Evangelium Vitae e l’obiezione di coscienza di Carlo Casini

da “Orizzonte Medico”, Maggio-Giugno n. 3, 1995, pag. 10

 

Il grande ritardo rispetto al Magistero sulla vita di Giovanni Paolo II che nell’ “Evangelium Vitae” ha assunto la forma carica di speranza di una strategia epocale e planetaria è dimostrato anche dal fatto che l’espressione “obiezione di coscienza” quasi sempre evoca tra la gente l’obiezione militare, non quella sanitaria. Intendiamoci bene: non ho nulla contro il servizio civile sostitutivo del servizio militare. Anzi, sia nel Parlamento italiano che in quello europeo ne ho sostenuto convintamente le ragioni. Ma trovo che è inaccettabile la diversità di valutazione e di trattamento. Persino nelle celebrazioni della “Giornata per la Vita” ho constatato talora come l’enfasi sul riconoscimento del significato di “testimonianza profetica” dell’obiezione militare si accompagna al silenzio totale su quella sanitaria. Eppure il medico che rifiuta di collaborare all’uccisione programmata nell’immediato di un uomo innocente ha qualche ragione in più rispetto al richiamato di leva per il quale l’uso delle armi è soltanto una remota eventualità, di per sé – a norma di Costituzione – mai per aggredire, ma solo per difendere i diritti fondamentali dell’uomo. Si capisce qual è la radice della sottovalutazione. L’obiezione di coscienza degli esercenti una professione sanitaria e in particolare dei medici è una testimonianza autorevole – perché loro, uomini di scienza e di pratica medica, più di ogni altro conoscono chi è il concepito – in favore dell’embrione. La loro obiezione lo sottrae al regno delle cose e lo colloca tra gli altri esseri umani. È proprio quello che la cultura abortista combatte con tutte le sue forze. Di qui il tentativo di immiserire il significato dell’obiezione di coscienza. Come non ricordare le liste degli obiettori affisse sui muri di alcune città italiane, all’indomani dell’approvazione della legge 194, quasi ad indicarli alla pubblica esecrazione? Così si è cercato di far credere che l’obiezione sarebbe strumento per favorire l’aborto clandestino, o per far carriera, o comunque per sottrarsi ad un dovere non gratificante. Si tratta di falsità che io stesso ho potuto smascherare con interrogazioni parlamentari le cui risposte – in sede di relazioni annuali del Ministero della sanità – dimostrano che il rapporto tra medici non obiettori e obiettori denunciati per aborto clandestino è di 30 a 1!  Ma la stessa formulazione dell’art. 9 della legge 22/5/1978 n. 194 è – forse involontariamente – mortificante per l’obiezione. In nessun altro paese del mondo essa è prevista come in Italia con il vincolo di una preventiva dichiarazione con effetto ritardato nel caso che non siano rispettati i termini stabiliti, con la previsione di decadenza, con l’inasprimento delle pene in caso di violazione della legge 194 da parte dell’obiettore. In ogni altra legge straniera si legge soltanto che “nessuno può essere obbligato a collaborare a una i.v.g.”, così la coscienza è libera di decidere caso per caso. Vi è nella disciplina italiana l’idea che l’obiezione di coscienza sia una gentile concessione dello Stato per tenere conto delle sensibilità religiose, che devono essere sottoposte a qualche limite e controllo. Non è così, e sbagliano quei giuristi che fondano l’obiezione sulla libertà religiosa; il fondamento vero è il diritto alla vita dei concepiti e la prima funzione del medico obiettore è di testimoniare in suo favore per mantenere nella realtà un valore che rischia di essere perduto. Perciò l’obiezione sanitaria ha significato davvero “profetico”, e sta sul piano di quella militare, perché entrambe esprimono il valore della vita. Ma mentre la nostra Costituzione proclama il sacro dovere di difendere la Patria, essa non prevede un analogo dovere di eseguire l’aborto. Anzi, tutela il diritto alla vita di ogni uomo, tra cui è ricompreso quello del concepito, sicché l’aborto, secondo l’interpretazione della Corte Costituzionale, deve essere inteso come l’esito drammatico di un estremo stato di necessità. L’enciclica di Giovanni Paolo II restituisce alla obiezione di coscienza questo alto significato che va inserito in quella invocata “mobilitazione generale” che deve rispondere alle sfide epocali e planetarie che oggi si pongono sul tema della vita umana. Anche riguardo all’enciclica i grandi mezzi d’informazione hanno tentato l’operazione di immiserimento, concentrando l’attenzione su un tema che l’enciclica non ha trattato: la vendita dei preservativi da parte dei farmacisti, tema che non ha niente a che vedere con l’art. 9 della legge 194 se non quando si tratti di strumenti abortivi, anche se falsamente chiamati contraccettivi, e che va inquadrata nell’ambito della coscienza individuale del farmacista. In realtà l’urgenza maggiore è restituire alla obiezione di coscienza respiro, forza morale, significato politico. A me pare che due prospettive debbano essere sottolineate: a) l’informazione e la sensibilizzazione di tutti i neolaureati in medicina; b) la crescita della convinzione che l’obiezione di coscienza, in sé di significato negativo (non uccidere!), implica ulteriori impegni positivi (accogliere ed onorare la vita!) che per i medici e gli operatori sanitari possono esplicarsi in condizione di particolare efficacia. Credo che prendere sul serio l’enciclica “Evangelium vitae” significhi anche questo, e che perciò bisognerà ancora riflettere su come programmare e strutturare l’azione affinché l’obiezione di coscienza sia segno di una nuova società che pone al centro la dignità umana (cioè il valore dell’esistenza di ogni singolo essere umano) per restituire verità a concetti tanto importanti quanto molto spesso falsificati: solidarietà, democrazia, diritto, libertà.

 

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