Da leggere. Il diario della peste Recensione a cura di Elisabetta Pittino

Un caldo benvenuto a Il Diario della Peste di Michael D. O’ Brien, finalmente tradotto in italiano e pubblicato a novembre scorso dall’Editrice Fede & Cultura (www.fedecultura.com).

Romanzo avvincente, appassionante – del resto O’Brien scrive proprio bene – parla alla società del nostro tempo. Distopico nel 1999 quando fu pubblicato, oggi è fortemente reale.

Il romanzo narra la fuga di un padre, Nathaniel Delaney, che cerca di preservare i figli dal pensiero unico apparentemente tollerante di una società che potrebbe essere la nostra.

La peste di cui il diario parla (il titolo originale inglese è Plague Journal) è il pensiero unico che si insinua attraverso una propaganda senza tregua. Un’ ideologia che sembra “buona e tollerante, ma in realtà è violenta e spietata, che comincia dalla scuola con l’educazione sessuale imposta ai figli”, continua con aborto ed ecologia (non integrale), eutanasia, LGBT, omofobia…

“Odio il vostro paese. Laggiù ti uccidono, ma qui ti uccidono il cuore. Siete già morti. Siete un popolo morto” dice un artista rifugiato politico fuggito da Mosca, mettendo a nudo il pericolo del condizionamento ideologico dei nostri tempi. “La gente dell’Occidente è diventata in generale incapace di capire ciò che viene detto loro. Ascoltiamo senza intendere, guardiamo senza vedere” commenta il protagonista.

Un Nuovo Ordine Mondiale dove “(…) l’attuale generazione, l’uomo del Mondo Nuovo, è una creatura stranamente omogeneizzata, che si precipita a rotta di collo verso una fine non definita” scrive Nathaniel Delaney nel suo Diario.

«Come mai non pratichi aborto ed eutanasia?» chiede Nathaniel al suo amico il dr Woolley dando inizio ad un importante dialogo, lungo 4 pagine, sul tema della vita umana nascente. «Non mi occupo più di aborto né di vecchietti (…). La morte non mi dà più alcun gusto» è la spiegazione di Woolley che, nel raccontare il perché ha smesso, fa un’analisi cruda, senza pietà di dove può arrivare la cultura abortista: “la maggior parte dei dottori non ha problemi ad uccidere i vecchietti, perché si tratta solo di fare un’iniezione in più. Inoltre, possono dire a sé stessi che la nonna e il nonno hanno avuto una vita piena e sono ormai pronti per un piacevole riposo. Ma vivisezionare un bambino è un po’ più difficile per i nervi. Solo due tipi di dottore possono sopportarlo molto a lungo. I mediocri macellai e gli idealisti. Io facevo parte degli idealisti”. La riposta che propone l’autore a questa crudeltà è il perdono che rigenera persone “ancora capaci di ascoltare una parola che frantumi le menzogne”.

 

 

Trama

Nathaniel Delaney dirige The Echo un modesto giornale locale in Canada, dalle cui pagine denuncia instancabilmente la deriva totalitaria del Paese che impone il pensiero unico a tutti i livelli. Un’ideologia apparentemente buona e tollerante, ma in realtà violenta e spietata, che comincia dalla scuola con l’educazione sessuale imposta ai figli. Quando il governo deciderà di non tollerare più alcuna forma di dissenso, la vita di Nathaniel subirà una svolta brutale e imprevista, che metterà alla prova la solidità dei suoi legami familiari, dell’amicizia e dell’amore: la sua fuga sarà un vero e proprio viaggio alla scoperta di sé stesso, in un futuro non troppo lontano che potrebbe essere il nostro.

 

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