Casa d’Accoglienza di Salerno: un patto di speranza con il territorio a cura di Massimo Magliocchetti

Le Case d’Accoglienza del Movimento per la Vita sono un servizio speciale che la più grande associazione prolife italiana offre alle mamme in difficoltà che si trovano nello stivale. Un servizio prezioso capace di donare serenità a donne e bambini che vivono momenti particolari della loro vita. Per questo numero di Si alla Vita Web abbiamo incontrato Sergio, Responsabile della Casa d’Accoglienza di Salerno, per capire il senso profondo del loro servizio.

Quando nasce la Casa?
«La prima casa nasce nel centro storico di Salerno nel 1980 per volontà del Comitato Diocesano. La Direzione dell’Associazione di Volontariato che gestiva la piccola comunità venne affidata a Don Giovanni Pirone, indimenticato maestro di vita ed imperituro punto di riferimento. Nel 1993 l’opera è stata trasferita in una struttura in periferia molto più grande ed in grado di accogliere il crescente numero di donne in difficoltà».

Quali sono i fini della casa?
«Da sempre il principio cardine è stato quello di offrire tutela alla vita nascente, sostenendo le donne in difficoltà (economica, familiare, sociale, culturale, sanitaria, psicologica) e offrendo loro una visione di aiuto concreto alternativo alle possibili scelte drastiche dettate dalla disperazione o dalla inconsapevolezza».

Chi sono e di cosa hanno bisogno le mamme che vengono accolte?
«Le mamme sono innanzitutto donne e affrontano problematiche spesso multi fattoriali di fronte alle quali è facile lasciarsi andare alla disperazione: problemi di natura familiare dal ripudio ai maltrattamenti, di natura economica dall’assenza di lavoro alla povertà radicale, di natura psicologica se non addirittura psichiatrica e sanitaria, di natura culturale dal basso grado di scolarizzazione e formazione alla povertà educativa assoluta».

Raccontaci una storia…
«Nella primavera 2012, attraverso il consultorio familiare dell’ASL di Salerno, accogliemmo Serena una donna gravida al secondo mese affetta da HIV; aveva contratto il virus per via sessuale atteso che il compagno aveva taciuto la propria patologia; rimasta incinta venne abbandonata dall’uomo e attraverso i test clinici delle prime settimane di gravidanza emerse la sua condizione di portatrice della sindrome da immunodeficienza. Aiutata dal CAV, dal Consultorio e dai Servizi Sociali,, Serena si determinò a portare avanti la gravidanza. Venne condotta quindi in comunità e i volontari della casa quotidianamente la accompagnavano in un centro specialistico lontano (ad un’ora circa di macchina) e costoso. Purtroppo la ragazza subì un irreversibile shock renale e un forte abbassamento della vista ma nonostante, e nonostante i numerosi momenti di sconforto rabbia e paura, riuscì ad andare avanti. In autunno inoltrato nacque una bellissima e sanissima bimba che la madre volle chiamare Adriana in segno di gratitudine nei confronti della coordinatrice del gruppo di operatori che la’avevano affiancata. Ancora oggi, e purtroppo per tutta la sua vita, Serena è monitorata dal punto di vista sanitario ma è riuscita a trovare un lavoro in un ristorante e, anche grazie all’aiuto di amici e parenti, mamma e figlia conducono una vita tranquilla».

Quali sono i problemi e le difficoltà che incontrano i volontari?
«I pregiudizi sociali restano una costante nella storia della casa; sia pure in netta diminuzione ancor oggi vi è chi guarda con diffidenza a certi fenomeni; questa mentalità va contrastata con la continua sensibilizzazione e formazione; vi sono poi gravissimi problemi economici per sostenere l’opera vista la mancanza di finanziamenti stabili, duraturi e congrui; da questo punto di vista ci si può solo affidare alla Provvidenza».

Quali sono gli obiettivi della Casa di Salerno per i prossimi anni?
«Viste le enormi difficoltà soprattutto di natura economica, la speranza è quella che l’opera riesca a sopravvivere e continui ad essere un limpido punto di riferimento per il territorio salernitano».

 

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