Centri di protezione e accoglienza della vita umana* di Carlo Casini

1) Le parole di Giovanni Paolo II
Nel paragrafo 26 e 27 dell’Enciclica Evengelium Vitae (EV), al termine del capitolo sulle minacce contro la vita, tra i «segni anticipatori della vittoria definitiva sulla morte», vengono indicati i Centri di aiuto alla vita (CAV). Vi si legge: «Non pochi centri di aiuto alla vita, o istituzioni analoghe, sono promossi da persone e gruppi che, con ammirevole dedizione e sacrificio, offrono un sostegno morale e materiale a mamme in difficoltà, tentate di ricorrere all’aborto». Una seconda citazione si trova al paragrafo 88: «A servizio della vita nascente si pongono pure i centri di aiuto alla vita e le case o i centri di accoglienza della vita. Grazie alla loro coppie in difficoltà ritrovano ragioni e convinzioni e incontrano assistenza e sostegno per superare disagi e paure nell’accogliere una vita nascente o appena venuta alla luce». La citazione in una enciclica pontificia non è cosa di poco conto.
Giovanni Paolo II, in più occasioni, aveva già dato tutto il suo incoraggiamento a simili organizzazioni di volontariato. Il 19 ottobre 1986, in occasione della sua visita al primo CAV d’Italia scrisse: «Vengo in questa sede per dare con la mia presenza un segno del vivo apprezzamento verso l’opera e le finalità di un’Istituzione, che merita l’appoggio di quanti sono pensosi dell’avvenire sociale, umano e religioso. […] Questo Centro ha il significato di una testimonianza a favore del primato della vita umana a confronto di tutti gli altri valori di ordine materiale; vuole essere un richiamo ai giovani e ai grandi perché comprendano che una società giusta non si costruisce con la eliminazione degli innocenti: intende rilanciare il senso della sacralità della vita umana, creata da Dio per un destino trascendente e integrale in tutto l’arco della sua esistenza. Il Centro è una sfida a una mentalità di morte. Auspico vivamente che i cristiani, i credenti,gli uomini di buona volontà vogliano collaborare con impegno sincero e costante a un’opera così evangelica, favorendone un crescente sviluppo».

2) Una risposta nuova
Per comprendere la fondazione culturale e le caratteristiche identificanti dei CAV due elementi di carattere storico-sociologico sembrano rilevanti. In primo luogo la loro origine si colloca costantemente, in tutte le nazioni, nel periodo in cui inizia il dibattito che porta alla legalizzazione dell’aborto. In secondo luogo essi hanno quasi ovunque le stesse caratteristiche indicate dalla EV: lo scopo specifico di prevenire l’aborto in presenza di una gravidanza difficile o indesiderata (cioè a concepimento avvenuto); una struttura basata sul volontariato; modalità operative che si manifestano nel sostegno morale e materiale a mamme tentate di ricorrere all’interruzione della gravidanza. Nel messaggio del 19 ottobre 1986 il Papa insiste anche su un’altra caratteristica: la funzione di testimonianza in favore della sacralità della vita umana, in modo da costituire un richiamo a tutti in vista della costituzione di una società giusta. Si allude, infine, alla laicità dei CAV nei quali sono chiamati a collaborare non solo i credenti, ma opera, non poche madri nubili e anche «gli uomini di buona volontà».
La comunità cristiana ha sempre difeso la vita nascente e la maternità: «La Chiesa è sempre stata in prima linea su queste frontiere della carità» (EV, 26). Alludo ad una enorme ricchezza di opere al cui confronto i CAV possono apparire di modesta importanza. L’intera rete della presenza cristiana costituisce già un servizio di protezione e accoglienza della vita umana, intendendo quest’ultima non solo nella globalità di una intera esistenza, ma anche nello specifico riferimento a quella nascente. Non a caso nella EV il Popolo di Dio è chiamato “Popolo della vita” (EV, 6 e passim). Qual è dunque il ruolo originale di quegli organismi che specificamente si chiamano “Centri di servizio, protezione e accoglienza della vita”? La loro nascita contestuale alla legalizzazione dell’aborto mostra che essi intendono essere una risposta a quell’aspetto dell’attuale “cultura della morte” che, «producendo una vera e propria struttura di peccato», una «guerra dei potenti contro i deboli», una «congiura contro la vita» (EV, 12) aggredisce, in primo luogo, i bambini non ancora nati. La loro spontanea nascita e somiglianza in ogni parte del mondo mostra che essi rispondono ad una esigenza oggettiva iscritta nella modernità. Caino è sempre in agguato, ma la situazione è inedita e tanto più preoccupante se i delitti contro la vita «tendono a perdere nella coscienza collettiva, il carattere di “delitto” e ad assumere paradossalmente quello di “diritto”, al punto che se ne pretende un vero e proprio riconoscimento legale da parte dello Stato e la successiva esecuzione mediante l’intervento gratuito degli stessi operatori sanitari» (EV, 11). Inoltre «tali attentati colpiscono la vita umana in situazioni di massima precarietà, quando è priva di ogni capacità di difesa […] essi in larga parte sono consumati proprio all’interno e ad opera di quella famiglia che costitutivamente è invece chiamata ad essere “santuario della vita”» (EV, 11). In questa ottica l’aborto volontario appare il caso paradigmatico, la grande breccia attraverso la quale passano o sono destinati a passare molti altri attentati con identiche caratteristiche qualitative: lo spreco e la sperimentazione su embrioni nella procreazione artificiale, le più o meno estese forme di eutanasia, fino alla soppressione delle persone con disabilità e di tutti coloro che sono ritenuti inutili o ingombranti. Non si può comprendere la funzione dei CAV senza pensarli come una risposta alla situazione ora descritta. Ciò, tra l’altro, spiega la ragione della diffusa ostilità verso i CAV delle società abortiste. È un aspetto apparentemente sorprendente perché il servizio alla vita nascente di per sé non si impegna direttamente contro la legge e perché ogni altra forma di volontariato sociale viene lodata. È una contraddizione di cui bisogna chiarire la natura e i termini.

3) Una intera comunità che accoglie
Lo slogan scelto dal primo CAV costituitosi in Italia nel 1975: “Le difficoltà della vita non si superano sopprimendo la vita ma superando insieme le difficoltà”, è valido, presumibilmente, per tutti gli analoghi servizi esistenti in varie parti del mondo. Nonostante la sua apparente ovvietà quello slogan è in conflitto con la cultura abortista, perlomeno con quella che fa leva sulla “scelta della donna”. Nella sua espressione più dura essa propone tre equazioni: “gravidanza non desiderata = necessità d’aborto”; “prevenzione dell’aborto = contraccezione”; “aiuto alle donne con gravidanza indesiderata = aborto assistito, sicuro, gratuito, socialmente riconosciuto”. Il contrasto con la metodologia dei CAV già appare nel concetto stesso di “prevenzione”. Le tre equazioni sopra formulate la riducono alla sola prevenzione del concepimento, mentre in altra e più precisa accezione la parola indica tutto ciò che si deve fare per evitare che sia interrotta una gravidanza già iniziata.
“Prevenire” significa “contrastare efficacemente le cause che inducono a …”. Ciò indica che l’idea di una prevenzione consistente nella soluzione comunitaria dei problemi posti da una gravidanza sia irrealizzabile senza un vasto coinvolgimento di energie e competenze. I CAV possono promuovere e gestire case di accoglienza per ragazze madri sbandate o allontanate dalla loro famiglia, ma non possono realisticamente risolvere il problema della casa per tutte le famiglie in attesa di un nuovo figlio. Possono fornire mezzi economici per affrontare emergenze finanziarie e magari assicurare sussidi per un certo periodo di tempo – come avviene, ad esempio, con la formula della “adozione a distanza ravvicinata” attraverso cui una famiglia o un gruppo , ricalcando il modello dell’assistenza economica prestata a bambini dei paesi in via di sviluppo, offrono per un certo tempo un sostegno economico mensile ad una mamma tentata dall’aborto -, ma non possono garantire il superamento della povertà per un’intera vita. Sono solo degli esempi. Se ne ricava comunque l’idea che i servizi in questione non possono essere pensati come associazioni di volontariato simili a molte altre. La loro effettiva opera di prevenzione dipende più che dalle loro proprie forze dalla loro capacità di esprimere una intera comunità che accoglie, cioè, come strumento operativo dell’intero “popolo della vita”. Essi si assumono il compito del pronto intervento, dell’azione di emergenza – che richiede attitudini, competenze ed esperienze particolari –, ma sarebbe pericoloso immaginare una sorta di delega o una pretesa di monopolio, che renderebbero il loro progetto del tutto velleitario. Essenziale è, invece, il collegamento con ogni altra struttura di solidarietà pubblica e privata. La riflessione sui CAV coinvolge, perciò, le responsabilità complessive del “popolo della vita”.

4) Le cause dell’aborto volontario e la prevenzione
Per conoscere le cause dell’aborto e combatterle non basta interrogare le madri che si sono arrese. Bisogna sentire anche quelle che non hanno esitato a proseguire la gravidanza nonostante le difficoltà più gravi. Perché a parità di condizioni economico-sociali a talune la scelta dell’aborto appare una necessità insuperabile e ad altre una simile soluzione non viene neppure in mente? Qual è la ragione per cui talune madri, anche quando era in gioco addirittura la loro stessa vita, hanno preferito rinunciare alla cura di se stesse pur di condurre a termine la gravidanza? È universalmente noto il caso di Gianna Beretta Molla, canonizzata da Giovanni Paolo II. Ma la stampa italiana ha riportato le recenti commoventi storie di Carla Levati Ardenghi («Un giorno di vita in meno per me è un giorno di vita in più per mio figlio»), di felicita Merati Cambiaghi («sono stata fortunata a vedere Riccardo Maria»), di Maria Cristina Cella («tu sei prezioso…penso che non c’è sofferenza al mondo che non valga la pena per un figlio»), di Maria Antonietta Perretta («non avrebbe potuto uccidere il bambino che aspettava per curare se stessa», dice il marito), di Rosy Annigoni («è bellissimo nostro figlio, è bellissimo»), decedute la prima nel 1993, tutte le altre nel 1995. Certo: le situazioni umane sono sempre complesse. In tutte le coraggiose madri ora ricordate era presente una fede religiosa molto viva. Ma dalle loro stesse parole non traspare il timore del “peccato”, quanto piuttosto l’amore per il figlio. Certo: l’ambiente e l’educazione precedente giocano un ruolo di primo piano. Altro è sentirsi totalmente sola di fronte a un figlio che costituisce una difficoltà, con tutte le voci che attorno in mille modi, diretti o indiretti, negano il senso, il valore e l’umanità stessa del loro essere; altro è sentirsi confortata e sostenuta nel riconoscimento di senso dell’altro che nasce nel proprio corpo. Ma questo è propriamente il punto differenziale, l’elemento primario della prevenzione: il riconoscimento o il disconoscimento del concepito come “altro”, come essere umano portatore di senso, uguale in dignità a qualsiasi altro vivente della nostra specie.
Trasformare il delitto in diritto significa, a ben guardare, proprio questo: negare l’umanità del figlio e perciò distruggere il massimo elemento di prevenzione dell’aborto volontario. Le leggi penali hanno, per loro natura, una funzione di prevenzione generale in ordine ad un determinato bene protetto. Si può discutere e di fatto si discute se il divieto penale di aborto sia l’unica forma possibile di tutela della vota nascente, attesa la grandezza del valore in gioco, o se, invece sono possibili altri alternativi più efficaci o almeno ugualmente efficaci strumenti di tutela. Quel che appare certo è che tutte le contemporanee legalizzazioni dell’aborto non sono motivate da una volontà di proteggere meglio o con mezzi più moderni il diritto alla vita. Dei due soggetti coinvolti nel dramma dell’aborto, la madre e il figlio, le leggi permissive prendono in considerazione soprattutto il primo e allontanano l’attenzione dal secondo, fino al disconoscimento della sua stessa esistenza. Si comprende dunque il ruolo dei CAV: mantenere il riconoscimento del figlio come figlio e della madre come madre, sostituendosi in certo modo alle leggi abrogate e prefigurando forse sistemi di coscienza sociale e di assetto legislativo in cui la rinuncia alla minaccia penale non implica la negazione della umanità del concepito, ma un diverso modo di tutela del suo diritto alla vita più efficace perché più adatto alla sensibilità attuale.

5) Lo sguardo contemplativo sul figlio
La parola riconoscere ha nel diritto un significato preciso: si riconoscono i valori sommi che la legge trova prima di sé e che determinano la giustizia sostanziale dell’intero ordinamento giuridico. Così, ad esempio, nel preambolo della Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo si legge che «il fondamento della libertà, della giustizia e della pace consiste nel riconoscimento della dignità di ogni essere appartenente alla famiglia umana».
Si riconosce ciò che si guarda. Lo sguardo è il presupposto del riconoscimento. L’EV ammonisce: «Urge coltivare in noi e negli altri uno sguardo contemplativo» (EV, 83). In quanto umano un tale atto conoscitivo non si limita all’esteriorità delle forme ma vede oltre il visibile e penetra nell’essenza. Lo sguardo degli occhi che condividiamo con gli animali non riconosce l’uomo nell’embrione ancora formato da poche cellule, ma già lo sguardo della mente è in grado di definirlo individuo vivente appartenente alla specie umana; lo sguardo contemplativo, poi, può penetrare a livelli ancora più profondi e riconoscere il senso. Può vedere la “parola d’amore d Dio” e persino “Gesù che si nasconde nei piccoli, nei soli, negli abbandonati, negli irriconoscibili nella loro dignità”. In ogni caso, perché l’uomo sia riconosciuto come uomo occorre almeno percepirne il mistero, cioè la sua trascendenza rispetto alla materia, il suo valore finale nell’ordine del creato. Il modo più pieno di esprimere un tale riconoscimento consiste nell’uso del termine persona (mai “cosa”, sempre soggetto e mai oggetto, sempre fine e mai mezzo).
Che significa riconoscere il concepito come persona? Vuol dire che dobbiamo ragionare di lui come se fosse un già nato. Egli è uno uguale a noi. La domanda di Giovanni Paolo II: «Come un individuo umano non sarebbe una persona umana?» (EV, 60) è alla base della funzione dei CAV. In quanto “persona” il concepito può esser chiamato bambino, allo stesso modo in cui noi possiamo usare la parola “giovane” per indicare un “ragazzo”. In quanto “persona”, il concepito minacciato di morte è un povero, anzi “il più povero dei poveri” (Madre Teresa di Calcutta), perché è colui che incarna nel massimo grado il “non avere” e il “non contare”.
Un tale riconoscimento non è soltanto compito della mente, è anche frutto di uno sguardo del cuore. Essere questo “sguardo del cuore” ed educare tutta la società a questo “sguardo del cuore” è la ragione più profonda della presenza dei CAV. Se un povero tende la mano, chi non vuole essere infastidito non guarda. Se lo sguardo è superficiale può essere offerta una moneta. Ma se lo sguardo è profondo e interessa il cuore, nasce l’interesse a capire, a stabilire un rapporto durevole, a voler risolvere i problemi, a iniziare un’amicizia. Gli specifici servizi alla vita nascente dovrebbero suscitare la stessa mobilitazione emotiva e organizzativa che sarebbe determinata dall’incontro con qualsiasi altra situazione in cui qualcuno sia in rischio di morte.

6) Lo sguardo contemplativo sulla donna
Lo sguardo del cuore non è rivolto soltanto al figlio, ma anche alla madre. Nella gravidanza i soggetti sono due e sono legati inscindibilmente. La inabitazione dell’uno nell’altra determina una situazione del tutto irripetibile, per cui la vita del figlio è di fatto affidata, come mai in altri momenti, alla madre. Nessuno può difenderlo più di sua madre, ma è quasi impossibile salvarlo se la madre non vuole. La difficoltà della “prevenzione” sta proprio in questo: che bisogna necessariamente passare attraverso la sua mente e il suo cuore. Non è così semplice sbarazzarsi di un uomo già nato. È invece facile – e lo diverrà sempre più attraverso l’uso dei preparati chimici – sopprimere «un bambino ancora sotto il cuore della mamma». Nella mente e nel cuore di lei la nuova vita induce per lo più pensieri di gioia. Ma a volte essa pesa con l’ingombro insostenibile di problemi che sconvolgono programmi, ingigantiti dalla fantasia, resi angosciosi dal carattere improvviso dell’evento sopraggiunto, dalla scarsità del tempo a disposizione per riflettere, molto spesso nella solitudine.
Dal tessuto sociale in cui si trova, di famiglia, di lavoro, di amicizie, di compagnie, di letture, di mass-media, le giungono messaggi concordi semplificatori: non è un bambino, non esiste, non conta, non sarà mai felice, se lo ami devi eliminarlo, potrai generarlo un’altra volta, non essere irrazionale, sii moderna, matura e responsabile. In tal modo viene distrutta la motivazione del coraggio di accogliere, cioè la caratteristica più gloriosa del “genio femminile” (Mulieris Dignitatem, 30). Bisogna ammettere che spesso, in senso tutt’affatto particolare e contrario alle tesi abortiste, l’aborto appare una necessità. Non esistono difficoltà materiali specie economico-sociali, che non possono essere vinte, ma la pressione dell’ambiente è talora così soverchiante che sembra impossibile per una donna già gravata da reali problemi resistervi. È appunto per restituire a lei la libertà insieme al coraggio dell’accoglienza che lo sguardo del cuore dei servizi alla vita deve riconoscere la donna come donna e la madre come madre penetrando così nella sua mente e nel suo cuore. L’aborto è certamente un “abominevole delitto” (Gaudium et Spes, 51), ma lo sguardo non è rivolto verso un imputato. Il rapporto non è di giudizio, ma di amicizia. Si tratta di salvare il figlio non contro di lei, ma con lei e per lei. Perché è donna e perché è madre. L’estremismo femminista ha distolto lo sguardo dalla donna, per concentrarsi sul maschio. Ha predicato il diritto come potere, la libertà come dominio. Riconoscere la donna significa scommettere sulla sua privilegiata capacità di accoglienza. La sensibilità per i piccoli e per coloro che non hanno voce fa parte del “genio femminile”. Scommettendo sulla madre in un atto di fiducia che condivide le difficoltà, manifestando, con la simpatia che si fa carico dei problemi, la verità sul figlio e sulla madre, i CAV intendono restituire alla donna la libertà, che consiste poi nel recupero della sua vera identità. Questa impostazione trova conforto nell’EV, che ringrazia “tutte le madri coraggiose”; denuncia le difficoltà provenienti dall’ambiente, dove “i modello di civiltà spesso promossi e propagandati dai mezzi di comunicazione, non favoriscono la maternità” (EV, 86); invoca un “nuovo femminismo” alleato della vita nascente (EV, 99). Nei CAV diviene sempre più frequente l’incontro con donne che, avendo in passato deciso per l’aborto, cercano proprio tra gli operatori dei servizi alla vita la confidenza, l’amicizia e l’aiuto per interpretare la loro esperienza riscattandola in un impegno per la vita. Nelle parole rivolte dal Papa alle donne che hanno abortito (EV, 99) è adombrata anche questa funzione dei CAV o di organismi ad essi vicini, come i gruppi “Rachele” in America e Regno Unito. In ogni caso il ripetersi di questo tipo di incontri prova che lo “sguardo contemplativo” di servizi alla vita è rivolto verso due soggetti e non verso uno solo.

7) Convincere allo sguardo
Non si tratta soltanto di contribuire a salvare un certo numero di vite umane, – grande o piccolo qui non importa, perché ogni vita umana possiede un valore infinito -, ed insieme la giovinezza, con il suo coraggio e la sua speranza, di altrettante donne. Si tratta di ottenere molto di più. Si tratta, in certo modo, di “convincere allo sguardo” tutta la comunità civile. Una comunità, uno Stato, una città possono rifiutare lo “sguardo” usando tutti i possibili meccanismi della menzogna e della censura, ma non possono essere resi totalmente invisibili coloro che “guardano”. La loro visibilità supplisce alla invisibilità del figlio. Tuttavia se il loro sguardo è soltanto della mente, se cioè si manifesta soltanto nelle dimostrazioni scientifiche e nelle argomentazioni logiche, i meccanismi della menzogna e della censura possono erigere difese, che, per quanto irragionevoli sono efficaci in un mondo dominato dal relativismo etico. Sono note le formule “questione di coscienza”, “questione cattolica”, che riescono a limitare il propagarsi della spinta a guardare. Ma più difficile è non vedere chi guarda col cuore e non restare contagiati. Le opere di solidarietà e di condivisione sono ciò che chiamo “sguardo del cuore”. Esse sono tanto più efficaci dal punto di vista del “far guardare” quanto più sono vaste e coinvolgenti. Perciò nella misura in cui un CAV rende visibile il figlio e restituisce il coraggio dell’accoglienza esso contribuisce a salvare anche altri bambini e a fornire ragione di coraggio ad altre madri che mai saranno incontrate. Una solidarietà e una condivisione vaste e visibili implicano una generale ricostruzione del riconoscimento del figlio come figlio e della madre come madre che è il più forte elemento di prevenzione e quindi di difesa del diritto alla vita. Si può dire, perciò, che il compito dei CAV non è solo pratico-assistenziale, ma anche culturale. Nell’enciclica EV al punto 27 vi è un passaggio interessante: «Sono sorti in tutto il mondo movimenti e iniziative di sensibilizzazione sociale in favore della vita. Quando, in conformità con la loro ispirazione autentica, agiscono con determinata fermezza, ma senza ricorrere alla violenza, tali movimenti favoriscono una più diffusa presa di coscienza del valore della vita e sollecitano e realizzano un più deciso impegno per la sua difesa». Il riferimento diretto è alle molteplici organizzazione pro-life. Ma la generalità della espressione “movimenti ed iniziative di sensibilizzazione” consente di pensare anche ai CAV, che, del resto, sono in larga misura collegati ai movimenti pro-life. Abbiamo molto insistito sullo “sguardo del cuore”. In questo il rifiuto di metodi violenti nella difesa della vita, oltre che in altre ragioni giuridiche e strategiche, trova il suo fondamento. Vi è certamente un misterioso legame tra l’amore e la vita.
Essa, teologicamente spiegata come opera dell’amore di Dio; biologicamente risultante dall’incontro tra un uomo e una donna che è segno del massimo unitivo; psicologicamente idonea a crescere in umanità solo se si sviluppano nell’amore; filosoficamente e esistenzialmente capace di auto- comprensione come entità ricca di senso solo se fa esperienza di amore ricevuto e dato (Familiaris Consortio, 11), può forse gnoseologicamente essere conosciuta come valore solo in un contesto di persuasivo linguaggio d’amore.

8) Specificità e laicità dei Centri di Aiuto alla Vita
Come le leggi che vietano l’aborto non sono leggi “cattoliche”, così il diritto alla vita di ogni uomo è problema dell’intera comunità civile, perché «sul riconoscimento di tale diritto si fonda l’umana convivenza e la stessa comunità politica» (EV, 22). L’essenziale è che una società che rinunzia alla pena come misura di prevenzione dell’aborto non rinunzi però al riconoscimento del diritto alla vita e sostituisca quindi come elemento indicatore di valore alla minaccia penale una fortissima solidarietà affinché l’uomo nasca e viva. Perciò l’ideale è che “l’intera comunità” di cui i CAV vorrebbero essere espressione, non sia soltanto quella religiosa, ma anche quella civile. Questo obiettivo può sembrare un miraggio. Ma è la stessa EV ad indicarlo, sia pure velatamente, quante volte rivolge l’invito all’impegno a tutti gli uomini, perché il Vangelo della vita non è esclusivamente per i credenti: è per tutti. La questione della vita ed ella sua difesa non è prerogativa dei soli cristiani. Il popolo della vita gioisce di poter condividere con tanti altri il suo impegno, così che sempre più numeroso sia il “il popolo della vita” e la nuova cultura dell’amore e della solidarietà possa crescere per il vero bene della città degli uomini» (EV, 101). Ne nasce una certa ambivalenza.
Da un lato, essendo la Chiesa cattolica la più intrepida e consistente forza a difesa della vita, l’efficacia del lavoro dei CAV è strettamente dipendente dal collegamento profondo, cordiale, fraterno, organico con tutte le realtà ecclesiali, tanto da apparire spesso e da essere di fatto, opera della Chiesa. D’altro canto, però, essi devono cercare la collaborazione di tutti e tentare di essere espressione di tutti, indipendentemente dall’appartenenza religiosa.
Di qui il frequente autoaffermarsi come organismi laicali e civili, anche se di fatto la componente religiosa è pressoché totale.
La specificità del servizio alla vita nascente dichiarato e reso noto è altra conseguenza. Il compito di “convincere allo sguardo” sarebbe assai meno agevole se l’accoglienza della madre e del bambino fosse nascosta all’interno di un generalizzato servizio di carità. D’altra parte le particolari difficoltà del “pronto intervento” esigono un personale specificatamente preparato e attrezzato. È ben vero quanto scrive l’EV al punto 87, che, cioè, «Il servizio della carità nei riguardi della vita deve essere profondamente unitario: non può tollerare unilateralismi e discriminazioni, perché la vita umana è sacra e inviolabile in ogni sua fase e situazione; essa è un bene indivisibile. Si tratta dunque di “prendersi cura” di tutta la vita e della vita di tutti». Ma è evidente che l’esortazione è rivolta all’intera comunità cristiana ed umana. A chi palesasse riserve per la specificità dell’impegno dei CAV si può facilmente replicare che allora analoga critica andrebbe rivolta a chi si occupa di anziani o di tossicodipendenti o di malati di AIDS etc. Ma il riconoscimento del concepito come “bambino” e come “povero” esige un forte collegamento con tutte le strutture della carità, in modo che sia palese l’unitario impegno per tutto l’uomo e per ogni uomo attraverso una ripartizione di competenze che può essere a volte flessibile e che comunque implica una intensa collaborazione. Scontato dovrebbe essere il rapporto con i movimenti pro-life, che spesso generano i CAV e che sono lo “sguardo della mente”, così come i CAV sono lo “sguardo del cuore”. La parola è più facilmente persuasiva se appoggiata ad una esperienza di solidarietà e la solidarietà diviene cultura se è trasformata in pensiero e proposta.
Specificità e condivisione attraverso la collaborazione dell’intera comunità distinguono i CAV dai consultori familiari nominati dal Papa (EV, 88), che ben a ragione devono anch’essi essere inclusi tra i servizi alla vita. Attraverso una prestazione professionale di consulenza chiarificatrice, quando sono di chiara ispirazione cristiana, essi contribuiscono a prevenire l’aborto. Perciò è indispensabile, ovunque possibile, il collegamento tra CAV e consultori.
Lo stesso discorso dovrebbe valere per i consultori familiari pubblici che esistono in alcuni Stati e a cui alcune leggi attribuiscono anche compiti di prevenzione dell’aborto. Ma in una logica abortista questo significa soltanto promuovere la diffusione della contraccezione. A parte lo scorretto o almeno insufficiente concetto di “prevenzione”, in un sistema di depenalizzazione i consultori pubblici dovrebbero essere organismi in cui è reso giuridicamente visibile e praticamente efficace il riconoscimento del diritto alla vita del concepito. In altri termini i consultori dovrebbero essere lo strumento con cui lo Stato si mette non equivocamente dalla parte della vita. Essi perciò dovrebbero rappresentare sempre l’alternativa all’aborto e non essere compromessi in alcun modo con esso, sia pure nel solo rilascio di documenti o attestati che, di nome o di fatto o per la concreta disciplina giuridica siano indispensabili per eseguire l’aborto. In caso contrario, a parte altre questioni morali, essi non potrebbero svolgere quella funzione di indicazione di valore e perciò di prevenzione generale che viene meno con l’eliminazione del divieto penale. È questa una questione estremamente importante che implica conseguenze sul piano della struttura dei consultori, dei controlli su di essi e della loro metodologia, che non possiamo qui affrontare. Sul filo logico delle riflessioni sin qui condotte, basti osservare che nessuno considererebbe lecita l’autorizzazione – comunque chiamata – di un infanticidio o di un omicidio come esito di un tentativo, per quanto volenteroso ed insistito, di convincere ad abbandonare il disegno criminoso. Viceversa i CAV dovrebbero costituire un modello per la organizzazione dello Stato al fine di realizzare una prevenzione vera ed efficace.

9) Metodologia operativa
Il Papa descrive lo stile dell’aiuto alla vita quando invita ogni comunità cristiana a «mettere in atto forme discrete ed efficaci di accompagnamento della vita nascente» (EV, 87). Laddove è praticamente possibile i CAV assumono un ruolo attivo per conoscere e intervenire nei casi in cui vi è un rischio di aborto. Alcune leggi permissive ed inaccettabili prevedono in vario modo una fase di “dissuasione” o comunque in cui deve essere fatto un tentativo di evitare l’aborto mediante l’offerta di alternative ai problemi della madre e della famiglia. Purtroppo la “cultura della morte” assai spesso ha svuotato di contenuto queste disposizioni. Esclusa ogni ipotesi dissuasiva, tutta la fase si riduce alla verifica della fermezza di una decisione già presa. Il sistema cambierebbe un po’ se i servizi pubblici fossero obbligati ad informare chi chiede l’aborto della esistenza dei CAV; cambierebbe di più se agli operatori dei CAV fosse consentito un qualche collegamento organico con le strutture dove dovrebbe essere realizzata l’offerta di alternative; cambierebbe molto se ai CAV, informati sull’aborto in programma, fosse consentito assumere l’iniziativa di prendere attivamente contatto con la madre.
Ma, nella maggioranza dei casi, i CAV assumono un atteggiamento di “attesa”. È la madre o qualcuno che ne conosce le difficoltà a chiedere aiuto. È evidente che in tal caso la solidarietà deve essere prestata anche se non vi è rischio di interruzione volontaria della gravidanza. L’obiettivo di prevenire l’aborto è infatti soltanto una conseguenza dell’amore per la vita. Una “intera comunità che accoglie” è comunque in grado di accompagnare o guidare verso servizi di aiuto alla vita specialmente le madri con l’inquietudine nel cuore, che subiscono le pressioni dell’ambiente e che hanno bisogno di non essere sole. Perciò la visibilità e la conoscibilità dei CAV è una condizione indispensabile della loro azione. La rete di solidarietà inizia con la presenza dell’informazione sulla loro esistenza. Un numero telefonico ampiamente reclamizzato può rendere più facile il contatto.
Non è qui il caso di discutere la metodologia del colloquio con la donna o altri aspetti di dettaglio. Abbiamo infatti cercato di evidenziare i fondamenti culturali dei CAV e di delinearne le caratteristiche generali e le grandi linee operative. Conclusivamente va detto che l’esperienza, gli ideali e i progetti dei CAV si collocano tutti all’interno di quella nuova cultura della vita per la quale il Santo Padre chiede una “generale mobilitazione” (EV, 95). Tale cultura illumina l’integralità dei problemi umani. Essa ha come pietra di base il riconoscimento della uguale dignità di tutti e dunque del diritto a vivere di tutti. La contemplazione dell’inizio della vita umana attribuisce immediatamente senso alla sessualità (EV, 23-43) e alla famiglia (EV, 92). Ma subito, in cechi concentrici, una tale contemplazione è in grado di restituire verità a tutti i grandi concetti indispensabili per il nostro vivere sociale: la libertà (EV, 96), l’uguaglianza (EV, 75), la democrazia (EV, 71), i diritti umani (EV, 18), la pace (EV, 101). Lo “sguardo del cuore” dei CAV vorrebbe essere un significativo contributo a tutto questo.

 

 

* In: Pontificia Accademia per la Vita – Commentario interdisciplinare alla “Evangelium Vitae” – Direzione e coordinamento Ramon Lucas Lucas L. C. – Edizione italiana a cura di Elio Sgreccia e Ramon Lucas Lucas – Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano, 1997, pp. 669-682

 

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