Cina: accuse di aborti forzati e infanticidi di Giovanna Sedda

Gli aspetti etici delle politiche demografiche in Cina fanno sempre discutere. Se la discussione sulla famigerata politica del figlio unico è ben conosciuta, la discussione sulla gestione della crisi nello Xinjiang è solo all’inizio. Le accuse di violenza da parte delle istituzioni nei confronti della popolazione degli Uighur, la minoranza di religione musulmana, si ripetono da mesi. A queste, recentemente, si è aggiunto il sospetto di aborti forzati e infanticidi negli ospedali di Xinjiang. Sulle pratiche di contraccezione forzata e sterilizzazione le testimonianze sono già numerose. A queste si aggiunge ora la denuncia di Hasiyet Abdullah, ostetrica, a Radio Free China.

La dottoressa racconta quanto avveniva nel suo e negli altri ospedali della regione dove un “ordine dall’alto” imponeva di abortire o uccidere dopo il parto i bambini delle minoranze musulmane (non solo Uighur ma anche Kazakhs, Kyrgyz e altri), pena salate sanzioni. “Non vogliono dare i bambini ai genitori, uccidono i bambini quando nascono”, ha detto Hasiyet Abdullah, che fino a qualche anno fa lavorava in un ospedale nella regione nordovest della Cina, e ora vive in Turchia. “È un ordine che è stato stampato e distribuito in documenti ufficiali”. Continua la stessa Abdullah: “C’erano bambini nati a nove mesi che abbiamo ucciso dopo aver indotto il travaglio. L’hanno fatto nei reparti di maternità perché quelli erano gli ordini”.

Steven W. Mosher del Population Research Institute ha affermato che l’uso dell’infanticidio da parte del governo cinese “non è sorprendente”, ma “la novità è che viene imposto a una minoranza nello stesso momento in cui la maggioranza cinese Han ne è esentata”. A differenza della politica del figlio unico, avere come bersaglio gli Uighur è, secondo Mosher, una evoluzione preoccupante, una “discriminazione che uccide. Questo è genocidio”.

Siamo ben lontani dal mondo ideale in cui la diversità è considerata una ricchezza e una occasione di crescita. La nostra storia recente, e a quanto pare, anche il presente in cui viviamo, continuano ad essere un monito severo su quello che accade quando perdiamo di vista il valore dell’altro.

 

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