Anche l’Argentina cede ma l’aborto è un regresso storico di Marina Casini Bandini

Il progresso è dalla parte della vita

 

La “capitolazione” dell’Argentina alla legalizzazione dell’aborto mostra quello che tante volte è stato detto e scritto: la questione dell’aborto è epocale e planetaria. È epocale nel senso che contrassegna un passaggio storico in cui si tratta di confermare i diritti dell’uomo, parola d’ordine della modernità, ovvero di annullarli. È planetaria perché non riguarda un singolo Paese del mondo, ma tutte le nazioni con influenze reciproche.

L’Argentina ha ceduto, purtroppo, (sono comunque in preparazione ricorsi alla Corte Costituzionale), alla mentalità abortista che – come è avvenuto in tutti gli altri Paesi, compreso il nostro – si è fatta largo con attraverso forzature, strumentalizzazioni, manipolazioni fino ad arrivare a coinvolgere il Legislatore. Così facendo l’Argentina si è schierata accanto a quei Paesi nei cui ordinamenti giuridici i diritti umani sono calpestati alla base. Non è vero infatti che la legalità dell’aborto rientra nei diritti, è vero il contrario: è una minaccia frontale a tutta la cultura dei diritti dell’uomo che vengono colpiti proprio nel più fondamentale dei diritti, quello alla vita la cui prima declinazione è il diritto a nascere. La questione dell’aborto è quella del riconoscimento della uguale dignità di ogni essere umano fin dal momento in cui egli compare nell’esistenza nella forma più debole e povera. Dunque è tradito anche il principio di uguaglianza conquista, della modernità.

È evidente che i diritti dell’uomo sono falsificati quando il più innocente e povero degli esseri umani viene ucciso in tutto il mondo in una quantità sconfinata con l’autorizzazione degli Stati e spesso con il loro incoraggiamento e a loro spese. Questa contraddizione avviene anche per l’azione di un gruppo limitato di persone che sono riuscite a impadronirsi di ruoli importanti a livello mondiale. Penso ad esempio ad Amnesty International che sostiene l’abolizione della pena di morte e contemporaneamente proclama, propaganda e sostiene un presunto “diritto di aborto”. Penso a talune agenzie dell’ONU nel cui seno sono stati formulati i diritti dell’uomo che oggi pretendono di sancire l’aborto come diritto fondamentale. Non meno contraddittorio è che l’Unione Europea finanzi organizzazioni internazionali come l’IPPF e Mary Stop che attuano e propagandano l’aborto a livello planetario. Tali contraddizioni devono essere smascherate. È paradossale anche che poche persone possano influenzare l’opinione pubblica prevalente. Ad esempio, i movimenti femministi pretendono il diritto di aborto mentre la stragrande maggioranza delle donne fa esperienza della maternità che è prova di un innato coraggio e di un istinto femminile capace di accoglienza e di amore per i più piccoli. nell’essere umano concepito e non ancora nato è presente l’umanità nuda priva di qualsiasi potere e possesso. Il rifiuto di guardare questa umanità e la sua conseguente dignità rende fragile tutto l’edificio dei diritti umani. Così, il riconoscimento del diritto alla vita di ogni figlio fin dal concepimento costituisce la prima pietra di un nuovo umanesimo che metta in giusta luce anche la dignità di ogni altra categoria di esseri umani come gli stranieri i migranti, le vittime della tratta, i poveri, coloro che di fatto sono ridotti in schiavitù. In definitiva dalla contemplazione del valore del più povero tra gli esseri umani (così Santa Madre Teresa chiamava i bambini non nati) derivano la luce e la forza per una solidarietà che restituisce verità ai diritti dell’uomo.

Sembra a tutti gli effetti un regresso storico. È vero che “prima” l’aborto non era legale e apparentemente la legalizzazione sembra la “novità” rispetto al passato, ma è anche – e soprattutto – vero che molto probabilmente gli argomenti che “prima” sostenevano il divieto d’aborto non avevano la stessa forza propulsiva e innovatrice che viene da una riflessione attenta e profonda sull’uguale dignità di ogni essere umano. In punto è questo. Qui sta la vera novità. Ed è questa che orienta il vero progresso determinando un salto di civiltà. Negare o diminuire in qualche modo il valore della vita di alcune categorie di soggetti, distinguere tra essere umano e persona, chiamare libertà la sopraffazione, pretendere che lo Stato diventi un dispensatore di morte non è certo una conquista civile o un progresso.

Viceversa, nel riconoscimento del più piccolo e povero dei figli come uno di noi è racchiusa una energia capace di provocare un profondo e complessivo rinnovamento morale e civile che investe tutta intera la vita umana e quindi il bene comune.

Come accennato, sulla scena della richiesta dell’aborto legale troviamo ancora una volta gruppi femministi agitati e arroganti che pretendono di essere la voce di tutte le donne. È un falso anche questo.

La maggioranza delle donne dice “sì alla vita” anche in situazioni non ideali, perché in realtà c’è un’alleanza profonda tra la donna e la vita. Certo le difficoltà e i problemi di vario tipo possono rendere più fragile la donna, per questo accanto alla verità sul figlio è necessario mettere in pratica quell’“insieme” per superare gli ostacoli (“le difficoltà della vota non si superano sopprimendo la vita ma superando insieme le difficoltà”). Sarebbe bello il diffondersi di un femminismo nuovo ispirato dalla maternità, che dica al mondo che i figli sono figli sempre dal concepimento e che la libertà si realizza nell’accoglienza. Queste considerazioni si collocano tra la giornata della pace (1° gennaio) e la giornata per la vita (7 febbraio), due espressioni dello stesso amore per l’uomo anche quando è nella fase più giovane della sua esistenza. Come libertà e vita sono indivisibili; così pace e vita.

“Quale pace, se non salviamo ogni vita?” è stato il tema scelto dai vescovi italiani per la Giornata per la Vita del 1986. «Coloro che non apprezzano a sufficienza il valore della vita umana e, per conseguenza, sostengono per esempio la liberalizzazione dell’aborto, – scrisse papa Benedetto nel messaggio per la Giornata della Pace del 2013 – forse non si rendono conto che in tal modo propongono l’inseguimento di una pace illusoria.

La fuga dalle responsabilità, che svilisce la persona umana, e tanto più l’uccisione di un essere inerme e innocente, non potranno mai produrre felicità o pace». Che queste due giornate non si limitino ad essere una ricorrenza annuale ma ci aiutino a rendere migliore il nostro servizio alla vita per essere operatori di pace.

 

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