di una donna che accetta la sfida del tempo e il rischio della fedeltà qualunque cosa accada. In questo contesto il rifiuto della mentalità contraccettiva non può non apparire una scelta di coerenza e di fedeltà all’amore reciproco e, ultimamente, al disegno di Dio» (Carlo Casini, Aborto e contraccezione, Studi Cattolici, a. XXXV, n. 368, ottobre 1991, pp. 691 – 698).

 

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