Aborto, re Baldovino: il coraggio di dire «No» di Gianni Mussini

Della lettera inviata da re Baldovino al “Signor Primo Ministro” belga Wilfried Martens, colpisce il tono umile con cui il sovrano quasi si scusa di non poter condividere le posizioni dell’interlocutore, ma insieme la fierezza con cui l’uomo rivendica il primato della coscienza e dell’ethos sulla ragion di Stato.

Battaglia persa in partenza perché, spiega il poeta, “una feroce forza il mondo possiede, e fa nomarsi dritto” (Adelchi, V). Difficile opporsi a un “potere reale”, come lo chiamava Pasolini, che ci vuole tutti docili consumatori obbedienti alla logica combinata dell’interesse e del piacere.

Difficile, ma non impossibile. La liberalizzazione dell’aborto, esplosa come una vampata nell’Europa postsessantottina, rispondeva certo all’ipocrisia dell’aborto clandestino (si fa ma non si dice), ma ancor più si radicava nella cultura libertaria di quegli anni di cui era campione Wilhelm Reich, il profeta della Rivoluzione sessuale. Liberazione sessuale significava inevitabilmente contraccezione e, se necessario, aborto non solo come “tragica necessità” (secondo l’ipocrisia, stavolta, di molti abortisti) ma anche come piena disponibilità del proprio corpo e di quanto in esso è contenuto fosse pure una nuova vita umana.

Ecco, Baldovino ha avuto il coraggio di dire di no. E ne ricevette il plauso intelligente di Claudio Magris, il quale sul Corriere della sera fece notare come “il rispetto tributato a Baldovino anche da chi avversa la sua posizione sul tema specifico… dimostra quanto si senta, in generale, la necessità di scelte operate secondo coscienza, di persone capaci… di dire no”. Aggiungendo una chiosa decisiva: “Questo monosillabo è una delle più belle, forti, poetiche parole del vocabolario; è con un no, con una contestazione dell’esistente, con un rifiuto della realtà del momento – la quale pretende sempre di essere l’unica possibile e la migliore – che inizia ogni valore” (8 aprile 1990).

Appunto il no che ha pronunciato Baldovino, e di cui non finiremo mai di essergli grati.

Stride il confronto con il comportamento di altri politici, per esempio dei nostri qui in Italia, che non hanno saputo pronunciare il fatale monosillabo. Dio mi guardi dal giudicare (la situazione era difficilissima, subito dopo il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro), ma certo nessuno ebbe il coraggio di pronunciarlo in occasione dell’approvazione della 194, nonostante i pressanti e profetici inviti di Giorgio La Pira, che per esempio scrisse al primo ministro Giulio Andreotti: “Torno a raccomandarti vivissimamente di fare il possibile perché non sia reso legale l’aborto in Italia, il vero delitto del secolo contro la legge di Dio e su cui altrimenti il Signore ci farà tanto soffrire”. (Andreotti fece in tempo a pentirsi di quel “no” mancato, in una toccante confessione nei suoi ultimi anni di vita).

Scontavano, quei democratici cristiani, un grave errore teorico: ritenere l’aborto una questione di fede (che evidentemente non si può mettere ai voti), e non di uguaglianza e democrazia. Lo notò più volte il nostro Carlo Casini, e anche a proposito del gran rifiuto di Baldovino: il suo – come scrisse – non era “bigottismo privo di senso dello Stato”, ma una posizione eminentemente laica, rispettosa dei diritti fondamentali dell’uomo. Del resto è lo stesso sovrano belga, nella sua lettera a Martens, a far notare che la posta in gioco è proprio l’uguaglianza quando – a proposito degli aborti oltre le 12 settimane su feti malformati o gravemente malati – chiede con disarmante candore come un simile messaggio “verrebbe percepito dai disabili e dalle loro famiglie”.

Un sovrano laico, dunque, ma nondimeno cattolicissimo: solo per gli sciocchi, infatti, fede e laicità sono in contrapposizione. Fatto sta che Baldovino, prima di prendere quella decisione così laicamente coraggiosa, fece un viaggio notturno di 1400 chilometri dal Belgio a Loreto, dove – in compagnia della moglie Fabiola – rimase tre ore in ginocchio nella Santa Casa a pregare la Vergine, chiedendo conforto e ispirazione. (Devo la notizia a un bell’articolo di Fulvio Fulvi, uscito su Avvenire l’11 novembre 2019).

Ma torniamo all’Italia di quegli anni in cui la 194 venne approvata e poi confermata dal referendum del 1981. Pochi ricordano che il Movimento per la vita aveva presentato una proposta di legge di iniziativa popolare che raccolse due milioni di firme e che, in uno spirito di apertura e sincera carità cristiana, non colpevolizzava né puniva le donne tentate dall’aborto, ma prevedeva tutta una serie di sostegni preventivi. Perché il problema non era, e non è, di mettere in galera chi abortisce, ma di promuovere scelte di vita anziché di morte.

Quello che instancabilmente e con indomite energie il Movimento per la vita continua a fare attraverso i CAV, la cui azione permette ogni anno di salvare più di settemila bambini concepiti. Con loro le rispettive mamme, sottratte al buio dell’aborto e aiutate a rinascere a una nuova vita. E con loro anche diversi papà (magari non tutti), pure conquistati a un nuovo gusto dell’esistenza.

Come si vede, è un popolato paese che nasce ogni anno, a smentire sul piano della carità e della fiducia la “feroce forza” che continua a dominare sul mondo ma che non avrà mai l’ultima parola.

 

Aborto, re Baldovino: il coraggio di dire «No» (.pdf)