Discriminazioni e obiezione di coscienza: passi avanti negli Usa di Giovanna Sedda

Il governo statunitense ha rimosso una discussa norma dell’era Obama che, sotto il paravento delle misure antidiscriminazione, limitava l’obiezione di coscienza. Infatti, l’Affordable Care Act del 2016, letteralmente legge sull’accessibilità delle cure mediche, aveva aggiunto nella definizione delle possibili discriminazioni sessuali l’interruzione di gravidanza. In questo modo, il rifiuto di eseguire una procedura abortiva poteva comportare per il personale sanitario l’accusa di discriminazione con tutte le conseguenze lavorative e anche penali.

La legge era stata subito al centro di molte polemiche, sospesa in via preventiva da una corte distrettuale prima nel 2016 e, poi, nel 2019. Ma solo adesso il Department of Health and Human Services (HHS), il Ministero della Salute degli USA, ha comunicato che ripristinerà il regolamento originale. La scelta comporterà anche l’eliminazione dei riferimenti alla percezione di genere, così che in ambito sanitario il sesso di un individuo verrà unicamente stabilito dalla sua natura biologica. La Conferenza Episcopale statunitense, in un comunicato, ha apprezzato la decisione ricordando che “le discriminazioni su base sessuale non hanno alcun riferimento all’interruzione di gravidanza né all’identità di genere”. Ugualmente soddisfatti sono i gruppi pro-life: Mary Waddell, del Family Research Council, sottolinea come la nuova disposizione “proteggerà gli operatori sanitari dall’essere forzati a partecipare o praticare a servizi che sostanzialmente sono contrari alla loro coscienza e aiuterà anche a proteggere i loro pazienti”. Waddel, sottolinea come in ambito medico “trattare persone differentemente sulla base del genere auto-dichiarato e non della loro biologia può essere non solo pericoloso, ma anche fatale”. Durante questa estate vi è stata anche un’ampia iniziativa da parte dei parlamentari (sia del Congresso che del Senato) per evitare, invece, discriminazioni nei confronti delle strutture sanitarie che rifiutano di eseguire o collaborare a procedure abortive. Insieme a loro, gli avvocati generali di 16 stati hanno presentato un amicus curiae alla Corte Distrettuale che discute un appello sull’allocazione dei fondi pubblici per la sanità. Nel documento si ricorda che la legge “non solo salvaguarda le strutture mediche dall’eseguire procedure che esse rifiutano per ragioni di coscienza, ma proibisce anche la discriminazione di una struttura sulla base della sua obiezione di natura religiosa o morale a prestare assistenza durante una simile procedura”.

Non si tratta di una questione da poco. Negli USA, infatti, il dibattito sull’obiezione di coscienza non si limita alla libertà di scelta dei singoli operatori. Il carattere privato del sistema sanitario, unito all’approccio individualistico della legislazione americana sull’aborto, fa sì che la discussione si estenda alla gestione delle strutture (spesso di ispirazione religiosa) e alle risorse finanziarie di cui queste sono destinatarie. Non solo, lo scontro riguarda interi capitoli del bilancio pubblico, compreso quelli sugli aiuti umanitari, che sono letteralmente “aperti o chiusi” a fasi alterne con l’avvicendarsi al governo dei due principali partiti politici.

 

Discriminazioni e obiezione di coscienza: passi avanti negli Usa (.pdf)