Aborto in Alabama di Giovanna Sedda

Dall’Alabama alla Corte Suprema, il movimento pro-life è pronto a dare battaglia

Lo stato dell’Alabama, facendosi forte delle competenze statali in materia di salute e aborto, aveva tentato in primavera l’impresa di diventare il primo stato abortion-free (letteralmente senza aborto) degli Stati Uniti. L’iniziativa ha subito una battuta d’arresto e il movimento pro- life sta studiando le prossime mosse in vista del dibattito alla Corte Suprema. La vicenda, già raccontata su queste pagine, ha inizio con l’approvazione dell’Human Life Protection Act, da parte della governatrice dell’Alabama Kay Ivey nel mese di maggio.
La legge statale, che sarebbe dovuta entrare presto in vigore, prevede il divieto per qualsiasi procedura abortiva, con la sola eccezione dei casi di serio pericolo per la vita della madre.
La legge, che pure teneva in conto il delicato aspetto della salute mentale, è stata da subito considerata tra le più restrittive degli USA. Le disposizioni adottate prevedono, infatti, dai 10 a 99 anni di prigione per chi abbia materialmente praticato l’aborto nel territorio dello stato, mentre il tentativo di praticarlo è punito con una pena da un anno fino a 10 anni di prigione.
Non è invece prevista alcuna incriminazione per le donne che hanno cercato di abortire.
Come annunciato al momento dell’approvazione, la legge è stata subito oggetto di un’aspra disputa legale portata avanti dal gruppo che opera il maggio numero di cliniche abortive negli USA, Planned Parenthood (PP), e dall’associazione di estrema sinistra, American Civil Liberties Union (ACLU).
Il primo effetto del processo si è palesato a fine ottobre, quando il giudice distrettuale Myron Thompson ha emesso una ingiunzione preliminare sospendendo l’entrata in vigore della legge. Thompson ha spiegato che “il divieto previsto dell’Alabama è in contraddizione con i precedenti in materia della Corte Suprema”.
In particolare, la legge violerebbe “il diritto alla privacy, al poter esercitare scelte chiave per la dignità e l’autonomia personale”.
Il riferimento alla privacy, che può sembrare alquanto strano nel dibattito sull’aborto è, al contrario, un diretto richiamo alla sentenza “Roe v. Wade” della Corte Suprema, che usando il diritto alla privacy come grimaldello giuridico, ha legalizzato l’aborto negli USA nel 1973.
Ma proprio alla Corte Suprema punta il movimento pro-life e l’amministrazione dell’Alabama.
L’avvocato generale dello stato ha già dichiarato che intende portare il caso alla Corte dove, con un collegio giudicante ben diverso da quello del ‘73, potrebbe rovesciare ogni precedente. Obiettivo, questo, affatto nascosto dal deputato repubblicano Terri Collins: “la nostra legge è stata disegnata per ribaltare la Roe v. Wade al livello della Corte Suprema, e l’ingiunzione appena decisa è soltanto il primo di molti passaggi in questo iter giudiziario”. Nel frattempo, i giudici supremi, tra cui due appena nominati dal presidente Trump, proprio in virtù delle loro posizioni pro-life, sono pronti a farsi carico di una decisione che potrebbe cambiare per sempre l’accesso all’aborto negli USA.

 

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