Diritti, dialogo e identità: verso una “cultura dell’incontro” di Prof.ssa Aquilina Sergio

Oggi ci troviamo davanti ad una crisi che non è solo economica, ma investe diversi aspetti della nostra vita, risultato di un processo non solo globale ma anche liberista della società. Si desiderano beni materiali e si perdono i valori spirituali e culturali, in una logica spesso improntata all’individualismo, dove la diversità non è che una minaccia. Inoltre, viviamo in una società che possiamo definire multietnica e multiculturale, che se per alcuni può rappresentare un problema, per altri invece può essere intesa una opportunità, pertanto se da un lato c’è difficoltà nell’accettare il diverso e preoccupazione per la propria sicurezza, dall’altro, può esserci un’opportunità per recuperare la propria identità e arricchire la propria cultura. Ecco che allora il dialogo diviene lo strumento indispensabile per una cultura dell’incontro. Da tale incontro, è necessario recuperare una dimensione antropologica e promuovere un insieme di legami che contribuiscano a rinnovare l’ambiente relazionale, sociale e culturale.

La convivenza di diverse culture all’interno dello stesso territorio genera conflitti e discriminazioni, allora come è possibile tutelare i diritti umani, riconoscere le differenze e rispettarle in un contesto in cui ciascuno è convinto della superiorità della propria cultura? Sul tema dei diritti dell’uomo si è da tempo parlato e scritto infinitamente a lungo, non a caso la tormentata storia dei diritti umani ha radici risalenti nel tempo, ma ciononostante fragili, vista la facilità con la quale è agevole sradicarli nella pratica, ma soprattutto nelle coscienze. La società è una realtà dinamica, in cui nascono sempre nuovi bisogni, nuovi modi di pensare, nuovi problemi, ma l’uomo è sempre lo stesso. In tale contesto ci si è chiesti quale possa essere un’efficace tutela dei diritti umani e se questa prescinde dalla società, dallo spazio e dal tempo. La riflessione posta in essere nel presente saggio, mira a farci ripensare il concetto di tolleranza, in seno al rispetto del diverso da sé come fonte di arricchimento, perché solo tollerando nel senso di accoglienza e non sopportando l’altro, possiamo essere rispettati[1].

Pertanto, il vero fondamento del multiculturalismo dovrebbe essere la pluralità delle culture e dell’identità, solo chi ha una propria identità può riconoscere le altre e dialogare con esse. L’uomo esiste in quanto è relazione, si rapporta sempre con la comunità degli uomini e negli altri trova sé stesso. Il fondamento del dialogo culturale, non è la rinuncia alla propria identità ma l’apertura verso l’altro, verso il diverso da sé. Ci si chiede in tal senso, se oggi è quello che si sta realmente realizzando? In un momento di frammentazione, come quello in cui viviamo, i diritti umani sono divenuti uno strumento di comunicazione tra gli individui che appartengono alle diverse culture nel regime del pluralismo[2].

Prendiamo parte ad una sorta di consenso universale riguardo i diritti dell’uomo, che altri valori o ideali del passato non possono realizzare, ciò significa che nel regime del pluralismo, il legame tra le differenti famiglie culturali, ideologiche e spirituali è rappresentato proprio dai diritti. Risulta che l’unica varietà di etica attuabile nel futuro sia “l’etica dei diritti”[3]. Nessuno li contesta, anche se poi ognuno l’interpreta a suo modo. La domanda che sorge non riguarda la titolarità di diritti, ma quali essi siano e come debbano essere applicati ed interpretati ed è proprio su questo aspetto che intervengono da versanti apposti economico la globalizzazione, ed etnico-culturale il multiculturalismo. Ciò che muta è il legame della natura umana con lo spazio e con il tempo. Nell’epoca in cui viviamo l’individuo viene delocalizzato, viene collocato in un mondo sempre più grande in cui si perdono le tradizioni, le consuetudini, le pratiche locali. In questo contesto di non appartenenza, proiettato verso una società globale, i diritti umani costituiscono un punto di contatto tra tutti gli individui, è un vero e proprio consensus gentium che riguarda tutta l’umanità[4]. Tuttavia rivolgersi all’etica dei diritti dell’uomo non è sufficiente, non basta dichiarare il proprio consenso ai diritti dell’uomo, ma è necessario anche mostrare la propria interpretazione di essi. Si potrà pensare che i diritti dell’uomo non saranno mai veramente effettivi finché permangono differenze, appartenenze, diverse forme di vita, ma c’è da chiedersi se l’universalità dei diritti combaci con la globalità[5]. L’umanità vive oggi un periodo nuovo della sua storia, caratterizzato da profondi e rapidi mutamenti, che progressivamente si estendono all’intero globo, tali mutamenti provocati dall’intelligenza e dall’attività creativa dell’uomo, si ripercuotono sull’uomo stesso, sui suoi giudizi e sui desideri sia individuali che collettivi, sul suo modo di pensare e d’agire, sia nei confronti delle cose che degli uomini, tanto che si può parlare di una vera trasformazione sociale e culturale[6]. La composizione multiculturale delle odierne società, favorita dalla globalizzazione, è divenuta pertanto un dato di fatto. Ma la presenza simultanea di culture diverse rappresenta una grande risorsa quando l’incontro tra differenti culture viene vissuto come fonte di reciproco arricchimento. Può anche costituire un problema rilevante, quando la multiculturalità viene vissuta come minaccia alla coesione sociale, alla salvaguardia e all’esercizio dei diritti dei singoli o dei gruppi. Non è facile la realizzazione di un rapporto equilibrato e pacifico tra culture preesistenti e nuove culture, spesso caratterizzate da usi e costumi che sono in contrasto[7]. Uno dei fenomeni epocali del nostro tempo, che particolarmente investe l’ambito della cultura, è quello della globalizzazione. Facilitando la comunicazione tra le varie aree del mondo e coinvolgendo tutti i settori dell’esistenza, essa ha manifestato la pluralità di culture che caratterizza l’esperienza umana. Non si tratta però solo di un aspetto teorico o generale: ogni singola persona, infatti, ha continuamente a che fare con informazioni e relazioni che provengono, in tempo reale, da ogni parte del mondo e incontra, nella sua quotidianità, una varietà di culture, confermando così il sentimento di far sempre più parte di una sorta di “villaggio globale”[8].

Da qui, l’emergenza che ha fatto irruzione in maniera improvvisa nelle nostre vite, “ha messo in luce le nostre false sicurezze” e la nostra “incapacità di vivere insieme. È così che oggi, ad un “individualismo indifferente e spietato” e ad un “relativismo”, si aggiunge pertanto il rischio che il potente o il più abile riesca a imporre una presunta verità. Invece, “di fronte alle norme morali che proibiscono il male intrinseco non ci sono privilegi né eccezioni per nessuno. Essere il padrone del mondo o l’ultimo ‘miserabile’ sulla faccia della terra non fa alcuna differenza: davanti alle esigenze morali siamo tutti assolutamente uguali”[9]. Il tema dell’integrazione di “nuovi cittadini” e del dialogo interculturale nella società odierna, si configura come una questione sempre più urgente[10]. Affrontare il tema della accoglienza e dell’integrazione, significa allora affrontare un tema di grande sensibilità politica e sociale. Se la parola accoglienza, viene spesso accostata non solo alla sicurezza nazionale ma anche al pericolo di “invasione”, l’integrazione si associa, invece, ai problemi delle nostre fragili periferie, a rischio di scollegarsi dalla vita sociale, e alle difficoltà di inserimento lavorativo, dimenticando quanto è rilevante il ruolo dell’immigrazione in una società a basso indice demografico, come la nostra[11]. Ma prima di addentrarci nel cuore del problema oggetto del presente saggio, ovvero la necessità di una “cultura dell’incontro”, occorre delineare seppur brevemente lo scenario attuale. Infatti, la nostra epoca, è caratterizzata da tutta una serie di fenomeni nuovi e complessi – dal processo di globalizzazione multiculturalismo, senso di instabilità economica, incertezza delle relazioni sociali, che hanno finito con lo spazzare via le tradizionali categorie politiche, determinando, altresì, una profonda crisi delle istituzioni consolidate. Crisi che ha prodotto un «nuovo disordine mondiale»[12] , che a sua volta, si è tradotto immediatamente nella svalutazione dell’ordine e della sicurezza in quanto tali. Un disordine mondiale, figlio di quel processo di globalizzazione che porta dietro di se l’indeterminatezza, l’assenza totale di regole. Una nebbiosa e fangosa «terra di nessuno» che si dilata al di là delle capacità progettuali e di azioni di ogni singolo individuo, in cui tutti sembrano essere, oramai, destinati a vivere in balia di una specie di «ineluttabile destino del mondo» che coinvolge tutti nella stessa misura e allo stesso modo[13]. Da qui, l’imporsi di una società buia e fluida o ancora come la definisce Bauman, “liquida”, in cui l’individuo è sempre più solo, privo dei tradizionali legami sociali a rassicurarlo, per cui sempre più vittima ed oggetto delle proprie condizioni emotive che vive con un’istantaneità pericolosa, in quanto foriera di continue sofferenze[14].

Conseguenza di tale processo è una società individualista in cui si assiste allo scardinamento ed alla disintegrazione della categoria del cittadino, di cui l’individuo diviene il peggior nemico, poiché sempre più tiepido, scettico e diffidente rispetto al bene comune e alla diversità. Si è, comunque, sempre in presenza di un individualismo povero, nel quale prevalgono l’interesse egoistico, l’incertezza e l’ansia del fallimento, in cui l’individuo ‘instabile’ vive le sue paure, nel bel mezzo di un processo di destabilizzazione che provoca solo uno stato di incertezza profonda e solitudine[15]. Da qualche decennio, inoltre il processo di diversificazione culturale ha subito un’accelerazione, ciò a seguito della globalizzazione che ha compresso lo spazio e il tempo a un livello senza precedenti. Le rivoluzioni intervenute nel campo delle telecomunicazioni e dei mezzi di informazione, in seguito all’emergere di nuovi servizi di comunicazione come Internet, hanno fatto sì che i sistemi culturali nazionali diventassero sempre più permeabili. Globalizzazione, significa l’ineluttabile destino del mondo, un processo irreversibile, che ci coinvolge tutti alla stessa misura e allo stesso modo. Viviamo all’interno di questo nuovo ordine multidimensionale, che investe numerosi ambiti della nostra vita. Ma ciò che appare come conquista della globalizzazione per alcuni, rappresenta una riduzione della dimensione locale per altri; dove per alcuni la globalizzazione segnala nuove libertà, per molti altri, discende come un destino non voluto e crudele. Alcuni di noi diventano “globali” nel senso vero e pieno del termine, altri restano legati alla propria località ciò, in un mondo globalizzato appare come un segno di inferiorità e di degradazione sociale[16]. Il peso di un’esistenza limitata ad un luogo è aggravato oltre misura da una circostanza, in tal senso, oggi che gli spazi di interesse pubblico sfuggono all’ambito della vita per così dire «localizzata», gli stessi luoghi stanno perdendo la loro capacità di generare e di imporre significati all’esistenza e dipendono in misura crescente dai significati che vengono loro attribuiti e da interpretazioni che non possono in alcun modo controllare[17]. A voler scavare nel suo significato più profondo, l’idea di globalizzazione, rimanda al carattere indeterminato, ingovernabile e autopropulsivo degli affari mondiali. Non si può pensare all’età globale come al trionfo dell’universale, e neppure come al lineare trasformarsi di questo nell’uniforme; in realtà, la globalizzazione è il confondersi reciproco, l’intrecciarsi e il contaminarsi, delle culture tradizionali con gli impulsi ultramoderni e postmoderni dell’Occidente dilagante. L’età globale è di fatto una nuova dimensione magmatica del reale, appunto la mobilitazione globale, caratterizzata dalla compresenza di molteplicità spaziali e temporali, in cui nulla e nessuno è più quello stesso di un tempo. Con l’età globale, si è realizzata l’umanità come «unità divisa» del genere umano, un’umanità che è l’esito tanto delle dinamiche omnipervasive del capitalismo quanto delle violenze, degli sradicamenti, delle persecuzioni, tanto di potenze impersonali quanto di forze personali[18].

Un’umanità globale che non si presenta né come una miracolosa Pentecoste, né come una pax mercatoria, né come il cosmopolitismo molteplice e multicolore, ma che è piuttosto frammentata, polverizzata e profondamente differenziata al proprio interno, attraversata da muri che tagliano, unita da vettori di potere che la trascinano e da sfide planetarie che la minacciano; un’umanità divisa che per la sua disomogeneità e impurità non è «moltitudine» quanto piuttosto «umanità casuale»[19]. Per alcuni la globalizzazione in senso stretto (quale spontaneo processo economico di “depoliticizzazione”, diffusione del libero mercato e della rete mediatica planetaria di internet e dei satelliti) sarebbe oggi superata dalla cosiddetta postglobalizzazione (fase in cui si assiste piuttosto ad una chiusura della liberalizzazione economica in nome degli interessi occidentali, con una palese “ripoliticizzazione” dell’ordine mondiale in senso imperiale)[20].

Altri ancora, invece, ne ipotizzano/profetizzano ora una nuova, diversa forma: la globalizzazione antiegemonica[21]. Per molti la globalizzazione

spesso ha significato marginalizzazione, dove le disuguaglianze crescono ed in conseguenza del processo di globalizzazione, si parla di una nuova generazione dei diritti umani[22]. A ciò, altro aspetto negativo che va aggiunto è la mancanza di dialogo inteso anche come la mancanza di partecipazione democratica[23].

Discutere su quale sia la globalizzazione che si vorrebbe, pretendendo che abbia un volto umano, discutendone in tutte le sedi il più ampiamente possibile, è soltanto un primo passo. D’altra parte si può dire che rispetto al silenzio che ha finora avvolto l’avanzata senza freni della globalizzazione, con la passività degli stessi soggetti che ne hanno subito gli effetti perversi, darà avvio alla strada della partecipazione della società civile che sarebbe comunque un risultato di non poco conto. I diritti umani sono divenuti il linguaggio di comunicazione degli individui e delle culture nel regime del pluralismo[24]. Ben pochi altri valori o ideali del passato possono vantare quel consenso universale che oggi riscuotono i diritti. Oggi, tuttavia, l’universalità dei diritti è rimessa profondamente in discussione dalle ben note accuse di occidentalizzazione e di misconoscimento delle identità culturali. Inoltre, si nota la differenza tra i moral rights tendenzialmente universali e i legal rights necessariamente particolari in ragione del carattere particolare della tutela legislativa e giurisdizionale ad essi connessa[25].

I diritti umani allora, si vedono costretti a fronteggiare due tendenze contrapposte: quella della globalizzazione e quella del multiculturalismo, la prima una vis di carattere economico, la seconda di carattere culturale, ognuna delle quali cerca di tirarli dalla sua parte[26]. La globalizzazione induce allora, ad una perdita di confini dell’agire quotidiano e ci conduce a vivere al di sopra delle distanze, contribuendo a modificare «alcuni degli aspetti più intimi e personali della nostra esistenza quotidiana». Ciò che soprattutto cambia è il rapporto della natura umana con lo spazio e con il tempo. L’individuo viene de-localizzato e proiettato in un universo sempre più grande, sempre più globale, nel quale vanno progressivamente perdendo di significato le tradizioni, le consuetudini, le pratiche locali, i rapporti faccia a faccia, la promiscuità. Il concetto stesso di “prossimo” è privo di senso per rapporti sempre più “virtuali”. Questo processo di dis-appartenenza, tendente verso una società globale potrebbe a prima vista essere favorevole alla diffusione dei diritti umani e alla loro universalizzazione. Ma c’è da chiedersi se questo sia il modo più adeguato di coniugare l’universalità dei diritti[27] . Universalità significa forse globalità? È ormai evidente che non rare volte la globalizzazione è in realtà glocalizzazione, cioè l’espansione mondiale di aspetti di una cultura locale. Si tratta dell’imporsi di un modello culturale determinato sugli altri con l’effetto di ridurre quest’ultimi ad espressioni localistiche. Nella sostanza si tratta della vittoria di un’entità locale nel mercato della cultura[28]. Ci sono vincitori e vinti, colonizzatori e colonizzati. Infatti a questo processo di localismo globalizzato si collega quello di globalismo localizzato, cioè con la destrutturazione delle pratiche locali ad opera dell’impatto globalizzante. Sono due facce della stessa medaglia. Gli individui perdono il senso dei loro modelli culturali tradizionali e s’identificano con quelli dominanti. Se è vero che i diritti nascono in occidente, non è vero che per ciò stesso il loro valore sia localistico, in tal senso non bisogna confondere le origini con il valore. I valori sfidano le culture e ambiscono ad una dimensione transculturale. L’universalismo dei diritti non deve diventare l’ideologia della globalizzazione, ma ciò richiede che questi diritti abbiano una giustificazione autonoma rispetto ai processi economici e ai processi culturali. Non basta che siano proclamati in dichiarazioni internazionali, ma soprattutto occorre che si sviluppi un idem sentire nei loro confronti. Come vi può essere nella nostra società contemporanea qualcosa di valido per tutti, qualcosa in cui tutti riconoscano sé stessi senza sentirsi sradicati dalle loro appartenenze? Dall’altra parte, il multiculturalismo induce a declinare i diritti umani in un modo che sia proprio delle particolari culture senza alcun residuo comune. È questo un fenomeno socialmente opposto a quello della globalizzazione. “Multiculturalismo”, non significa soltanto che stiamo prendendo dolorosamente coscienza dell’incommensurabilità della molteplicità delle culture, delle etnie, delle tradizioni religiose e delle visioni del mondo, e della loro potenzialità conflittuale[29].

L’epoca della globalizzazione, ha creato diverse e nuove problematiche, generando un mescolamento delle culture all’interno dello stesso territorio il cosiddetto pluralismo[30], caratterizzato dalla pretesa di parità, cioè senza rivendicare l’egemonia di una cultura sulle altre[31]. La cultura della globalizzazione comporta di conseguenza sia la logica della omogeneizzazione che quella della differenziazione connessa al riconoscimento agli individui della propria identità[32]. Dunque, nel linguaggio comune il termine “multiculturalismo” viene utilizzato per designare una tipologia di politica volta al riconoscimento di diritti collettivi o meglio diritti di gruppi identificati su base culturale. Il multiculturalismo aspira al riconoscimento di diritti collettivi riferiti a comunità, prima che a individui in quanto soggetti di diritti e doveri, vengono considerati solo in quanto parte di una comunità[33]. Dunque il multiculturalismo non è soltanto la constatazione che nella società contemporanea convivono culture diverse in maniera armoniosa, ma ciò che conta è rivendicare e riconoscere le differenze culturali. Oggi, al contrario, si rinuncia all’idea di creare una cultura unificante e si richiede l’esigenza di tutelare i diritti fondamentali delle persone. Ciò appare un paradosso, in quanto prima ancora “multiculturalismo”, significa che ogni cultura ha un valore non negoziabile e che ognuna di esse ha un proprio modo d’intendere la dignità umana[34]. Le dinamiche globali, non producono uguaglianza universale, né uniformità se non superficiale, né tanto meno unità del mondo: quello che si afferma nella globalizzazione è, a un universalismo minimo e insignificante al cui interno si riproducono conflitti di ogni tipo, o al contrario una egemonia della parte occidentale del mondo sulle altre. L’umanità multiculturale, è l’occasione per sviluppare produttivamente la tradizione di pensiero che pensa l’umanità come nesso del particolare e dell’universale, proprio perché può togliere a entrambi il loro carattere di rigidità, e alla loro opposizione l’elemento dell’antinomia, dell’aporia[35]. A produrre l’umanità multiculturale è stata necessaria la globalizzazione, la mobilitazione capitalistica del mondo, che mentre aggrediva e le annullava, ha resuscitato le culture, ormai prive della loro vita tradizionale. Il multiculturalismo si forma inseparabilmente dalla dimensione delle città globali[36]. In tale scenario, l’affermazione dei diritti umani, si presenta ancora come un obiettivo difficile, da perseguire oggi in condizioni sociali inedite, e ben diverse da quelle in cui i primi documenti in materia furono formulati. Come e più di allora, comunque, le questioni legate all’interazione ed integrazione fra gruppi etnici diversi appaiono centrali nella formulazione concettuale e nella costruzione di programmi d’intervento[37].

Alla posizione di chi sottolinea la minaccia e i rischi del multiculturalismo si giustappone infatti la consapevolezza della drammatica urgenza di alimentare il dialogo fra culture individuando forme d’inclusione e di convivenza compatibili con una società altamente differenziata pertanto fondata sulla diversità. Alla luce di ciò, il dialogo esige che i partners interagiscono come pari e ugualmente vincolati alla verità e valore della propria identità, diritti, religione e cultura. Ciò significa che le convinzioni non negoziabili delle tradizioni religiose e dei valori culturali, devono essere riconosciuti parti in dialogo. In altre parole, la parità dei partners deve essere accolta insieme con le loro differenze[38]. Tale interazione può diventare un’occasione privilegiata di sviluppo religioso e culturale con l’integrazione di nuove idee, simboli, pratiche e principi. Il dialogo interreligioso e interculturale, allora è possibile solo se siamo aperti alle interconnessioni tra le tradizioni religioso-culturali. Tali interconnessioni, possono essere comprese, non solo sulla base delle sfide sociali e politiche comuni che le comunità religiose devono affrontare nel contesto attuale, ma anche dal comune fondamento antropologico delle tradizioni religioso-culturali. Per quanto concerne il dialogo interculturale, può servire a più scopi, ma ritengo che l’obiettivo principale sia quello di promuovere il rispetto dei diritti umani, la democrazia e il primato del diritto, ciò in quanto in una società che si voglia definire inclusiva in cui nessun individuo viene emarginato o escluso, ciò diviene fondamentale. Si tratta pertanto uno strumento rilevante di mediazione e di riconciliazione, tramite un impegno essenziale e costruttivo che si pone al di là delle divisioni culturali, fornendo da una parte una risposta alle preoccupazioni di frammentazione sociale e di insicurezza, favorendo dall’altra l’integrazione e la coesione sociale[39]. In tal senso, la costruzione di una sensibilità diffusa a proposito dei diritti umani chiama in causa, anche gli strumenti conoscitivi e d’intervento propri della psicologia e sfida questo come altri saperi, ad accettare di mettersi in gioco nella conquista di un traguardo instabile, in perenne movimento, che richiede tolleranza dell’ambiguità e delle infinite manifestazioni di una realtà in continua trasformazione[40].

La riuscita del dialogo interculturale richiede numerosi comportamenti favoriti da una cultura democratica, caratterizzata da un’apertura mentale, la volontà di intraprendere il dialogo e di lasciare agli altri la possibilità di esprimere il proprio punto di vista, la capacità di risolvere i conflitti con mezzi pacifici e l’attitudine a riconoscere la fondatezza delle argomentazioni altrui. In questo contesto, la libertà di scelta e di espressione, la parità, la tolleranza e il rispetto reciproco della dignità umana e l’identità, sono i principi fondamentali[41]. Proprio l’identità, credo che nella “cultura dell’incontro”, rappresenta un nodo centrale, in quanto definisce il terreno di un difficilissimo eppure indispensabile equilibrio fra la consapevolezza di sé e il riconoscimento dell’altro, fra l’adesione alle proprie appartenenze ai valori ed ai significati che attribuiamo agli individui a una specifica cultura ed il rifiuto di un etnocentrismo intransigente e assertivo[42]. Si tratta di evitare che la fraternità si limiti al campo delle relazioni interpersonali. La politica intesa come polis di memoria greca, è il luogo dell’incontro, del dialogo e della responsabilità condivisa[43], è la definizione stessa di democrazia, ovvero uno spazio in cui tutti possono esprimersi e partecipare al processo decisionale, per il bene comune e per la giustizia. La democrazia, allora come progetto e come pratica politica, è la visione di quel mondo “aperto”[44], che va oltre il mondo “chiuso” dei soli interessi individualistici e considera l’altro, con le sue ricchezze e debolezze[45]. Da qui allora, una politica migliore, posta al servizio del vero bene comune, è necessaria per permettere lo sviluppo di una comunità mondiale, capace di realizzare la fraternità tra popoli e nazioni che vivono in amicizia sociale” Il dialogo rispetta, consolida e cerca la verità, fa nascere la “cultura dell’incontro”, cioè l’incontro diventa uno stile di vita, una passione e un desiderio, chi dialoga è gentile, riconosce e rispetta l’altro. Papa Francesco, in tal senso, sottolinea come la condizione di itineranza in questo mondo caratterizzi tutti gli esseri umani, che sono “viandanti fatti della stessa carne umana”[46] che possono sognare insieme[47].

Ma questa meravigliosa potenzialità è oggi osteggiata da una “cultura dei muri”[48], che impedisce, anche fisicamente, l’incontro con le persone di cultura diversa che dovrebbe essere invece favorita mettendo in atto una cultura dei “ponti”[49]. Ed allora avvicinarsi, esprimersi, ascoltarsi, guardarsi, conoscersi, provare a comprendersi, cercare punti di contatto, tutto questo si riassume nel verbo “dialogare”. Al contrario, la mancanza di dialogo comporta che nessuno, nei singoli settori, si preoccupa del bene comune, bensì di ottenere i vantaggi che il potere procura, o, nel migliore dei casi, di imporre il proprio modo di pensare. Così i colloqui si ridurranno a mere trattative affinché ciascuno possa accaparrarsi tutto il potere e i maggiori vantaggi possibili, senza una ricerca congiunta che generi bene comune. Infatti, la persona umana, che di natura sua ha assolutamente bisogno di una vita sociale,  è e deve essere principio, soggetto e fine di tutte le istituzioni sociali. Poiché la vita sociale non è qualcosa di esterno all’uomo, l’uomo cresce in tutte le sue capacità e può rispondere alla sua vocazione attraverso i rapporti con gli altri, la reciprocità dei servizi ed il dialogo. A partire dalla sua identità, e “diritti-valori”, l’altro ha qualcosa da dare, ma questo avviene effettivamente solo nella misura in cui tale sviluppo si realizza nel dialogo e nell’apertura agli altri[50].

[1] N. BOBBIO, L’età dei diritti, Einaudi, Torino 1999, 132

[2] AA. VV. Il lato oscuro dei diritti umani, UNIVERSIDAD CARLOS III DE MADRID, Madrid 2014, n. 9. «Ragionare sui diritti umani oggi significa ragionare su uno spazio giuridico in sofferenza. Una sofferenza legata indissolubilmente al loro straordinario successo. Più aumenta il raggio di luce di cui i diritti umani si fanno portatori più emerge il cono di ombra, il loro lato oscuro».

[3] F. VIOLA, I diritti dell’uomo e l’etica contemporanea, Giappichelli, Torino 1989, 195 e ss.

[4] F. VIOLA, I diritti dell’uomo e l’etica contemporanea, 197.

[5] F. VIOLA, Diritti umani ed etica, Giappichelli, Torino 1996, 198, «Oggi i diritti dell’uomo devono essere considerati indipendenti da una dottrina etico-politica, al punto tale da costituire il criterio di legittimazione e di accreditamento oggi universalmente riconosciuto. I diritti dell’uomo non devono essere considerati come catalogo o una lista di valori fondamentali e basilari, ma come l’insieme delle interpretazioni attuative di princìpi, cioè come una pratica sociale piuttosto che come un codice di norme. Ciò è possibile, perché ormai dal 1948 ad oggi, sia sul piano nazionale che in quello internazionale, c’è una abbondante giurisprudenza dei diritti dell’uomo, in particolare quella delle corti costituzionali e di quelle internazionali».

[6] PAOLO VI, Costituzione Pastorale Gaudium et Spes, 7 dicembre 1965.

[7] CONGREGAZIONE PER L’EDUCAZIONE CATTOLICA (degli Istituti di Studi) Educare al dialogo interculturale nella scuola cattolica Vivere insieme per una civiltà dell’amore 2013.

[8] Z. BAUMAN, Modernità e globalizzazione, trad. it. PBE, Roma 2009, «Il villaggio globale è un ossimoro (figura retorica che affianca due concetti opposti) che si è imposto tra i più famosi cavalli di battaglia di McLuhan nell’indagine sul progresso tecnologico della società. i due termini si contraddicono a vicenda: il ‘villaggio’ è la forma elementare di abitato umano, mentre l’aggettivo ‘globale’ si riferisce all’intero pianeta. Il significato dell’accostamento è ovviamente simbolico. La forzatura serve al mediologo canadese per esprimere una situazione inedita, di difficile rappresentabilità: ciò che in passato aveva dimensioni e distanze enormi, grazie all’innovazione delle comunicazioni è ora a portata di mano, percorribile in lungo e in largo, anche in tempo reale. A ben vedere, McLuhan non è il primo a introdurre il riferimento al “villaggio”. Già Robert E. Park, sociologo della Scuola di Chicago che studia la “città”, nel 1923 adotta la metafora del “villaggio” per descrivere la nuova realtà urbana segnata dall’impatto dei media, nella fattispecie dei giornali: “I giornalisti e la stampa tendono, consciamente o inconsciamente, a rispecchiare nella città, nei limiti del possibile, le condizioni di vita del ‘villaggio’».

[9] Papa Francesco, Lettera Enciclica Fratelli tutti, Assisi 3 ottobre 2020.

[10] M. CATARCI, Considerazioni critiche sulla nozione di integrazione di migranti e rifugiati in REMHU – Rev. Interdiscip. Mobil. Hum., Brasília, Ano XXII, n. 43, jul./dez. 2014, 71.

[11] Cfr., F. DURANTE F., A. COSTA, La politica sociale e del lavoro delle Comunità Europee. Riflessi sulla condizione giuridica dei rifugiati, in Affari Sociali Internazionali n.°1 1981, 193; Cfr. inoltre sull’argomento A. SERGIO, Persona Stato e Mercato, La dimensione etica dell’economia, Laruffa editore, Reggio Calabria 2020, 102.

[12] A. SERGIO, Persona Stato e Mercato, La dimensioni etica dell’economia, 105.

[13] P. B. HELZEL La parabola della Sicurezza da diritto a dovere, in T. H. S. HANN, A. LASSO, (a cura) Identità e sicurezza un approccio multidisciplinare, Cedam Padova, 2016, 36 e ss.

[14] Z. BAUMAN, Modernità liquida, trad. it. Laterza, Roma- Bari 2011, 45.

[15] M. C. FEDERICI, La sicurezza umana: un paradigma sociologico, Franco Angeli, Milano 2013, 16.

[16] G.P. Cella, Tracciare confini: realtà e metafore della distinzione, Il Mulino, Bologna2006, 21.

[17] Ibidem

[18] A. RUSSO, Forze produttive, concentrazione del capitale e mutamento del capitalismo, in Quaderni di Sociologia n. 79/2019, 80.

[19] A. SERGIO, Persona Stato e Mercato. La dimensione etica dell’economia, 88.

[20] A. SERGIO, Persona Stato e Mercato. La dimensione etica dell’economia, 89.

[21] A. SPADARO, Dai diritti individuali ai doveri globali, Rubettino, 2005, 80.

[22] F. VIOLA, Diritti umani e globalizzazione del diritto, ESI, Napoli 2009, 12.

[23] Ibidem

[24] F. Riccobono, I diritti e lo Stato, Giappichelli, Torino 2004, 11.

[25] N. BOBBIO, L’età dei diritti, 32.

[26] F. VIOLA, Diritti umani e globalizzazione del diritto, 17.

[27] F. Riccobono, I diritti e lo Stato, 18

[28] Ibidem

[29] Ibidem

[30] F. Crespi, R. Segatori, R. (a cura di), Multiculturalismo e democrazia, Donzelli, Roma 1996, 37, « Si deve ammettere che la prospettiva multiculturale e pluralista è un po’ problematica perché si basa sulla differenza culturale. Oggi la cultura, la posizione sociale e la differenza, sono “fatti” sui quali si discute, ci si contratta, si attua e si cerca di negoziare e modificare a seconda della situazione: nulla può quindi essere predefinito se non una labile cornice concettuale».

[31] F. Crespi, F., R. Segatori, (a cura di), Multiculturalismo e democrazia, 39.

[32] F. VIOLA, Diritti umani e globalizzazione del diritto, 23.

[33] Ibidem

[34] Cfr. F. VIOLA, Diritti umani e globalizzazione del diritto, 10-11

[35] F. RICCOBONO, I diritti e lo stato, 57.

[36] Cfr. C. GALLI, Multiculturalismo. Ideologia e sfide, Il Mulino, Bologna 2006, 47 e ss.

[37] CFR. C. GALLI, Multiculturalismo. Ideologia e sfide, 49.

[38] F. VIOLA, Diritti umani eglobalizzazione del diritto, 25.

[39] PAPA FRANCESCO, Lettera Enciclica Fratelli tutti, Sulla fraternità e l’amicizia sociale, 3 ottobre 2020.

[40] PRESIDENZA CONSIGLIO DEI MINISTRI – DIPARTIMENTO AFFARI SOCIALI CENTRO NAZIONALE DI DOCUMENTAZIONE ED ANALISI, 1997, I percorsi di costruzione dell’identità Rapporto 1997 sulla condizione dell’infanzia e dell’adolescenza.

[41] L’identità diviene capace di cogliere, attraverso l’incontro, il senso profondo dell’esperienza umana, l’Altro è visto come un bene, un’opportunità, una risorsa; se non fosse possibile questa simmetria con l’Altro la pena sarebbe la perdita di identità.

[42] Papa Francesco, Discorso ad al-Azhar. I tre fondamenti del dialogo: identità, alterità e sincerità, Viaggio Apostolico 28 aprile 2017, «Dovere all’identità, coraggio dell’altertà e sincerità delle intenzioni. Sono i “tre orientamenti fondamentali” indicati da Papa Francesco per aiutare il dialogo, “nella convinzione che l’avvenire di tutti dipende anche dall’incontro tra le religioni e le culture”. “Il dovere all’identità in quanto non si può imbastire un dialogo vero sull’ambiguità o sul sacrificare il bene per compiacere l’altro; il coraggio dell’alterità, perché chi è differente da me, culturalmente o religiosamente, non va visto e trattato come un nemico, ma accolto come compagno di strada, nella genuina convinzione che il bene di ciascuno risiede nel bene di tutti; a sincerità delle intenzioni, perché il dialogo, in quanto espressione autentica dell’umano, non è una strategia per realizzare secondi fini, ma una via di verità che merita di essere pazientemente intrapresa per trasformare la competizione in collaborazione»

[43] B. M. DUFFE’ (Segretario DSSUI), La fraternità: risorsa di ispirazione e rinnovamento per la democrazia e per la pace, in www.humandevelopment.va

[44] Papa Francesco, Lettera Enciclicica Fratelli Tutti, capitolo III

[45] Papa Francesco, Lettera Enciclicica Fratelli Tutti , «Lo spazio democratico è il “luogo aperto” dove l’incontro è reso possibile, dove le parole possono essere pronunciate e scambiate senza paura, dove i diritti umani e i doveri reciproci sono onorati e attualizzati».

[46] PAPA FRANCESCO, Lettera Enciclicica Fratelli Tutti, n. 8

[47] PAPA FRANCESCO, Lettera Enciclicica Fratelli Tutti, n. 148 e ss. «L’identità e la cultura sono realtà dinamiche che si nutrono dell’incontro con l’altro; la relazione con gli altri è, infatti, costitutivamente necessaria per ottenere una realizzazione umana piena. La famiglia umana viene prima della costituzione dei gruppi nazionali».

[48] PAPA FRANCESCO, Lettera Enciclicica, Fratelli Tutti, n. 27

[49] Ibidem

[50] Vedendo l’altro, riconoscendo il suo esistere e comprendendo l’altro, posso comprendere e vedere in modo più completo me stesso.

 

Diritti, dialogo e identità: verso una “cultura dell’incontro” (.pdf)