«Bello abortire»? I diritti sono altri di Marina Casini Bandini, in “è vita Bioetica e salute”, 29 aprile 2021

Se c’è un privilegio della donna è quello di poter abbracciare il suo bambino o la sua bambina per circa nove mesi in un modo così speciale e unico da non ripetersi più per tutto il corso della vita. Questo abbraccio si chiama gravidanza. Le donne sanno che c’è una bellezza immensa in questo intimissimo cuore a cuore e moltissime testimoniano di aver saputo far fronte a ogni tipo di difficoltà pur di proteggere il figlio in grembo. Purtroppo, però, ci sono situazioni che debilitano il coraggio, spengono la gioia di un evento che apre nuovi orizzonti e così soffocano la libertà di accogliere. Basta pensare alle pressioni del marito o del partner, del datore di lavoro, dei colleghi, dei genitori, delle amiche. Anna, Giulia, Rita, Laura, Alessandra, Maria, Antonella, Lucia, Maria, Paola, Chiara, Ester, Manuela, Giovanna, Irene, Marta, Valeria e tante, tante altre sanno che significa un clima di pressione verso il rifiuto di quel piccino che è tutto innocenza e speranza; sanno che se non fosse stato per quella forza tipicamente femminile sostenuta da un CAV o dalla parola che ha fatto riaffiorare la verità sul quel figlio che è figlio, appunto, e non un “grumo di cellule, probabilmente avrebbero rinunciato alla loro libertà di essere madri. Tutto questo ha molto a che fare con la pressione che viene dai vistosi manifesti che propagandando sfacciatamente, ingannando, l’innocuità e la positività dell’aborto farmacologico. L’aborto è sempre un dramma, lascia una ferita, le donne che vi hanno fatto ricorso dicono che avrebbero preferito non farlo e che lo hanno fatto perché “costrette”. La “costrizione” è il contrario della libertà. Perché, se non per pura ideologia, puntare insistentemente sull’aborto indorandolo come “diritto” e persino elevandolo a esperienza positiva, quando la realtà reclama la liberazione dai condizionamenti che mettono la donna con le spalle al muro e la scoraggiano al punto da rinunciare a far vivere il proprio figlio? Come può chiamarsi “diritto” quello a percorrere una strada a senso unico senza sbocchi e vie di uscita? È una vera tristezza che la lotta alle povertà, la battaglia per l’uguaglianza, il contrasto della violenza, l’affermazione dei diritti delle donne, si trasformino nel loro contrario e in questa follia aprano nuove ambiti di discriminazione, calpestino i diritti dei più indifesi e poveri come sono i figli non nati. Ora che la pandemia ci ha piegato e piagato, più che mai abbiamo bisogno di riscoprire i valori fondamentali che giustificano il nostro vivere insieme. Abbiamo anche bisogno di vincere la paura, la disgregazione, la tracotanza, l’indifferenza, l’odio, la violenza, la guerra. Quale via più sicura di quella che riconosce prima di tutto il valore e la dignità dell’uomo, di ogni uomo dal concepimento? È davvero arrivato il momento di far sbocciare quel “nuovo femminismo” più volte auspicato che non parli di aborto, ma di diritto a nascere perché è questo – il diritto alla vita – che, al di là delle apparenze, unifica la società, la rinnova, la rende più umana e più accogliente verso tutti.

 

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