Eutanasia nei Paesi Bassi di Giovanna Sedda

È di qualche settimana fa la proposta di legge fatta nei Paesi Bassi per rendere legale il suicidio assistito in persone sane oltre i 75 anni, a patto che manifestino “il forte desiderio di morire per almeno due mesi”. Nel paese l’eutanasia è legale dal 2002, e inizialmente era consentita solo per malati terminali mentalmente sani. Da allora continue estensioni ne hanno portato l’applicazione anche a persone con malattie e disabilità croniche non terminali, persone con malattie mentali, oltre che a neonati e bambini fino a i 12 anni con malattie terminali.

I dati dell’eutanasia nei Paesi Bassi fanno rabbrividire. Nel 2019, secondo i dati ufficiali, ci sono stati 6.361 casi di eutanasia, il 4,2 per cento di tutti i decessi. In pratica, una persona su 25 è stata uccisa dai medici. Si tratta dei numeri ufficiali. Tuttavia la procedura di eutanasia richiede un iter burocratico particolarmente ostico da parte dei medici, e per questo gli attivisti pro-life sospettano che non sempre i casi di eutanasia siano effettivamente registrati e che la sua diffusione sia ben maggiore.

In un recente articolo sul Dutch Medical Association Journal, il Dr Keizer, filosofo e geriatra, che lavora presso Expertisecentrum Euthanasie, una tra le principali organizzazioni per l’eutanasia in Olanda, afferma: “Abbiamo iniziato con i malati terminali, ma anche tra i malati cronici si è rivelata una sofferenza senza speranza e insopportabile. Successivamente, persone con demenza incipiente, pazienti psichiatrici, persone con demenza avanzata, anziani che hanno lottato con un accumulo di disturbi della vecchiaia e infine anziani che, sebbene non soffrano di una malattia disabilitante o limitante, pensano che la loro vita non ha più contenuto”. Continua lo stesso dottore: “E il prigioniero che è condannato all’ergastolo e desidera disperatamente la morte? O bambini doppiamente disabili che soffrono in modo insopportabile e senza speranza secondo i loro genitori a causa di autolesionismo?”.

“È un cambiamento che non è catastrofico – prosegue – ma richiede continuamente di essere coinvolti come comunità […] Per ogni limite che ci poniamo, c’è la possibilità di superarlo. Ciò vale anche per le aree periferiche della condotta etica. L’aborto una volta era vietato, poi a malapena, poi fino a 12 settimane e ora anche fino a 20 settimane. Questo “anche” dice tutto. Qualcosa di simile è ora in corso nel campo della ricerca sugli embrioni umani, dove stiamo iniziando a lasciare la fase del mai”.

A confermare il superamento del limite, nel senso vero del termine, la vicenda di inizio anno del medico scagionato dall’accusa di omicidio dopo aver soppresso una donna con Alzheimer avanzato che ha ripetutamente affermato di non voler morire.

La proposta di legge rischia di creare una ulteriore apertura nella già disastrosa situazione medico- legislativa dei Paesi Bassi. Come ha affermato Dr. Gordon Macdonald, capo dell’associazione “Care not Killing”, con sede nel Regno Unito: “considerare ora di estendere la legge sull’eutanasia a persone che sono semplicemente stanche della vita, e potrebbero essere depresse, è altamente irresponsabile, immorale e pericoloso”. Fare riferimento all’idea di comunità per difendere l’eutanasia, come suggerisce Keizer, in questa situazione pare, dunque, un comodo non-sense.

 

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