RU486, la drammatica testimonianza di chi l’ha vissuto: donne lasciate sole col loro dolore di Daniela Verlicchi, www.corrierecesenate.it – 18 agosto 2020

Catia (il nome è di fantasia), 38 anni, ortopedico, è arrivata a Ravenna per curarsi dalle devastanti conseguenze psicologiche di un aborto farmacologico vissuto in solitudine, senza ricovero. E sulle nuove linee guida annunciate dal ministro Speranza sulla RU486 dice: “Non mettiamo l’economia prima delle persone. Abbiamo già visto quanti danni può fare”

 

Catia (il nome è di fantasia), 38 anni, ortopedico, li ha provati tutti e tre e lo può dire: un parto naturale, di una figlia avuta da un precedente matrimonio, un aborto spontaneo alla decima settimana e, due anni fa e uno volontario con Ru486 alla sesta. La ginecologa che gliel’ha prescritto le aveva consigliato di rifiutare il ricovero previsto (fino ad oggi) dalle linee guida nazionali anche nella regione dove abita perché “il dolore sarà poco più intenso di un normale ciclo mestruale”.

“E invece – spiega a Risveglio Duemila – è molto più simile a quello del travaglio. Dicono due giorni ma io sono stata male dieci. E io sono un medico: mi sono spaventata fino a un certo punto. Anche perché potevo verificare le mie condizioni di salute: ho perso due punti di emoglobina.

Senza considerare le possibili complicanze, in termini di emorragie o infezioni”.

Ha dovuto affrontarlo da sola, Catia: l’aborto, e anche quel che ne è seguito, gli attacchi di panico, la depressione, mesi di terapia psicologica per la quale è arrivata a Ravenna, in cura dalla dottoressa Cinzia Baccaglini (trovata semplicemente sulla rete) una delle psicoterapeute più esperte a livello italiano in questo tipo di trauma.

Proprio per questo ha deciso di parlare, oggi, dopo l’annuncio (via tweet) di sabato del ministro della Salute Roberto Speranza sulla modifica delle linee guida che prevedono l’aborto farmacologico in Day hospital e fino alla nona settimana (oggi è fino alla settima). “Non è libertà, è abbandonare le donne sole con loro dolore”, ha commentato Paolo Ramonda, della comunità Papa Giovanni XXIII, e come lui tante altre associazioni e movimenti cattolici e non solo. La storia di Catia lo conferma: “Non sono stata preparata a sufficienza. Forse il mio mestiere ha giocato a mio sfavore, perché la collega ha dato per scontato che sapessi a cosa andavo incontro. Spero che alle donne sia spiegato meglio. Ma in realtà, ne dubito fortemente”.

Il punto è che, invece, per legge la donna dovrebbe essere informata della procedura e delle conseguenze psicofisiche dell’aborto (si chiama consenso informato) e bisognerebbe dare ascolto e non lasciare sole le donne che si trovano in situazioni come quella che ha vissuto Catia: una gravidanza non attesa con un compagno non stabile e che, fin da subito, ha rifiutato l’idea di accogliere il bambino che sarebbe nato.

“Credo che dietro provvedimenti come quelli annunciati ci siano ragioni economiche. Lo vedo nel mio lavoro quotidiano. Un ricovero allo Stato ‘costa’ molte centinaia di euro (varia da regione a regione, da Asl ad Asl) al giorno. Nel mio campo, interventi più semplici come l’artroscopia sono stati progressivamente passati in regime di Day Hospital: ma per l’artroscopia ha un senso. Per un aborto no. L’economia è più importante della persona: abbiamo visto con Covid 19, però, quanti danni ha fatto questa logica”. Catia non si capacita: “Prima di decidere bisognerebbe calarsi nel dolore delle donne che hanno vissuto questo dolore”. Un dolore che è così profondo e senza speranza perché deriva dal vivere e ri-vivere la morte di un essere umano, un figlio.

 

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