Quella strana fretta del ministro e del CSS: ancora una volta escluso il Parlamento di Paola Binetti

Abbiamo scoperto un po’ a sorpresa che alla vigilia di Ferragosto di un anno complicato, come quello che stiamo vivendo ormai dal 31 gennaio, quando fu proclamo lo stato di emergenza, il ministro della Salute ha trovato il tempo di pubblicare le nuove linee guida sull’aborto farmacologico. Una decisione che annulla l’obbligo di ricovero per l’assunzione della pillola Ru486 e allunga il periodo in cui si può ricorrere all’aborto farmacologico, estendendolo fino alla nona settimana di gravidanza. Nelle linee guida si legge anche che i consultori sono stati abilitati a svolgere una nuova funzione; quella di veri e propri dispensari della RU486. In questo modo è stata stravolta in radice la loro mission specifica, che, a norma della 194, avrebbe dovuto svolgere un ruolo di accompagnamento per le donne che desideravano abortire, incoraggiando una ulteriore riflessione sulle loro motivazioni per scoprire eventualmente possibili alternative. Forse il ministro ha pensato che l’aborto farmacologico in versione domiciliare fosse la semplificazione di una prassi chirurgica, che ad alcuni poteva apparire troppo invasiva; o forse ha pensato che si trattasse di una semplificazione organizzativa, con l’obiettivo di liberare letti in corsia e ridurre i costi al solo prezzo delle pillole, fornite gratuitamente dall’ospedale. Ma parlare di aborto non è mai facile, per nessuno, perché la questione in gioco è pur sempre la vita umana, cosa di cui nella circolare non si fa nessun cenno.

L’aborto, per sua stessa natura, tocca così intimamente la relazione madre-figlio in una dialettica di accettazione-rifiuto spesso drammatica, che ogni volta scuote e provoca la pubblica opinione, la divide tra sostenitori del diritto di autodeterminazione ad oltranza e sostenitori del diritto alla vita, sempre e comunque… E anche questa volta è andata così, d’altra parte la stessa legge 194 parla di Tutela sociale della maternità, prima di introdurre il tema della interruzione volontaria della gravidanza. L’opinione pubblica si è sentita interpellata a ragionare non solo della libertà della donna e del suo diritto di auto-determinazione, ma anche della vita in gioco di un bambino appena concepito. Piccolo, è vero, ma destinato ad un pieno sviluppo fisico e psicologico.

Impossibile non prevederlo: il vero problema è l’aborto in sé e non il come dell’aborto. Eppure il ministro, con una semplice circolare, ha modificato profondamente la legge 194, rinunziando a svolgere qualsiasi tipo di tutela nei confronti della donna-madre, ignorando ciò che ogni donna sa: quanto sia delicato il momento che sta vivendo, quello in cui scopre di essere diventata madre e sente tutta la responsabilità verso il figlio, che ha appena cominciato a vivere in lei. Decidere se tenerlo e aiutarlo a crescere oppure mettere fine alla sua vita appena iniziata è il vero snodo decisionale davanti a cui si trova la donna che si pone il problema dell’aborto. Ed è un momento essenziale nella sua vita per tutte le conseguenze che inevitabilmente ci saranno. Ridurre il senso di un momento così intenso sotto il profilo etico ed emotivo ad una semplice questione del cosa fare e del come fare, senza fermarsi a pensare perché fare, presuppone una insopportabile banalizzazione del valore e del senso stesso della vita.

La circolare emanata dal ministro non entra minimamente nella natura e nel significato dell’aborto; non spende una sola parola sulla sua rilevanza sul piano etico; si limita a fare riferimento alle evidenze scientifiche che giustificano il ricorso alla RU486 e anzi ne estendono le potenzialità fino alla nona settimana. Ma non cita neppure una delle evidenze scientifiche che confermano la dignità dell’embrione, dal momento che tutti gli studi più recenti di genetica e di biologia molecolare mostrano con ogni evidenza scientifica come e quanto l’embrione che siamo stati influenzi e determini, almeno sotto il profilo biologico, l’adulto che siamo oggi.

Il ministro si è limitato a fare una anonima circolare ministeriale, senza nessun confronto con il Parlamento, che comunque avrebbe potuto puntualizzare meglio una serie di cose importanti. A cominciare dai rischi che la donna corre: non solo per la sua solitudine in un momento così delicato, ma per la sua stessa vita, perché l’aborto farmacologico non è privo di possibili complicanze.

Ma su queste le linee guida tacciono, con un silenzio così rumoroso come non accade in nessuno di quei “sbugiardini” che pure accompagnano la confezione di ogni farmaco. Ha preferito avere come unico interlocutore il Consiglio Superiore di Sanità – Css –, che sulla RU486 gli ha dato parere favorevole lo scorso 4 agosto, giusto una settimana prima della pubblicazione delle linee guida. Un tempismo burocratico-istituzionale assai raro da vedere. Il Css nella sua risposta al ministro, pur citando correttamente le argomentazioni, che nei precedenti pareri avevano escluso la possibilità dell’aborto a domicilio e avevano confermato l’obbligatorietà che l’aborto, incluso quello farmacologico, avvenisse in regime di ricovero ospedaliero, non dice assolutamente nulla sulle motivazioni per cui ha ritenuto superati i tre pareri precedenti. Ha cambiato idea e di questo dà atto al ministro; ha capovolto la prudenza dei pareri precedenti facendo, oggettivamente un passo più lungo della gamba, dal momento che i rischi aumentano con il procedere della gravidanza e quelle due settimane in più, dalla settima alla nona, possono diventare le peggiori.

 

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