Collegio Cardinalizio, 22 dicembre 1980 di On. Carlo Casini

Prefazione “10 anni per la Vita”

 

Parlando al Collegio Cardinalizio il 22 dicembre 1980, Giovanni Paolo II disse: «Di fronte al disprezzo del valore supremo della vita, per cui si giunge a convalidare la soppressione dell’essere umano nel grembo materno; di fronte alle disgregazioni in atto dell’unità familiare, unica garanzia per la formazione completa dei fanciulli e dei giovani; di fronte alla svalutazione dell’amore limpido e puro allo, sfrenato edonismo, alla diffusione della pornografia, occorre richiamare alto la sanità del matrimonio, il valore della famiglia, l’intangibilità della vita umana. Non mi stancherò mai di adempiere questa che ritengo missione indilazionabile, profittando dei viaggi, degli incontri, delle udienze, dei messaggi a persone, istituzioni, associazioni, consultori che si preoccupano del futuro della famiglia, e ne fanno oggetto di studio e di azione». Questa opera vuole essere la documentazione di quanto estesamente e profondamente nei dieci anni del suo pontificato Karol Wojtyla «non si sia stancato di proclamare alto l’intangibilità della vita umana».

Questo non è certo un libro di lettura, composto com’è da tutto ciò che Giovanni Paolo II ha detto e scritto sul valore della vita umana e sui temi ad esso connessi, estrapolando i brani da documenti più ampi. Una certa ripetitività è inevitabile.

Eppure si prova una intensa commozione e un profondo interesse nello scorrere l’intero complesso dei testi. Passano dinanzi agli occhi dieci anni di questo straordinario scorcio di secolo, visti sotto l’angolo visuale della gran-de sfida ingaggiata dalla Chiesa Cattolica in condizioni planetarie di grandi difficoltà e spesso di apparentemente insu- perabile incomprensione. Dietro le parole si intuiscono le vicende: la preparazione e l’approvazione delle leggi permissive sull’aborto in vari paesi del mondo; le polemiche di mezzi di comunicazione sociale e di forze politiche contro il Papa; le condizioni di miseria e di sfruttamento di certe aree del terzo mondo; le guerre e il terrorismo; le nuove  scoperte  scientifiche in campo genetico; le divisioni nello stesso campo ecclesiale; la secolarizzazione e la laicizzazione della società; l’invecchiamento della popolazione in occidente e i problemi dovuti al suo impetuoso aumento in altre zone.

E poi i problemi di sempre: il perché del dolore, specie quello innocente dei bambini e degli handicappati; il perché della vita e della morte; significato della dignità umana.

In mezzo, la parola del Papa dà la sensazione esatta della roccia: il punto di riferimento sicuro, incrollabile. La tenacia fiduciosa. Ciò commuove. Ma più ancora commuove l’amore, la passione del Papa per l’uomo, la stima grande per la vita umana, la tenerezza e la forza, il coraggio e la supplica, la dottrina e la poesia con cui Egli la circonda di premure. In tale contesto la stessa ripetitività diviene ragione di commozione. Essa dimostra con quanta determinazione la Chiesa, che si avvia verso il terzo millennio dell’era cristiana, senta decisivo per la sua missione e per il bene individuale e sociale dell’umanità il tema della vita. Del resto non si tratta di meccanica ripetitività, ma piuttosto di insistita meditazione su un argomento che lascia scoprire sempre prospettive nuove, profondità ulteriori, collegamenti impensati; che deve essere formulato con parole diverse per essere compre-so anche da mentalità pregiudizialmente ostili o distratte.

Dunque questo libro testimonia anche il commovente sforzo di Giovanni Paolo II per dialogare con tutti, per penetrare nell’intimo delle menti e dei cuori, per confermare e mobilitare i credenti e porgere la mano ai non credenti.

Per rendere completa la documentazione, alle parole direttamente pronunciate e sottoscritte dal Papa abbiamo voluto aggiungere, in una appendice, quelle di organi della Santa Sede, che peraltro, per le circostanze cui si riferiscono e il rilievo dell’organo stesso, implicano una responsabilità ultima del Santo Padre. Tale appendice costituisce una ulteriore prova di quanto centrale sia oggi per la Chiesa Cattolica la proclamazione della dignità dell’uomo e del valore della sua vita. A Padre Giovanni Caprile S. J. che, con amore, intelligenza e competenza, ha selezionato i testi, deve essere rivolto un ringraziamento davvero grande.

Si trattava, infatti, di documentare l’imponenza del messaggio di Papa Wojtyla, anche nella sua globalità. Proclamare l’«intangibilità della vita umana» pur di fronte al «disprezzo» per essa che «giunge a convalidare la soppressione dell’essere umano nel grembo materno», significa, infatti, chinarsi su ogni altra vita umana «che non conta» in termini di possesso e di capacità di azione; comprende, cioè, che l’investigazione sulla dignità dell’uomo è particolarmente significante sulle frontiere dove la vita incomincia, dove soffre e dove muore. Di qui la scelta dei brani che riguardano non solo l’aborto, ma anche la condizione anziana e quella dei malati e degli handicappati.

Una risposta adeguata alla dignità umana viene in primo luogo dalla famiglia, con tutto ciò che essa comporta in termini di cultura, educazione, politica e con i riflessi decisivi circa il significato della sessualità umana.

Su quest’ultimo argomento le insistite meditazioni e i continui pressanti richiami del Papa hanno davvero il timbro dell’estremo coraggio profetico di fronte alle vaste sordità, incomprensioni, irrisioni.

Eppure anche chi è più lontano, se per Un attimo vorrà liberarsi del pregiudizio superficiale e provare almeno a conoscere il vero pensiero della Chiesa, non potrà non avvertire il mistero che sta dietro la sessualità, mistero che Giovanni Paolo II ci fa penetrare alla luce di Dio Amore, Dio Padre, Dio Creatore.

La «cultura della vita» investe, dunque, i diritti umani basilari e quella struttura sociale elementare che è la famiglia. Ma non solo: la professione medica è interrogata sul suo finalismo e sulla sua funzione e i concetti stessi di libertà, di diritto, di democrazia, di Stato sono sottoposti a verifica, mentre sullo sfondo appare il collegamento con i grandi problemi della pace e dello sviluppo dei popoli. Per tutto l’arco dei dieci anni Karol Wojtyla ha mantenuto la sua promessa, incontrando vescovi singoli ed interi episcopati; parlando negli stadi, nelle piazze e nelle chiese di tutto il mondo; benedicendo sposi novelli; intervenendo davanti ad organismi internazionali; ricevendo ambasciatori, capi di stato, uomini politici singoli e a gruppi in udienze generali e particolari; accogliendo congressisti; spronando le associazioni cattoliche e le Chiese locali; nelle sue encicliche e nelle sue istruzioni pastorali; proclamando beati e santi; visitando ospedali e parrocchie; pregando negli «Angelus» domenicali o nelle appassionate invocazioni nei santuari mariani di tutto il mondo.

Quest’opera è stata voluta nel compiersi del decimo anno di pontificato di Giovanni Paolo II dal Movimento per la Vita Italiano, da quello fiorentino in particolare e — mi si consenta dirlo con franchezza ed umiltà — dal sottoscritto, per tre ragioni: per esprimere al Santo Padre affetto e gratitudine; per confortare e rafforzare l’azione in difesa della vita; per contribuire a celebrare degnamente il quarantesimo anniversario della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (10 dicembre 1948).

In primo luogo l’affetto. Quando il 16 ottobre 1978 il nome di Karol Wojtyla cadde sulla piazza S. Pietro e, attraverso radio e schermi televisivi, in ogni angolo del mondo, pochi di noi immaginarono che il nuovo Papa sarebbe stato tanto familiarmente vicino a quanti avevano percepito come un fatto nuovo, qualitativamente decisivo, l’emergere del dibattito sul valore della vita. Vi fu di fronte a quel nome più lo stupore per la rottura di una lunga tradizione, di Pontefici italiani, l’esultanza per la giovinezza della Chiesa e per l’avventura che significava un Papa che veniva dall’universo comunista, piuttosto tosto che un sentimento di gioioso affetto. In definitiva Wojtyla era il Papa

«venuto da lontano», più che l’amico chiamato ad una missione altissima; richiamava per i più la rivincita della speranza cristiana sull’ateismo di Stato piuttosto che una presenza premurosa nel cuore di ogni famiglia. Eppure Testori, commentando sul «Corriere della sera» del 17 ottobre 1978 l’elezione, aveva previsto; nel suo linguaggio immaginoso aveva profetizzato: «Questo sarà “il Papa del Ventre”» cioè della maternità, della vita umana che comincia, della famiglia»: Cosi di giorno in giorno Wojtyla è diventato l’amico più sicuro, il punto di riferimento, l’energia, la guida di noi che diciamo (Dio solo sa con quanta verità o con quanta presunzione!) di voler difendere la vita.

C’è stato un momento in questi dieci anni in cui l’affetto si è fatto più acuto, teso fino al dolore. Mi pare di poter dire che l’idea di questo libro come gesto di gratitudine è nata, sia pur confusamente, allora. È il momento del più prolungato silenzio di Giovanni Paolo II.

Si scorrano le pagine di questo volume: nessun intervento dal 10 maggio al 27 agosto 1981. Il 13 maggio Egli era stato ridotto al silenzio dall’attentato di Alì Agcà. Il 10, dalla loggia centrale della Basilica di S. Pietro, Egli si era rivolto a una folla di romani, venuti a testimoniare, insieme a Madre Teresa di Calcutta, in favore della vita «prima di tutto della vita nascosta sotto il cuore della donna-madre» ed aveva espresso «il desiderio di presentare a Cristo tutti questi sforzi, tutto il lavoro della Chiesa, in Italia come in ogni altra parte del mondo, che mira ad assicurare la santa inviolabilità della vita, concepita». Il 13 Egli fu colpito quasi a morte. 11 17 si svolsero i referendum sull’aborto ed io non riesco a cancellare in me la convinzione che le ferite più profonde furono inferte allora con la sordità e il rifiuto di tanti suoi pressanti appelli — l’ultimo proprio il 10 maggio — «alla voce della retta coscienza».

È il Papa stesso a sollevare il velo sui suoi sentimenti in un discorso del 22 dicembre successivo al Collegio Cardinalizio in cui riassume il lavoro svolto nell’anno che volge al termine: «Migliaia e migliaia di vittime innocenti e indifese sono sacrificate nel seno della madre! Si sta purtroppo oscurando il senso della vita e di conseguenza il rispetto per l’uomo. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. E l’avvenire ne riserverà di peggiori se non si pone rimedio. La Chiesa reagisce a questa mentalità con ogni mezzo, esponendosi e pagando di persona. Cosi hanno fatto i vescovi, in tutti i paesi ove è stata patrocinata in materia una legislazione permissiva. Così ho fatto io, così mi sono esposto io nella scorsa primavera. E nei giorni della mia lunga sofferenza ho pensato molto al significato misterioso, al segno arcano — che mi veniva dato come dal Cielo — della prova che ha messo a repentaglio la mia vita, quasi di un tributo di espiazione per questo rifiuto occulto o palese della vita umana, che si sta espandendo nelle nazioni più progredite, che corrono, senza volersene avvedere, anzi sembrando fiere della propria autonomia e insofferenza della legge morale, verso un’area di degredazione e di invecchiamento di sé».

Ma, a parte il momento dell’attentato, i sentimenti di affetto e di gratitudine di quanti militano o si riconoscono in vario modo nel Movimento per la Vita hanno avuto occasione di rafforzarsi in molte occasioni. Se si riflette alla modestia delle nostre forze, alle polemiche dure contro di noi, la prontezza di Giovanni Paolo II nell’accogliere le richieste di udienza dei dirigenti del Movimento o i partecipanti ai vari e numerosi convegni da esso promossi; la Sua stessa iniziativa nell’incoraggiarci in ogni occasione hanno qualcosa di straordinario. Tra i vari incontri rimane per me il più toccante la visita che nell’ottobre 1986 il Papa volle fare alla umilissima sede del Centro di Aiuto alla Vita di Firenze, il primo sorto in Italia con questo nome. Il recente dibattito svoltosi alla Camera dei Deputati sulla difesa della vita ha mostrato quanta incomprensione ancora rimanga persino sul ruolo del volontariato che si propone di esprimere solidarietà concreta di fronte a maternità difficili o non desiderate.

È commovente pensare che il Pastore supremo della Chiesa, pur nel ristretto tempo dedicato alle ‘celebrazioni di Firenze Capitale Europea della Chiesa della Cultura e all’incontro con una diocesi vasta e importante come quella del capoluogo toscano, abbia voluto entrare nella stanza dove, in certo modo, è nato il Movimento per la Vita Italiano. Fu in tale circostanza che si precisò meglio il bisogno di una risposta di affetto e di gratitudine.

E come meglio esprimerli se non cercando di diffondere il più largamente possibile il magistero del Papa?

 

Vale la pena? Vale la pena continuare a proclamare la vita umana nei punti dove più grande è l’incomprensione? Penso particolarmente alla vita embrionale. Non si rischia di distogliere energie da altri settori di servizio all’uomo dove più grandi potrebbero essere le collaborazioni e più visibilmente incisiva l’azione?

Non si inquietano cosi inutilmente le coscienze? Il rigore del messaggio cristiano non sarà causa delle difficoltà, per molti, di avvicinarsi alla Chiesa?

E per chi lavoro nella società civile, vale la pena affrontare il fastidio e la fatica di uno sforzo senza fine per tradurre nelle leggi e nelle strutture sociali il valore della vita, il senso cristiano della famiglia e della sessualità? Non sarebbe meglio lasciare alla sola predicazione religiosa l’intervento in tali materie?

Molte volte per me la stanchezza e il dubbio sono stati fugati dalla rilettura dell’insegnamento di Giovanni Paolo II. Immagino perciò, che anche per molti quest’opera possa essere conforto, conferma, stimolo, rafforzamento, apertura di orizzonti, profondo e gioioso respiro. Sarà così, certamente, per quanti sono impegnati nel Movimento per la Vita e nei Centri di Aiuto alla Vita. Ad essi il Papa ha detto parole estremamente incoraggianti. Come non sentirsi pieni di responsabilità, ma anche di fiducia nel rileggere, ad esempio, ciò che il Vicario di Cristo disse il primo marzo 1986: «Sono convinto che la grande influenza del Movimento per la Vita nel mondo e l’enorme importanza del suo contributo dato all’umanità sarà adeguatamente capita solo quando la storia di questa generazione sarà scritta»?

Del resto è rivolta a chiunque lavori per promuovere il valore dell’uomo l’esortazione finale del discorso ai giovani partecipanti al convegno su «Il diritto alla vita e l’Europa», il 18 dicembre 1987: «Non vi spaventi la difficoltà del compito. Non vi freni la constatazione di essere minoranza. La storia dell’Europa dimostra che non di rado i grandi salti qualitativi della sua cultura sono stati propiziati dalla testimonianza, spesso pagata col sacrificio personale, di solitari. L’Europa di domani è nelle vostre mani. Siate degni di questo compito. Voi lavorate per restituire all’Europa la sua vera dignità: quella di essere luogo dove la persona, ogni persona, è affermata nella sua incomparabile dignità».

In ogni caso, per tutti, è ragione di meditazione constatare che l’insistenza e l’imponenza del magistero papale sul valore della vita umana non è risposta a occasionali esigenze, ma lucida, organica, consapevole scelta di una priorità considerata compito essenziale della Chiesa in questo passaggio storico. Eccone alcune prove dirette. Il 26 aprile 1984, ai rappresentanti dell’UNICEF Karol Wojtyla disse: «La Chiesa considera aspetto prioritario della sua missione nel mondo d’oggi proclamare il valore di ogni e ciascuna persona umana, specialmente di coloro che sono meno capaci di difendersi.

Per questa ragione la Chiesa non cesserà mai di levare la sua voce profetica per proclamare che la vita umana deve essere rispettata e protetta fin dal momento del concepimento».

E il 12 maggio 1985 a Utrecht con fermò: «Uno dei servizi più importanti che la Chiesa deve oggi rendere al mondo sta proprio in questo: promuovere con la testimonianza della parola e dell’esempio un’autentica cultura della vita».

Che Giovanni Paolo II consideri centrale nella Sua missione la difesa della vita non è dunque interpretazione discutibile. Ciò è palese per chi partecipi alle ansie della Chiesa dei nostri giorni. Una toccante conferma si ha dalla lettera inviata dal Cardinale J. Cooke arcivescovo di New York, pochi giorni prima della sua morte, al Santo Padre e da questi significativamente letta alla Messa per i Cardinali defunti, il 22 novembre 1983: «Continuo ad offrire le mie preghiere e le mie sofferenze in unione al Nostro Salvatore per la Vostra Santità … Pregherò in modo particolare per la causa che sta profondamente a cuore a Vostra Santità: la sacralità della vita umana e la necessità di difendere tutti gli essere umani, soprattutto i bambini non ancora nati, in ogni momento, dal concepimento alla morte».

 

Vi è, infine, la terza ragione di questa raccolta di testi: il quarantesimo anniversario della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Di questi ultimi Giovanni Paolo 11 appare sempre di più il massimo campione, il testimone più credibile.

È questo uno dei più singolari e confortanti «segni di tempi».

La storia delle dichiarazioni, almeno se pensiamo alla Rivoluzione francese, non è propriamente amica della Fede. Eppure oggi proprio la Fede appare ultimamente l’unica reale forza capace di fondare e sostenere i diritti dell’uomo e questi, lungi dall’apparire un interesse secondario della Chiesa, ne costituiscono una prospettiva essenziale, perché l’«uomo è la via della Chiesa» (Redemptor hominis, n. 14). Su questo terreno affascinante va meditato il tema dei rapporti tra Fede e Storia, Fede e Vita, Religione e Società. Ed è argomento strettamente collegato al diritto alla vita, perché «come è possibile, infatti, parlare di diritti umani, quando si viola questo diritto primigenio? Molti dissertano, oggi, sulla dignità dell’uomo, ma non esitano, poi, a calpestare l’essere umano, quando questi si affaccia, debole e indifeso, sulla soglia della vita. Non vi è una contraddizione patente in tutto ciò? Non dobbiamo stancarci di riaffermarlo: il diritto alla vita è il diritto fondamentale dell’essere umano, un diritto della persona, che obbliga fin dall’inizio» (Giovanni Paolo II, Omelia in piazza del Campo, a Siena, 14 settembre 1980).

La dignità umana è certamente territorio di incontro tra credenti e non credenti, eppure resta per molti un concetto misterioso.

Il suo contenuto si indentifica per entrambi con i diritti dell’uomo. Nel suo messaggio al Colloquio del 1985 su «Genetica, procreazione e diritto» il Presidente della Repubblica Francese, Mitterand, scrisse che la «la storia dei diritti dell’uomo è la storia della nozione stessa di persona umana, della sua dignità, della sua inviolabilità».

Egualmente il Papa definì di fronte all’assemblea dell’Associazione medica mondiale, il 29 ottobre 1983, che «tutti questi corrispondono alla sostanza della dignità dell’essere umano».

Ma da dove deriva questa misteriosa dignità? Se lo domanda Giovanni Paolo II l’11 settembre 1983 di fronte ad una assemblea di malati, handicappati e anziani, La risposta piena, luminosa e con-vincente non può essere che in Dio: «La nobiltà dell’uomo consiste nel fatto che Dio l’ha chiamato alla vita, gli ha detto si, l’ha accettato e che egli troverà in Lui il suo compimento».

I diritti dell’uomo significano anche libertà, democrazia, eguaglianza, partecipazione, rispetto delle identità nazionali, rispetto dell’esigenze tipicamente umana di entrare in contatto con Dio ed esprimere la propria Fede.

Ho prima accennato ad una azzeccata previsione di Testori: «questo sarà il Papa del Ventre». Ora vorrei ricordare quella che ha tutto il sapore di una autentica profezia. Il 23 ottobre 1953 La Pira scrisse al Cardinale Wyszynski: «Lei costituisce la testimonianza della Chiesa che avanza nello spazio e nell’impero di Babilonia e si tratta di una avanzata destinata a svolgersi con grande ampiezza nei tempi che verranno. La storia sacra di domani passa per Varsavia, giunge a Mosca e va oltre, verso gli spazi della Cina e di tutta l’Asia. Un sogno? No: una previsione mariana che ha il suo suggello nel segreto di Fatima!».

Dieci anni di Giovanni Paolo II ci hanno abituato al Papa polacco. Ma al momento dell’elezione la Sua provenienza del territorio della grande eresia che, in nome dell’Umanità e dell’Eguaglianza, ha distaccato interi popoli dal cuore della Cristianità, dal paese cerniera tra l’Occidente e l’Oriente dalla Chiesa che decenni di propaganda ateista avevano tentato di rendere silenziosa, fece porre le stupite domande: una provocazione? Un atto di lungimirante coraggio? Una profezia che si avvera? Qual è il significato profondo di questo Papa, cosi devoto a Maria («Totus Tuus») che viene dalla Polonia dove si trova «la terrazza sulla pace del mondo» (cosi La Pira chiamò il Santuari  di Czestochowa)? «E tanto evidente il piano del Signore  —scriveva ancora la Pira il 27 dicembre 1975 a Eugenia Krassowsa  —fare della Polonia la speranza dei popoli la Polonia è il punto giusto ove la croce del mondo è stata (in certo senso) piantata, ivi viene inevitabile piantato il vessillo della Resurrezione! Ove fu piena la sofferenza del mondo, ivi sarà piena la gioia del mondo!».

Cosi la riflessione sui diritti dell’uomo nel tempo presente e sul ruolo di Giovanni Paolo II mi riconduce a quel 13 maggio 1981, il giorno dell’attentato e l’anniversario di Fatima. Quel giorno mi pare esprimere in modo simbolico e significante l’intero decennio.

Le ragioni dell’attentato restano oscure e non intendo in alcun modo prendere posizione sulle responsabilità. È certo però che esso fu compiuto nel momento in cui Wojtyla esprimeva il massimo di speranza di un impetuoso, rapido affermarsi dei diritti dell’uomo sia in Oriente che in Occidente.

In Oriente l’esperienza polacca di Solidarnosc era al culmine della fioritura e sembrava preludere ad una improvvisa crisi del sistema del materialismo storico. In Occidente i diritti dell’uomo, resi insicuri dal veleno del materialismo pratico, avrebbero giocato la loro sfida proprio in troia, nel cuore del cristianesimo, nella Sede di Pietro, con il referendum sull’aborto di pochi giorni dopo (17 maggio), con conseguenze incalcolabili a livello planetario se il «Sì alla vita» avesse vinto. Per i diritti dell’uomo nell’Est e nell’Ovest Giovanni Paolo II si era con grande coraggio «personal-mente esposto».

Cosi quell’attentato acquista un significato di simbolo ad un tempo delle forze oscure che si oppongono ai diritti dell’uomo e della loro incapacità di spegnerne la voce. Gli eventi successivi hanno dimostrato che la vittoria dei diritti dell’uomo non sarà il frutto di un estemporaneo e glorioso impeto, ma piuttosto di una lunga tenacia e di una lunga fatica.

In questo la Chiesa di Papa Wojtyla gioca un ruolo di primo piano, di vera e propria svolta storica.

«Forse il secolo XX — questa è un’altra profezia pronunciata proprio da Giovanni Paolo II il 17 febbraio 1979, agli inizi del suo pontificato — qualificherà la Chiesa come il principale baluardo della persona umana in tutto l’arco della sua vita terrena, fin dal suo concepimento».

 

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