Coordinamenti Polis Pro Persona, dall’eutanasia al DDL Zan: perché ci impegniamo di Domenico Menorello

Qualche settimana fa, il primo luglio, c’è stata la ventesima iniziativa congiunta di circa settanta associazioni (libero coordinamento Polis pro persona), un seminario in Senato su un tema ritenuto molto importante per il nostro Paese, quale è il tentativo in corso di imporre, tramite il c.d. ddl Zan, uno spostamento antropologico della società italiana verso un modello di uomo ideologicamente plasmato.

Ma, per comprendere il senso del gesto serve un passo indietro. Di quale “impegno congiunto” stiamo parlando? Di una avventura iniziata spontaneamente più o meno proprio nel luglio di due anni fa, quando un tam-tam fra alcuni amici, che in un attimo ne ha coinvolto senza volerlo tanti altri, ha organizzato un seminario di lavoro sull’”ordine” in allora impartito dalla Corte costituzionale al Parlamento di legiferare in tema di “fine vita”.

Si iniziò così, senza alcun intento organizzativo, ma solo perché in alcuni era cresciuto il desiderio di condividere, a partire dalla bellezza dello sguardo sull’umano incontrato nel fatto cristiano, un tentativo di giudizio su questioni pubbliche che passano sotto i nostri occhi. E lavorando in questi due anni su alcune pronunce della Consulta come su norme e disegni di legge in tema di vita, famiglia, educazione ci è via via apparsa chiara una lettura di tali decisioni (assunte o in itinere) sotto il profilo antropologico ed educativo.

Ci siamo, cioè, accorti di un crescente utilizzo della normazione e della giurisprudenza per condizionare la popolazione italiana verso una concezione di uomo che non ha necessità di cercare il Vero e l’Altro da sé (Dio) per il proprio compimento, ma che assume l’autodeterminazione assoluta come unico parametro di valore personale e sociale (come la figura dell’eroe greco Capaneo, poi tratteggiato da Dante nel canto XIV dell’Inferno) con la conseguente pretesa di azionare la norma positiva per spezzare i legami infrapersonali e negare l’assunzione di responsabilità verso la comunità e la realtà.

Se si guarda a volo d’uccello norme come quelle che hanno derubricato il matrimonio quasi a contratto privato (legge 55/2015), come le sentenze sul caso Englaro, o le “unioni civili” (legge n. 76/2016) o la legge 219/2017 sulle DAT, per arrivare alla privatizzazione dell’aborto farmacologico della circolare ministeriale del 12 agosto 2020 ovvero alla liberalizzazione della pillola (antinidatoria) dei cinque giorni dopo di cui al Decreto AIFA del 10 ottobre 2020, si vede in filigrana un individuo concepito come “solo”, senza appartenenza, senza responsabilità verso gli altri e persino verso i propri gesti, che nega ogni limite del reale per affermarsi autodeterminato, finendo, in realtà, nel divenire facile strumento della mentalità dominante. Il ddl Zan impone questa postura ideologica addirittura con la forza di un paradigma penale, spingendosi a dare riconoscimento di legge all’ideologia gender, che negando in radice la oggettività della differenza sessuale, esaspera un puro soggettivismo e disconosce valore alla realtà (nichilismo). Dobbiamo guardare in faccia questa pretesa del potere sul popolo italiano, noi che sappiamo come sia invece possibile uno sguardo diverso sull’uomo, così come sappiamo che non vi può essere “certezza conoscitiva senza simpatia per la realtà” (Carron, C’è speranza-Il fascino della scoperta, Ed. nuovo mondo, 2021). Si tratta di riconoscere il “senso religioso” come tratto essenziale della struttura umana come plasticamente testimoniata da Francesco d’Assisi, per cui tutta la realtà era positiva (“fratelli tutti”) in quanto Segno del Mistero buono che fa le cose: una concezione che a noi sembra più bella e ragionevole perché più corrispondente al cuore dell’uomo, che sempre cerca con inesauribile energia un significato nell’Altro da sé.

Come poter, allora, comprendere e dire pubblicamente, a testa alta, con il sorriso sulle labbra ma con schiettezza, quale partita educativa sull’umano si sta giocando di fronte a una sempre più incalzante pretesa del potere di imporre al popolo una concezione dell’uomo che a noi sembra disumana? Come poter efficacemente dialogare con tutti, in pubblico, desiderando un rapporto al fondo delle questioni con chi orienta la cultura e la politica italiane? Ognuno da solo non ce la può fare.

Allora è il tempo di risentire alcune parole del magistero di Paolo VI, profeticamente dette nel 1965 (Apostolicam Actuositatem), ma mai così pertinenti alla situazione corrente: “Nelle attuali circostanze è assolutamente necessario che … sia rafforzata la forma di apostolato associata e organizzata, poiché solo la stretta unione delle forze è in grado di raggiungere pienamente tutte le finalità dell’apostolato odierno e di difenderne validamente i frutti. In questo campo è cosa particolarmente importante che l’apostolato incida anche sulla mentalità generale e sulle condizioni sociali di coloro ai quali si rivolge; altrimenti i laici saranno spesso impari a sostenere la pressione sia della pubblica opinione sia delle istituzioni”.

Per questo, senza aver minimamente il problema dell’organizzazione, abbiamo desiderato e provato momenti pubblici di aiuto nel giudizio rispetto ad alcune questioni.

Liberamente ed ognuno innanzitutto per una sua esigenza personale con il desiderio acceso di incontrare ancora tanti amici, per vivere assieme tracce di comunione operosa, il cui gusto di per sé vale e sovrabbonda ogni tentativo, senza dover aspettare nessun altro esito.

 

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