Aborto e carriera. Una questione irrisolta anche nel mondo militare di Giovanna Sedda

Il candidato alla presidenza degli Stati Uniti, Pete Buttigieg, intervenendo sul tema delle discriminazioni tra uomini e donne ha posto nel suo programma politico la necessità di assicurare alle donne in divisa l’accesso ai servizi medici, compreso quelli legati alla riproduzione.
Un linguaggio politico che punta a rafforzare l’accesso all’aborto per il personale militare e la visione dell’aborto come diritto e catalizzatore del successo femminile. La dichiarazione sarebbe passata in sordina se non fosse per due punti cruciali.
Primo, Buttigieg ad oggi è considerato tra i quattro candidati con maggiori probabilità di vincere le primarie del partito democratico, e quindi le chance che il suo programma politico si realizzi sono tutt’altro che nulle. Secondo, perché il tema dell’accesso all’aborto per assicurare il successo delle donne nel mondo militare è un cavallo di battaglia storico della propaganda pro-aborto.
Secondo il gruppo pro-aborto Ibis Reproductive Heath, la frequenza di gravidanze indesiderate tra le donne in divisa è quasi il doppio di quella delle donne “civili”.
Secondo Ibis queste gravidanze possono avere un impatto negativo sulle possibilità di carriera.
Jody Duffy, trentacinquenne ex ufficiale dell’esercito e moglie di un militare, tuttavia ribalta questa tesi: “il dolore e il lutto dell’aborto non fanno altro che aggiungere stress nelle vite dei militari…
La decisione di abortire spesso porta svariati gradi di pressione e conflitto. Questo predispone ad avere reazioni post-aborto ancora più intense del normale e ulteriori traumi”. Una gravidanza durante una missione militare è vista con stigma, “ci si aspetta che un buon soldato scelga di abortire, continuare la missione, e ricevere sostegno per avere messo il dovere prima della maternità”, ha ricordato Bethany Saros, una mamma americana che ha lasciato l’esercito dopo essere rimasta incinta durante il dispiegamento in Iraq. “Bethany sapeva che avrebbe dovuto scegliere tra la sua carriera e il suo bambino senza alcun aiuto da parte dell’esercito”, ha commentato Nancy Flanders, giornalista di Live Action: “Tutti i suoi sacrifici per avere successo nelle forze armate sono stati vanificati non per l’impossibilità di accedere all’aborto, ma per la mancanza di sostegno per le madri single”.
Flanders conclude: “ancora una volta, l’industria dell’aborto e la società puntano a mettere le donne contro i loro bambini obbligando a scegliere tra la propria carriera e i propri figli… e la chiamano libertà”.

 

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