Denatalità: quella riflessione “più profonda” che manca di Marina Casini Bandini

La natalità è «un tema importante, basilare per invertire la tendenza e rimettere in moto l’Italia a partire dalla vita»; «senza natalità non c’è futuro»; «Dov’è il nostro tesoro, il tesoro della nostra società? Nei figli o nelle finanze? Che cosa ci attrae, la famiglia o il fatturato?»; «Sono indispensabili una politica, un’economia, un’informazione, e una cultura che promuovano coraggiosamente la natalità». «Penso con tristezza alle donne che sul lavoro vengono scoraggiate ad avere figli o devono nascondere la pancia. Com’è possibile – ha scandito il Pontefice – che una donna debba provare vergogna per il dono più bello che la vita può offrire? Non la donna, ma la società deve vergognarsi, perché una società che non accoglie la vita smette di vivere. I figli sono la speranza che fa rinascere un popolo!». Questi sono alcuni passaggi del discorso di papa Francesco agli Stati Generali della Natalità, iniziativa online promossa dal Forum delle associazioni familiari a cui ha partecipato anche il Premier Draghi, il quale ha ribadito che «Un’Italia senza figli è un’Italia che non ha posto per il futuro, è un Italia che lentamente finisce di esistere.

Un evento importante, unico nel suo genere, che auspicabilmente darà il via a iniziative capaci di superare la preoccupante situazione dell’inverno demografico che affligge l’Italia e non solo. È motivo di riflessione che oggi si torni a parlare con tanta insistenza e allarme di denatalità. Non poi così tanto tempo fa, in Europa vi era un generale allarme per l’aumento della popolazione non sostenibile con le risorse della terra. Tutti conosciamo le teorie maltusiane (dall’economista demografo inglese Thomas Robert Malthus) secondo cui il pianeta intero sarebbe piombato nella miseria e nella fame per l’impossibilità di fornire il cibo ad un numero esagerato di esseri umani (“non c’è cibo per tutti”; “nel banchetto del mondo non è apparecchiato per tutti”). Paul Ehrlich, nel suo libro The Population Bomb, affermò che il rapido incremento della popolazione avrebbe potuto creare una crisi e auspicò politiche antinataliste coercitive da applicare a livello globale, al fine di evitare una catastrofe. Più recentemente, nel 1969, Frederick Jaffe, vicepresidente della International Planned Parenthood Federation degli Stati Uniti redasse un “memorandum” per ridurre la popolazione e lo fece circolare tra i più potenti organismi internazionali. In questo “memorandum” si indicavano come linee strategiche il ricorso all’aborto, l’uso della sterilizzazione, la propaganda in favore dell’omosessualità, la posticipazione del matrimonio o la sua cancellazione, la distribuzione gratuita di contraccettivi senza prescrizione medica. Queste indicazioni sono state in gran parte seguite. È da sottolineare la radice egoistica del timore della sovrappopolazione, tanto che alcuni Paesi sviluppati hanno cercato di influenzare i Paesi del terzo mondo in senso antinatalista per il timore che la loro crescita di popolazione costituisse una minaccia e un pericolo per il loro primato e il loro benessere.

Oggi, almeno in occidente, è diffusa la preoccupazione opposta, quella della denatalità. Si teme per la stabilità dell’equilibrio intergenerazionale e si pongono vari problemi sul piano delle pensioni e della previdenza, della produttività e del PIL, della sanità, degli investimenti e del welfare. Chi creerà innovazione? Ci si chiede. E ancora: Chi costruirà un’economia green e sostenibile? Potremo ancora permetterci una rete di servizi sociali e la sanità sarà ancora gratuita se crolla il numero dei lavoratori? Si ragiona, insomma, in termini economici: se diminuiscono i lavoratori dalle cui retribuzioni vengono prelevati i fondi per mantenere le persone anziane, come sarà possibile mantenere un livello adeguato di pensionamento specialmente considerando che è in corso un rapido invecchiamento della popolazione per effetto dei progressi della medicina? In termini immediati vengono colpiti servizi e attività produttive che si basano sul mercato per l’infanzia. Nel lungo periodo si alimentano processi di invecchiamento con conseguenze pesantissime dal punto di vista del welfare e della sanità. Si legge che se i Paesi dell’occidente diminuiranno la loro forza numerica perderanno la loro identità, perché i poveri del terzo mondo, soprattutto attraverso le migrazioni, ne cambieranno l’aspetto e l’anima.

A ben guardare, le ragioni di interventi e politiche a favore della natalità possono essere di tipo egoistico, come lo erano le preoccupazioni dovute al presunto incremento della popolazione: c’è bisogno di figli perché altrimenti si va a fondo e non si assicura l’avvenire alla società. I figli, insomma, sono visti come rimedi. Per incrementare il rimedio-nascite, si suggeriscono così soluzioni finanziarie, occupazionali, abitative, programmi di conciliazione lavoro-famiglia e sussidi di vario genere, congedi parentali, la disponibilità di asili nido, politiche per l’occupazione femminile, i bonus bebè. «Tutto bello – commenta Giuliano Guzzo – peccato che non ci sia un Paese europeo – neppure uno – che, avvalendosi di tali soluzioni, possa oggi vantare un livello di fertilità pari o superiore a quel 2,1 figli per donna, noto come tasso di sostituzione e fondamentale per assicurare il futuro ad una comunità». Allora, per quanto importante, non possiamo affidare tutto solo a soluzioni economiche e neanche puntare a un incremento della popolazione per risolvere i problemi del Paese, perché paradossalmente questa strada potrebbe portare ad incrementare la procreazione in vitro con la scia di problemi che essa comporta (vita e famiglia). È evidente che la riflessione deve farsi più profonda e deve coinvolgere il senso del figlio, del generare e dell’essere generati. E deve essere approfondita anche in ordine alle cause della denatalità ravvisate, in genere, nell’industrializzazione, nella società dei consumi, nel rinvio del matrimonio e dei concepimenti, nella precedenza all’affermazione professionale, nei problemi a livello occupazionale e abitativo, nella crisi economica. È, infatti, contraddittorio che non si senta parlare degli aborti volontari. Un fenomeno quello dell’aborto legale che dal 1920 al 2013 si esteso in tutta Europa tra vicende alterne e che per la sua promozione si avvale di potenti lobby con la complicità di organismi internazionali. In Italia dall’entrata in vigore della legalizzazione della c.d. “interruzione volontaria della gravidanza, è stata impedita la nascita di oltre sei milioni di bambini. Questo risulta dalle relazioni ufficiali annualmente presentate al Parlamento dal Ministro della Sanità. Se oggi ci fossero sei milioni di figli in più non esisterebbe la paura del crollo delle nascite. Sappiamo che non è facile sconfiggere totalmente il dramma dell’aborto, ma se soltanto la metà dei bambini abortiti fosse stata salvata la situazione sarebbe diversa. Bisogna poi aggiungere l’enorme numero di figli appena concepiti a cui è stata tolta la vita mediante la c.d. “contraccezione di emergenza” la quale – come ormai è accertato da molti studi – se il concepimento è avvenuto, impedisce al concepito di trovare accoglienza nell’utero materno e quindi ne viene provocata la morte. Sembra dunque giunto il momento di un serio ripensamento sull’aborto, quanto meno sostenendo il volontariato impegnato ad aiutare le donne che subiscono una spinta all’aborto dall’ambiente in cui vivono ed anche da difficoltà di vario genere. In questa prospettiva i Centri di aiuto alla vita potrebbero essere inseriti nella strategia dello Stato e delle istituzioni locali. Sembra urgente anche una profonda revisione della funzione dei consultori familiari pubblici, trasformati nella maggioranza dei casi in strumenti di accompagnamento verso l’aborto. Se essi fossero completamente sottratti all’iter abortivo e venisse loro restituita la funzione originaria di essere luoghi di sostegno alla donna affinché porti a termine la gravidanza superando le difficoltà, prevedibilmente sarebbe vinto il crollo delle nascite. In realtà proprio recentemente (Avvenire del 26 maggio) Lella Golfo ha proposto provocatoriamente la “sospensione” «della legge 194, vietando l’aborto per cinque anni, tranne gravi casi di malformazione del feto o di violenza nei confronti della futura madre» offrendo alle madri inclini all’aborto un lavoro e una casa. Il suggerimento, sebbene restrittivo dell’aborto legale, si pone anch’esso in una prospettiva culturalmente utilitaristica perché la moratoria sarebbe dovuta solo all’esigenza di frenare la discesa libera del crollo delle nascite, ma una volta risalita la china nulla vieterebbe di riallargare le maglie.

Se veniamo alla radice del problema scopriamo che la dimensione ultima è quella della cultura della vita che ci chiede di riflettere in profondità sul valore del figlio concepito come uno di noi, soprattutto oggi che con un bicchiere d’acqua può essere eliminato in una fase precocissima della sua esistenza. Fintanto che il figlio è funzionale al raggiungimento di determinati obiettivi – una volta si diceva “braccia per lavorare la terra”; “bastone della vecchiaia”; oggi si dice “garanzia del sistema pensionistico”, sicurezza del ricambio generazionale” – costruiremo il futuro sulla sabbia. Riflettiamo dunque sul valore del figlio, di ogni singolo figlio, anche di quello appena concepito: «questo piccolo essere che potrebbe stare nel palmo della mia mano, è uno di noi, un nostro fratello, accomunato dal nostro stesso destino. Bisogna avvertire lo stupore per la meraviglia che egli è. Ogni vita che inizia è frutto della fatica dell’universo, dello spazio e del tempo, dell’evoluzione e delle generazioni. […] Di fronte a lui riproponiamo la domanda: è o non è, egli, il valore e il senso del creato? Se la risposta è positiva abbiamo detto che l’uomo è sempre un valore, è sempre un fine in ogni circostanza e quali che siano le condizioni della vita. Se “lui” è un valore, allora tutto il creato ha un senso, anche se percepito in modo intuitivo e misterioso. L’universo deve avere un significato, con il suo succedersi delle generazioni. Vale allora la pena di vivere. Non vi è spazio per il pessimismo. Ogni figlio è l’istintiva speranza che il bene alla fine supererà il male, che il futuro potrà essere migliore del passato. Le delusioni e gli insuccessi non sono definitivi. Possiamo ancora ritentare, giocare la scommessa, tentare l’avventura: “Per ritrovare speranza bisogna avere il coraggio di dire la verità: la vita di ogni uomo è sacra”» (Carlo Casini, È questo il principio della riconciliazione, in “Sì alla vita”, a. VIII, n. 1 gennaio 1985, pp. 1-2). Ripensare questa verità offre – in misura maggiore dei pur opportuni sostegni economici – delle basi solide e durature per affrontare il tema della denatalità. E vince la banalizzazione della sessualità, ridotta ad essere occasione di evasione, e porta sul piano veramente umano quello che la collega alla vita e alla famiglia.

 

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