Dopo la sentenza sul caso Cappato: il Ssn non è obbligato a dare la morte di Prof.ssa Assuntina Morresi, membro del Comitato Nazionale di Bioetica

Con la sentenza 242 dello scorso 25 settembre la Corte Costituzionale ha individuato le condizioni perché l’aiuto al suicidio non sia punito, allargando la breccia che si era aperta due anni prima, quando il parlamento aveva approvato la legge 219 sul cosiddetto biotestamento, da molti definita “la via italiana all’eutanasia”.

Per impostazioni e contenuti la sentenza ricalca l’ordinanza 207 con cui, un anno prima, la Corte era intervenuta nel processo a Marco Cappato, autodenunciatosi per aver accompagnato Fabiano Antoniani – noto come dj Fabo – in una struttura svizzera in cui è possibile suicidarsi legalmente. L’autodenuncia serviva a far saltare l’articolo 580 del codice penale italiano, che prevedeva sanzioni identiche, e pesanti, per chi istigasse qualcuno al suicidio o lo aiutasse nell’intento, e così è stato: interpellata dal tribunale milanese che stava giudicando Marco Cappato, la Consulta, con l’ordinanza 207, aveva stabilito in quali casi la sola fattispecie dell’aiuto al suicidio non dovesse essere punita, dando un anno di tempo al Parlamento perché legiferasse in proposito. Ma il Parlamento non se ne è voluto occupare, sia i partiti allora al governo, cioè 5stelle e Lega, che quelli di opposizione, cioè FI e l’intera sinistra: nonostante il clima di perenne campagna elettorale inflitto al paese per mesi e mesi, il tema del suicidio assistito non è mai stato neppure sfiorato dai leader in campo, da Salvini a Di Maio, passando per la Meloni e i vari leader di sinistra, nonostante le centinaia di comizi e interventi pubblici, e i loro rispettivi partiti si sono comportati di conseguenza.

Di fronte all’evidente, globale rinuncia delle forze parlamentari, la Consulta non poteva che confermare quanto preannunciato nell’ordinanza: aiutare qualcuno a suicidarsi non è reato se la persona che accetta di farlo “agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di una persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale eaffetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che ella reputa intollerabili, ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli”. Non è punito chi aiuta a suicidarsi una persona che si trova nella situazione di Fabiano Antoniani, quindi, con altre due condizioni poste dai giudici, e cioè che “le modalità di esecuzione siano state verificate da una struttura pubblica del servizio sanitario nazionale, previo parere del comitato etico territorialmente competente”.

Quindi le verifiche sull’esistenza dei requisiti per poter aiutare qualcuno a suicidarsi spettano a strutture pubbliche, all’interno del Servizio Sanitario Nazionale (SSN), che però non ha alcun obbligo di far eseguire l’atto suicidario, che può avvenire ovunque: niente spazi ad hoc negli ospedali, per intenderci. Il parere del comitato etico territoriale serve perché la procedura per il suicidio, così contestualizzata, non segue linee guida o protocolli stabiliti, ma procedure messe a punto volta per volta, e approvate in analogia a trattamenti sanitari “compassionevoli”, adattati a casi di singole persone. Coerentemente, non è necessario disciplinare l’obiezione di coscienza: se il SSN non è obbligato a procurare la morte di chi si trova nelle condizioni individuate dalla Consulta, ogni medico sarà libero di acconsentire o meno alle richieste suicidarie, senza ricorrere alla “protezione” dell’obiezione di coscienza. Il suicidio assistito, in altre parole, non è un diritto esigibile, diversamente dall’aborto, per esempio, che non lo è in quanto tale, ma lo diventa una volta che una donna, dopo il colloquio previsto per legge, ha in mano il documento che attesta la sua volontà di interrompere la gravidanza in corso (quello che in gergo viene chiamato “certificato”). Una sentenza pesante, che attesta un “salto di qualità” verso il diritto a morire, ma che al tempo stesso dà enormi spazi di decisione ai medici: spetta soprattutto a loro, adesso, difendere la professione, nata per combattere la morte e non per procurarla.

 

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