Editoriale – Tre fuochi per la vita di Giuseppe Anzani

La militanza per la difesa della vita è una passione. Tre fuochi l’accendono: uno la giustizia; due la pietà; tre l’accoglienza.

La giustizia è il criterio morale che marchia di male e delitto la morte data a chi appartiene alla famiglia umana. Chi vive questa passione investe l’aborto appunto perché l’ucciso, frutto del ventre, sta dentro quella famiglia, uno di noi. Non per nulla chi si batte con opposta aggressione, chiamando diritto l’aborto a schivare rampogne morali spesso s’affanna a negare quella appartenenza.

La pietà è il segno umano d’un’empatia profonda che fa risuonare dentro il cuore, dentro le viscere, le gioie e le speranze, i dolori e le angosce dei nostri simili; o anche solo la loro condizione di povertà e di bisogno, quando invoca vita e soccorso. Chi vive questa compassione si immedesima nella storia del non nato in attesa di morte, come il più povero fra i poveri.

L’accoglienza è l’azione dell’amore che si fa concreto. Oltrepassa idee, proclami, schermaglie, parole, emozioni; si fa prossimo. Chi vive questa passione soccorre, apre le braccia, appresta rimedi, cerca salvamento. È la mansueta fortezza che si apre ad offrire speranza, e che fida la storia con la costanza tenace dei miti.

La difesa della vita può orientarsi verso campi elettivi diversi, come l’aborto o l’eutanasia. Ma non è vera passione se non abbraccia, nel cuore, l’intero orizzonte. Si smentisce se spegne i suoi tre fuochi, quando la morte colpisce nel mezzo. Le tragedie del mare sono ad esempio un vaglio esemplare. Ce n’è un’ultima, che ha scosso persino l’Onu dai suoi torpori, e per la quale il papa Francesco ha detto all’Angelus la tremenda parola della “vergogna”. Sono i 130 annegati che hanno invocato per due giorni un soccorso che non è venuto da nessuno, e sono stati inghiottiti, prima che dai flutti, da quell’altro abisso che è il rifiuto. Perché la radice sta lì: nella non-accoglienza di vite invocanti. Si costruisce una maschera di ragione col “non possiamo prenderli tutti” (ma non sono tutti) o “non vogliamo aiutare i trafficanti” (ma non esisterebbe il traffico, né i lager, né i barconi né le stragi, se ci fossero giusti canali di accoglienza umanitaria). Ma intanto è dar spazio alla morte.

E l’altro fuoco, la pietà, almeno? Non dico l’impasto di dolore già consegnato alla storia (ma forse anche alla assuefazione); le bombe, la fame; e il cammino, e il concentramento e le torture, e i fili spinati e la caccia all’uomo. Solo un’immagine, l’ultima: il ragazzo ventenne morto di ipotermia in acqua tutta la notte, ore e ore di disperazione, trovato ancora aggrappato al salvagente, come un crocifisso.

Infine è scandalo che il primo fuoco (morale, giustizia) si spenga. C’è una singolare somiglianza abortiva tra l’approdo negato ad un figlio alla nascita e l’approdo negato ad un naufrago alla rinascita. C’è somiglianza fra la logica dei confini del corpo, da cui scacciare un intruso non voluto perché minaccia il benessere fisico o psichico e la logica dei confini di terra e di risorse e di beni che ci irrita condividere con un fratello mendico. Così il viaggio dei poveri verso una vita che sia vita è un travaglio di parto, e il naufragio un aborto; e il mare disertato dai mezzi deputati al soccorso un abbandono; e l’ostilità alla presenza di un soccorso privato e volontario sul mare è pari all’ostilità degli abortisti alla presenza di Cav negli ospedali.

Ognuno che ama la vita la aiuti pure nel campo che gli è congeniale. Ma in cuore, ci vuole un cuore solo. Chi ama la vita non può dividersi, non può mentire. Uno solo è lo spirito di accoglienza, una sola è la pietà, una sola è la giustizia.

 

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