“Eutanasia e suicidio assistito. Quale dignità della morte e del morire” di Giovanna Abbagnara, Federazione Progetto Famiglia

Il 25 ottobre del 2004 presso l’Oasi Betlemme, una delle case di accoglienza di Progetto Famiglia, braccio operativo del movimento Fraternità di Emmaus, è arrivata Chiara, aveva 40 giorni. Fu affidata a Delfina, la responsabile della casa insieme a suo marito Gaetano e ai quattro figli naturali, con una sentenza: “La bambina è anencefalica, la mamma ha partorito in anonimato. Può vivere un anno, al massimo due”. Sono trascorsi 15 anni da quel momento, i medici ad ogni controllo sono quasi stupiti di rivederla. Chiara non si regge in piedi, non può muovere nessun arto, non può camminare, non può comunicare in alcun modo le sue emozioni, non mangia e non beve da sola. Eppure, questa bambina che dipende in tutto e per tutto dagli altri è diventata il motore di questa grande famiglia. “Non è un peso ma un dono. Grazie a lei comprendiamo che la vita e tutto quello che ci sembra normale acquista valore e viene accolto come un dono” ripete spesso Delfina.

L’esperienza con Chiara ci ha insegnato che a volte la medicina non è una scienza esatta e che una diagnosi infausta spesso non fa i conti con l’amore gratuito e disinteressato di chi circonda queste persone. “L’amore è prendersi carico degli altri. L’amore è lavoro” ha detto papa Francesco qualche tempo fa visitando una parrocchia di Roma. Purtroppo, storie come queste non trovano spazio sui giornali, altre invece vengono utilizzate per giustificare scelte che hanno un chiaro sapore ideologico. Perché non dare la parola a quei malati gravi che invece non vogliono morire né chiedono ragioni per vivere ma domandano semplicemente di avere il necessario sostegno economico da parte di uno Stato provvido nel dare la morte ma poco attento alle ragioni della vita?

Dietro tutto questo c’è una chiara scelta culturale. È lo stesso scenario di quarant’anni fa. Quando fu approvata la legge sull’aborto, si disse che rispondeva alle situazioni più drammatiche, in quel periodo la stampa presentava i casi più pietosi con l’unico scopo di indorare la pillola. Sappiamo bene com’è andata a finire. Quella legge ha contribuito ad anestetizzare la coscienza.

Ed è quello che sta accadendo anche in Italia sul suicidio assistito.

In questo panorama culturale la Chiesa, che è la coscienza etica di un popolo e dell’umanità, è chiamata a intervenire per custodire e difendere la vita perché non sia valutata solo in base a parametri socio-economici. Noi crediamo che la dottrina della Chiesa sul fine vita debba essere rispettata e proposta in tutta la sua ampiezza senza cedimenti di sorta (in modo particolare per quello che concerne l’idratazione e la nutrizione). Nello stesso tempo, come comunità ecclesiale e associazionismo cattolico sappiamo che siamo chiamati ad un intervento serio sul piano etico, che è un livello pre-politico, impegnandoci a fare cultura utilizzando diversi e complementari registri al fine di formare le coscienze dei cristiani su questi temi. Non basta solo organizzare convegni o scrivere articoli.

Lanciamo l’invito ad unire le forze per elaborare una strategia di comunicazione e di stesura di testi, sussidi, video, capaci di arrivare a tutti e di incidere sulla formazione specie delle nuove generazioni al fine di ricomporre la frattura tra la dottrina e la prassi pastorale. Potremmo dire con San Giovanni Paolo II: “Che cosa c’è di più importante dell’educazione delle coscienze?” (Udienza generale del 17 agosto 1983).

In ultimo vorremmo ringraziare di cuore per questa opportunità di ritrovarci insieme, in una stessa sala, ognuno con le proprie sensibilità ma tutti con il comune desiderio di dare voce alla dignità della persona. Questa unità che non è uniformità, come dice papa Francesco, va cercata e coltivata con coraggio e lealtà.

 

“Eutanasia e suicidio assistito. Quale dignità della morte e del morire” (.pdf)