Aborto e volontariato pro-life in Nord Africa e Medio Oriente: tra identità e informalità di Tony Persico

Nella maggior parte dei paesi mediorientali e nordafricani l’aborto è consentito solo in casi limitati. Le eccezioni al divieto di aborto riguardano le situazioni in cui è in pericolo la vita della madre (pressoché in tutti i paesi) o la sua salute fisica (in circa la metà dei paesi). Le statistiche ufficiali sono limitate o inesistenti poiché gli stati che vietano l’aborto spesso non raccolgono – o non rendono pubbliche -, informazioni a riguardo. Non solo, come osservato da A. Rastegari e altri “questioni di carattere politico o sociale limitano la possibilità di studi epidemiologici sull’aborto”[1].

Questo contesto ha portato un recente attivismo pro-aborto spesso guidato da organizzazioni esterne alla regione. L’attivismo pro-life, limitato a pochi paesi, è sia d’ispirazione religiosa, che laica, ed è in alcuni casi legato a temi identitari.

Stime recenti suggeriscono che, tra le differenti regioni del mondo, la regione mediorientale (Medio Oriente e Nord Africa) abbia il tasso di aborto più alto nonostante si sia ridotto negli ultimi venti anni[2]. Le prime norme antiaborto della regione sono state introdotte durante il periodo coloniale rimanendo poi in vigore nei nuovi stati indipendenti, mediate dalle indicazioni delle scuole islamiche dominanti. Nel tempo, stando alla lettura di L. Hessini, alcuni paesi hanno via via adottato regimi più permissivi.

Questo è vero il particolare per Turchia e Tunisia, sotto la pressione di ragioni demografiche, in particolare per limitare la crescita della popolazione, ma anche di interpretazioni dell’Islam più progressiste: “le posizioni sull’aborto continuano ad essere differenti, tuttavia la pianificazione familiare è incoraggiata in tutti i paesi della regione”[3].

Malgrado il protocollo sui diritti delle donne in Africa (Protocollo di Maputo) con cui le Nazioni Unite hanno chiesto alle autorità nazionali di consentire l’aborto nelle circostanze più estreme (ad esempio nei casi di violenza), solo pochi paesi nordafricani ne hanno recepito le indicazioni. Nonostante i pochi dati ufficiali, indagini sul campo evidenziano come leggi restrittive a volte coesistano con reti informali che permettono di accedere ugualmente alle procedure abortive[4].

Nei paesi a maggioranza musulmana, la regolamentazione dell’aborto segue spesso l’interpretazione delle scuole teologiche, in particolare sui limiti gestazionali. Inoltre, il divieto di aborto è spesso legato ad altri temi morali, come gravidanze e relazioni extramatrimoniali.

L’intreccio tra ortodossia religiosa e nazionalismo fa sì che l’aborto possa avere, anche indirettamente, conseguenze penali per la donna[5]. Nonostante gli ordinamenti nazionali, la presenza di conflitti e crisi umanitarie ha creato molte zone grigie. Ad esempio, in Iraq l’aborto è vietato anche nei casi di violenza, tuttavia, nel territorio conteso del Kurdistan, le donne rimaste incinte dopo violenze dei miliziani dell’ISIS hanno avuto accesso a una clinica locale per abortire segretamente. Nella regione, inoltre, il ricorso alla telemedicina e la vendita di farmaci abortivi attraverso siti web e canali non ufficiali, ha aperto nuove possibilità informali di accesso all’aborto[6].

Israele, pur non ammettendo l’aborto su richiesta, consente l’aborto nella maggior parte delle circostanze (sono, per esempio, escluse le motivazioni economiche). Per l’aborto è richiesta una autorizzazione medica ed è consentita l’obiezione di coscienza da parte del personale sanitario.

Al contrario di Israele, l’aborto è illegale nell’ordinamento palestinese e spesso le donne palestinesi si rivolgono agli ospedali israeliani.

Nella regione c’è un numero limitato di organizzazioni pro-life. Ad esempio, ci sono due organizzazioni di ispirazione cristiana: il Centro San Giuseppe per la Famiglia, ad Alessandria d’Egitto, e il Centro Maria aiuto delle Madri a Beirut in Libano. Sempre in Libano è stato attivato un programma di auto a favore delle donne incinte in fuga dal conflitto siriano: dal 2013 l’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite (UNHCR) supporta 18 cliniche nel paese per garantire l’accesso alle mamme rifugiate[7].

In Israele, invece, operano diverse realtà pro-life, come Be’ad Chaim, una organizzazione impegnata in adozioni/sponsorizzazioni delle mamme in difficoltà, distribuzione di vestiario e prodotti, ma anche advocacy. È interessante rilevare come preoccupazioni demografiche, ma di segno opposto a quelle dei paesi musulmani, siano invece alla base di uno dei gruppi pro-life nel paese: Efrat – Comitato di soccorso per i bambini di Israele, punta sulla prevenzione dell’aborto, considerato come “una minaccia alla vita dello Stato”, quale elemento di difesa identitaria.

[1] A. Rastegari, M. R. Baneshi, S. Hajj-Maghsoudi, et al., “Estimating the annual incidence of abortions in Iran: Applying a network scale-up approach,” Iran Red Crescent Medical Journal 16/10 (2014), p. e15765.

[2] Bearak, Jonathan, et al. “Unintended pregnancy and abortion by income, region, and the legal status of abortion:estimates from a comprehensive model for 1990–2019.” The Lancet Global Health (2020).

[3] L. Hessini, “Abortion and Islam: Policies and practice in the Middle East and North Africa,” Reproductive Health Matters 15/29 (2007), p. 75-84.

[4] Ad esempio in Marocco. Vedi Capelli, Irene. “Non-marital Pregnancies and Unmarried Women’s Search for Illegal Abortion in Morocco.” Health and Human Rights 21.2 (2019): 33

[5] Ad esempio in Sudan. Vedi Tønnessen, Liv, and Samia Al-Nagar. “The Politicization of Abortion and Hippocratic Disobedience in Islamist Sudan.” Health and Human Rights 21.2 (2019): 7.

[6] M. Margit. Framing the abortion picture in the Arab world. The Jerusalem Post. May22, 2019.

[7] Abdin, Lena. “Challenges for pregnant Syrian refugees in Lebanon.” Eastern Mediterranean Health Journal 24.10 (2018): 1026.

 

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