Aborto e attività pro-life in Asia

Quando pensiamo alla questione dell’aborto in Asia, l’attenzione cade sempre su India e Cina. Due paesi in cui l’aborto ha poche restrizioni, ma è anche al centro di aspre polemiche sulla selezione di genere alla nascita. Nel periodo 2010-2014 sono stati stimati circa 36 milioni di aborti annuali nella regione, di questi circa 13 milioni nell’Asia orientale (che include la Cina) e circa 16 milioni nell’Asia meridionale (che include l’India). In generale, l’aborto è consentito entro alcune restrizioni e solo pochi paesi ammettono l’obiezione di coscienza. Brunei, Filippine, Indonesia e Myanmar sono i paesi della regione in cui l’aborto è vietato salvo alcune eccezioni (in particolare, nei casi in cui la vita della madre è a rischio). Il volontariato pro-life nella regione asiatica è limitato, se non illegale, e spesso organizzato intorno a gruppi religiosi cristiani e buddisti. Le Filippine e l’India meridionale, in controtendenza, hanno visto un recente proliferare di iniziative pro-life.

In Cina l’aborto è legalmente riconosciuto dal governo, ma la diagnostica prenatale e l’aborto selettivo sono illegali. Eppure anche gli aborti illegali vengono effettuati. Le ragioni sono in parte da far risalire alla politica di pianificazione familiare, diventata legge nazionale nel 2002 e abolita nel 2013, quando alle famiglie cinesi è stato permesso di avere due figli senza incorrere nel pagamento di sanzioni. D’altra parte il contribuito alla pratica dell’aborto selettivo è dovuto ad un retaggio secondo cui la nascita di una figlia femmina viene tradizionalmente vissuta con disonore, per cui si preferisce conoscere il sesso del bambino e mettere al mondo un figlio maschio. È difficile quantificare esattamente il numero degli aborti effettuati nel regno di mezzo, poiché non tutti vengono registrati e le statistiche del governo cinese sono “segreto di stato”. Secondo una stima (riportata in un’intervista dell’Arcidiocesi del Cincinnati) di Joe Woodard, un cittadino statunitense impegnato ad Hong Kong nella promozione della dignità della vita, dall’inizio della politica del controllo delle nascite ad oggi si sono letteralmente “evitate“ 4 milioni di nascite.

Il tema dell’aborto è un affare di stato, un tema politico che non può cioè essere discusso in sedi diverse da quelle governative. Ciò impedisce il dialogo e la conoscenza del tema e fa sì che anche in ambito religioso il tema non possa essere discusso, anzi…

Qualche anno fa il pastore protestante Wang Yi, già conosciuto per il suo attivismo democratico ai tempi delle proteste di Piazza Tiananmen, aveva tentato di “evangelizzare” la sua comunità religiosa di Chengdu, dichiarandosi pubblicamente pro- life e chiedendo che gli aborti fossero evitati almeno il giorno della festa dei bambini. La Chiesa della Prima pioggia dell’Alleanza, di cui il Pastore Wang Yi era la guida, era una chiesa domestica non ufficiale, non riconosciuta dal governo. Così Wang Yi fu arrestato, accusato di «incitamento alla sovversione contro il potere statale» e «commercio illegale» insieme ai 200 membri della sua Chiesa. Fu condannato a nove anni di carcere e il giorno successivo alla sua condanna, il Partito comunista ha aggiunto un altro importante tassello normativo. Dal 1° febbraio 2020, come riporta AsiaNews, «ogni aspetto della vita delle comunità religiose è sottomesso ad approvazione dal dipartimento per gli affari religiosi del governo. Oltre al controllo capillare di ogni mossa delle comunità, le nuove misure esigono che il personale religioso sostenga, promuova e attui fra tutti i membri delle loro comunità una sottomissione totale al Partito comunista cinese». L’articolo 5 ribadisce che «le organizzazioni religiose devono aderire alla leadership del Partito comunista cinese, osservare la costituzione, le leggi, i regolamenti, gli ordinamenti e le politiche, aderire al principio di indipendenza e di auto-governo, aderire alle direttive sulle religioni in Cina, attuare i valori del socialismo». Accanto alla lotta alle professioni religiose non aderenti al Partito, il governo di Pechino starebbe conducendo una campagna di sterilizzazioni forzate nel Xinjiang per controllare la crescita della popolazione di origine uigura. La popolazione uigura è una minoranza musulmana concentrata nella vasta regione nord occidentale della Cina. Ufficialmente autonoma ma di fatto oggetto di un controllo sempre più stretto da parte dell’autorità cinese. Asia News riporta i dati raccolti dal il ricercatore tedesco Adrian Zenz, che per primo ha rivelato l’esistenza di campi di internamento per gli uiguri. Sarebbero oltre un milione (su una popolazione di quasi 10 milioni) gli uiguri e altre minoranze turcofone di fede islamica detenuti in modo arbitrario nello Xinjiang.

Secondo il ricercatore tedesco, le autorità di Pechino obbligano le donne uigure a sottoporsi ad interventi chirurgici di sterilizzazione. Se si rifiutano di abortire per rispettare i limiti di due figli per famiglia, vengono rinchiuse nei campi di internamento. La giustificazione del Partito Comunista Cinese della repressione nei confronti della minoranza si basa sulla minaccia terroristica e separatista che questa costituirebbe.

La pianificazione familiare (o controllo delle nascite) viene politicamente perseguita anche in Giappone, dove l’interruzione della gravidanza è correntemente praticata e legale a tutti gli effetti. Si stima che il numero degli aborti sia di mezzo milione all’anno. È tuttavia da osservare come le conseguenze degli aborti incidano sulla situazione demografica del Paese, che ha raggiunto l’indice di fecondità dell’1,5 e un netto invecchiamento della popolazione. Per questo motivo di recente sono state adottate misure per impedire alle donne di ricorrere alla contraccezione (alle donne giapponesi è quindi vietato assumere la pillola anticoncezionale). Il controllo delle nascite in Giappone avviene tramite l’aborto legale o illegale. Abortire è una procedura abbastanza semplice resa legale dalla legge (apparentemente severissima) in vigore dal 1948 intitolata “Legge eugenetica per l’interruzione della gravidanza affinché le nascite avvengano nelle migliori condizioni possibili”. La legge rende quasi automatico l’aborto nel caso di diagnosi di malformazioni del feto o di gravidanze da violenza sessuale e permette anche di abortire per ragioni economiche.

Gli aborti clandestini sono poi il doppio rispetto a quelli legali. Il motivo di tanti aborti clandestini, nonostante una legislazione molto “aperta” in tema di aborto, è dovuto al necessario consenso di entrambi i coniugi. Questo fa sì che molte donne giovanissime, non sposate, ricorrano sempre più ad aborti clandestini.

Il largo ricorso all’aborto, sebbene non provochi problemi morali, non resta confinato nella totale indifferenza. Molti drammi televisivi hanno come protagoniste giovani donne che affrontano il proprio destino di ragazze madri decidendo di portare avanti la gravidanza.

Dall’altro lato esiste una vera e propria arte per “superare” l’aborto. Secondo il Mizuko – Jizo i “figli dell’acqua”, cioè figli mai nati, devono essere “onorati” in appositi cimiterini con fiori e preghiere e accompagnati da piccole statue di Buddha con indosso un capellino e una mantellina rossi. Queste piccole statue di pietra stanno ad indicare Jizo, una divinità venerata in tutto l’oriente buddista con nomi differenti (Jizo in Giappone, Địa Tạng in vietnamita, Dìzàng in cinese) che, oltre a proteggere i viaggiatori, è considerata la protettrice dei defunti, in particolare dei neonati prematuri e di quelli morti in utero. Secondo la credenza popolare questi devono essere protetti per non ricevere la punizione per aver causato un forte dolore ai genitori.

La marcia pro-life di Tokio è iniziata nel 2014 da Masaaki Ikeda, un attivista cattolico, e negli ultimi anni sta vedendo una crescita del numero dei partecipanti. Altri esponenti che si sono distinti per le loro posizioni pro-life sono Kenzō Tsujioka, che negli anni 70 convinse uno dei maggiori dottori abortisti Dr. Noboru Kikuta a smettere di praticare aborti. Dopo la sua conversione, Dr. Kikuta si impegnò per cambiare la legge dell’adozione e rendere più facile per le famiglie adottare i bambini non desiderati, salvando così la vita a centinaia di bambini.

La situazione dell’aborto non è certo migliore in Mongolia. Basti pensare che in tutta la Mongolia esiste un’unica clinica pro life che non effettua aborti.

Nella Corea del Nord, dopo anni di legalità, Kim Jong-un ha dichiarato illegale l’aborto. Ciò non significa che ci sia una politica pro-life dietro.

 

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