Con le DAT si è aperto alla logica dell’abbandono di Mattia Fusina, Centro di Cultura Europea Sant'Adalberto

Il primo dovere di un centro culturale, di fronte alle numerose associazioni oggi presenti, impegnate concretamente ed in prima linea nell’aiuto ai malati, ai deboli ed ai più fragili della nostra società, è quello dell’umiltà, seguita dal silenzio e dall’ascolto delle molte testimonianze di vita raccontate da chi accompagna i malati ed i loro familiari, riscoprendo e mostrando l’immensa dignità e ricchezza delle loro vite, pur nella fatica della quotidianità.

Ciò doverosamente premesso, tenterò di portare il piccolo contributo di un’associazione che si è posta, come scopo, quello di far diventare cultura la fede, poiché «una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta» (San Giovanni Paolo II, Discorso al MEIC, 1982). In tal senso, Papa Francesco ha voluto ribadire con forza che «è imperioso il bisogno di evangelizzare le culture per inculturare il Vangelo» (Evangelii Gaudium, §69).

A seguito dell’introduzione nell’ordinamento italiano della legge n.219/2017, sulle c.d. “DAT”, abbiamo così promosso, l’8 febbraio 2018, un incontro di approfondimento e giudizio, allo scopo di contribuire a destare le coscienze del nostro popolo sui rischi di una mentalità strisciante, che confonde l’abbandono e la morte come soluzioni di fronte alla malattia. Abbiamo scelto di far partire la nostra riflessione da un’opera d’arte: “Il Buon Samaritano” di Vincent van Gogh, che l’artista olandese dipinse appena due mesi prima di compiere il proprio suicidio, in quello che era senza dubbio – possiamo immaginare – un momento di enorme dolore, sofferenza e disperazione.

Van Gogh si volle identificare con entrambi i soggetti del dipinto, il buon samaritano e l’uomo sofferente, il soccorritore ed il soccorso, e nell’abbraccio tra i due personaggi riuscì ad esprimere, da un lato, tutto il bisogno dell’uomo – il malato, il debole, il fragile – di affidarsi a qualcuno che possa aiutarlo, di lasciarsi abbracciare e curare, di trovare lo sguardo di chi è capace di scorgere il valore pieno della vita, anche nella fatica e nella malattia, dall’altro lato, tutta la necessità, anche per il “sano”, di curare l’altro, di sostenerlo, abbracciarlo, prendersene carico, non abbandonarlo.

Si tratta della rappresentazione artistica di quello che è il rapporto medico-paziente, stretto nel delicato equilibrio tra l’accanimento terapeutico e l’abbandono, alternative entrambe inaccettabili.

Già con le DAT si è indotto, invece, uno spostamento verso la tentazione dell’abbandono. Inizia a non esserci più la fiducia che l’altro possa prendersi cura, tutto è ridotto a soluzione tecnica che nasconde l’estrema solitudine del malato, divenuto ancor più fragile.

Un’ulteriore spinta verso pratiche eutanasiche, anche attraverso improvvide pronunce giurisprudenziali, non potrebbe che peggiorare l’attuale contesto.

L’impegno culturale può e deve contribuire, perciò, a far maturare ancor più in Italia una società della vita, scongiurando il trionfo della “cultura dello scarto” ed affiancandosi alle innumerevoli realtà che operano quotidianamente ed in concreto a fianco dei malati e dei loro familiari, spronando il Parlamento a guardare, riconoscere e prendere reale coscienza dell’esistenza e della ricchezza di un popolo silenzioso e spesso invisibile, che deve essere sostenuto, anche tramite adeguate scelte legislative, per il bene di tutto il nostro Paese.

 

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