E’ ora di fare una seria prevenzione all’aborto di Angela Maria Cosentino, Associazione Donum Vitae

Riflessioni a margine delle Nuove linee guida sull’aborto farmacologico con RU486

 

Le nuove linee guida del Ministero della Salute, che estendono fino alla nona settimana di gravidanza la possibilità di ricorrere all’aborto farmacologico con la RU486, da assumere in ambulatorio, consultorio o day hospital, sollecitano riflessioni e obiezioni a diversi livelli, per i rischi di tale procedura come pure per le contraddizioni e forzature della legge 194/’78 che prevede sanzioni per chi effettua l’aborto al di fuori delle strutture indicate dalla legge.

La circolare ministeriale (circolare IVG farmacologica), preannunciata dal Ministro sui social, in presenza di problemi più urgenti per il Paese, e pubblicata a cavallo di Ferragosto dopo il parere favorevole del Consiglio Superiore di Sanità (successivo a tre precedenti pareri sfavorevoli), senza giustificate motivazioni (scientifiche, socio-sanitarie, economiche, giuridiche, antropologico-culturali o etiche), facilita il ritorno di fatto ad una privatizzazione dell’aborto in casa, in solitudine per la donna.

Ciò risponde ad una logica utilitarista che induce lo Stato a risparmiare sui costi assistenziali relativi al ricovero, necessario per garantire la sorveglianza sulla salute della donna durante tutte le fasi del percorso abortivo. Eppure, l’aborto chimico non è indolore (è accompagnato da forti contrazioni) né meno rischioso dell’aborto chirurgico (anzi, è più pericoloso) e può rappresentare un forte stress emotivo per la donna che vede espellere suo figlio già formato, a 9 settimane. Ciò richiama come l’aborto (in qualunque forma) rap- presenti un fattore di rischio per la salute psicofisica della donna (il male fa male) e non un progresso di civiltà né un ossequio alle normative europee che, su questi temi, lasciano agli Stati libertà legislativa.

Certo, l’autonomia regionale, nei 10 anni dall’introduzione della RU486 (2010), ha prodotto disparità territoriale, per cui alcune Regioni si sono discostate dalle indicazioni nazionali della legge 194, eludendo il ricovero ospedaliero. Eppure, le modifiche introdotte da una circolare ministeriale, o da un parere scientifico o dalla determina di un direttore generale (che vorrebbero validare alcune prassi regionali già in atto) non possono scavalcare una legge le cui modifiche, in democrazia, richiederebbero il passaggio e il confronto in Parlamento.

Questa potrebbe essere l’occasione per inserire possibilità concrete di prevenzione (a valle) dell’aborto, favorevoli all’accoglienza della vita nascente, già sperimentate da Associazioni di volontariato e

Strutture socio-sanitarie e medico- scientifiche,  quali percorsi di accompagnamento della donna di fronte ad una gravidanza difficile e inattesa, e adozione alla nascita del concepito. Le diverse possibilità risponderebbero alle richieste della prima parte della legge, spesso disattesa, orientata a rimuovere le cause che porterebbero la donna ad abortire. Ciò consentirebbe di tutelare la salute della donna e di arginare una preoccupante contrazione demografica. La nascita di un figlio, infatti, non è solo un evento privato, ma è anche un bene sociale, da riconoscere e sostenere.

Inoltre, il rischio di banalizzare questa procedura come se fosse un contraccettivo, non solo ribalterebbe la 194 che vieta di usare l’aborto per il controllo delle nascite, ma lancerebbe un ulteriore messaggio disorientante e diseducativo secondo cui lo Stato sarebbe indifferente a preferire o no la vita di un concepito (e il futuro procreativo della donna). Eppure, oscurando il favor vitae e il principio di precauzione, rinuncerebbe a tutelare sé stesso.

In riferimento ai possibili servizi di prevenzione e di aiuto successivo all’aborto, l’Associazione Donum vitae, fondata dal Cardinale Elio Sgreccia, da anni porta avanti un impegno medico-scientifico e di pastorale della vita[1], valorizzando strumenti quali lo studio e rimozione dei danni malformativi del bambino, per evitare l’aborto eugenetico, come pure il sostegno psicologico e di recupero delle donne che hanno abortito.

Tra i servizi di prevenzione a monte, l’Associazione è impegnata in alcune buone prassi educative proposte da personale qualificato, orientate a promuovere, nella donna e nella coppia, sia la conoscenza dei ritmi di fertilità/infertilità mediante l’insegnamento dei Metodi Naturali per una procreazione consapevole, responsabile ed ecologicamente sostenibile, sia il rispetto per la sessualità umana e la vita di un eventuale concepito, il cui valore intangibile anche la drammatica esperienza del Covid ha evidenziato.

[1] L’Associazione Donum Vitae (segreteria.ildonodellavita@gmail. com) fondata nel 1989 presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma dal Card. Elio Sgreccia, padre della bioetica personalista, con l’intento di promuovere e difendere la vita umana dal concepimento alla morte naturale, si inserisce nella missione evangelizzatrice della Chiesa per il mondo attraverso la pastorale della vita, declinata in tre ambiti: il servizio medico, psicologico e spirituale alla maternità, fragilità e sofferenza; la formazione bioetico-teologica e biblico-antropologica di professionisti e volontari chiamati a diffondere la cultura della vita, con la sensibilizzazione di operatori socio-sanitari, insegnanti, genitori, catechisti, fidanzati, seminaristi, sacerdoti e l’educazione alla sessualità dei giovani; la cura della spiritualità e della preghiera, per interiorizzare e annunciare il Vangelo della vita. Presidente ad interim: Paola Pellicanò

 

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