Fede e Politica. Binetti: Ogni vita vale tutto il bene del mondo di Massimo Magliocchetti

Per scoprire le ragioni profonde dell’impegno politico, specialmente sui temi etici, alla luce dell’insegnamento di San Giovanni Paolo II, abbiamo voluto incontrare “amici” del Movimento per la Vita che hanno vissuto in prima persona l’impegno pubblico nella vita politica del nostro Paese. Ha raccolto la proposta di una ampia conversazione la Senatrice Paola Binetti

  1. Senatrice, iniziamo questa intervista con una nota storica. Quale è il suo ricordo di San Giovanni Paolo II?

«Le riflessioni contenute in questa intervista nascono dall’esigenza di approfondire il rapporto tra fede e politica, oltre che a livello politico culturale, anche e soprattutto a livello personale, direi quasi esistenziale, in una ricerca costante di comprensione dei fatti e del senso dell’agire politico alla luce di principi e di valori di forte ispirazione cristiana. Una ricerca che ha preceduto e accompagnato il mio impegno politico fin dall’inizio, scontrandosi spesso con difficoltà di diversa natura: in parte legate alla complessità dei quesiti che sorgono ogni giorno davanti alle responsabilità di natura parlamentare e in parte legate alla ricerca di una laicità positiva e propositiva, senza alcuna sudditanza clericale. In questo spirito la figura di Giovanni Paolo II è stata per me un costante punto di riferimento». «La fede offre motivazioni forti all’impegno dei credenti in ogni campo, da quello sociale a quello professionale, da quello politico a quello culturale, proprio perché esige che la nostra condotta sia coerente. Per il cattolico la fede non si limita a segnalare un orizzonte di valori verso cui tendere, ma cresce e si struttura intorno al rapporto personale dell’uomo con Dio fatto Uomo, in un incontro che si rinnova giorno per giorno. Giovanni Paolo II era uomo di preghiera e d’azione; capace di forti sintesi sul piano concettale, ma anche di decisioni rapide e concrete; fedele a valori e principi, ma mai soffocato da quella prassi che appiattisce ogni slancio. Comprendere cosa oggi la fede sussurri alla coscienza di ogni uomo è tutt’altro che facile, soprattutto nelle situazioni complesse e spesso inedite con cui la politica ci obbliga a confrontarci. Occorre un ascolto attento, per approfondire la traduzione pratica di valori diversi, spesso in tensione tra di loro e ridimensionare eventuali divergenze. In questo senso la stessa biografia di Giovanni Paolo II, la sua vita, le sue esperienze, la sua sofferenza ma anche il suo costante ottimismo davanti ai mali del mondo, sono stati un vero e proprio faro per illuminare situazioni diverse, ma sempre sconcertanti per la presenza del male nel mondo». «In realtà la storia ci consegna la memoria di quanto debba tutto l’occidente all’influenza positiva del cristianesimo nel campo del diritto e della filosofia, dell’arte e dell’educazione, ma soprattutto negli stili di vita personali e familiari, nei modelli sociali di welfare e di assistenza. Le famose radici cristiane dell’Europa sono ancora oggi la sua forza e il suo principale tratto identitario. Sono le premesse e l’occasione per dialogare, per confrontarsi e per creare sinergie, anche a livello parlamentare, tra persone che pur avendo una stessa fede hanno posizioni diversissime in mille altri campi. Ma a volte nel mondo culturale e nel dibattito politico si vede emergere una aggressione acida a principi e valori cristiani, considerati come una barriera al progresso scientifico e sociale, invece di essere riconosciuti come le condizioni stesse del progresso. Nel rapporto tra fede e politica uno degli aspetti che considero più urgente approfondire è quello della pacificazione dei cattolici impegnati in schieramenti diversi, ma disponibili a cercare soluzioni condivise su temi di forte rilievo sul piano etico. L’unità tra di loro diventa premessa essenziale per un dialogo aperto e costruttivo con il mondo laico dei diversamente credenti, anche in questo dovunque siano collocati politicamente. Giovanni Paolo II è sempre stato uomo di misericordia e di fermezza nei principi, di profonda amicizia, ma anche di grande lucidità nel giudicare persone e contesti».

  1. Come il suo Magistero ha inciso nella sua scelta di intraprendere o continuare l’impegno politico?

«Giovanni Paolo II è certamente il Papa di cui Dio si è servito per mettere fine all’eresia del comunismo; a rivelare al mondo le sue profonde storture, la sua intrinseca prevaricazione nei confronti della libertà. Ci sono momenti in cui il clima generale è quello di una Babele, che non consente ai cattolici di capirsi tra di loro e tanto meno permette di individuare spazi di condivisione con i laici diversamente credenti. Ma ci sono altri momenti in cui laici e cattolici scoprono che l’accordo è possibile, forse non totale, ma sufficientemente ampio e profondo, per intercettare i segni dei tempi e incarnarne la forza provocatrice, che esige dalla ragione illuminata dalla fede risposte nuove per garantire fedeltà ai principi e flessibilità nella loro applicazione». «Nessuno di noi può presupporre la propria fede, come qualcosa di definitivamente posseduto; deve difenderla proteggendola dalle contaminazioni che potrebbero snaturarla, deve investirla nella molteplicità delle azioni quotidiane, applicando quel principio responsabilità che è l’anima di ogni impegno politico e professionale. Anche la politica dal canto suo richiede coerenza e fedeltà a principi e valori che le sono propri: «Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio…», e nello stesso tempo applica una logica di mediazione continua per raggiungere quella condivisione nelle decisioni che caratterizza l’agire democratico. Giovanni Paolo II aveva il rigore dei principi e la creatività della loro applicazione, in una storicizzazione che li rendeva accessibili e concreti. Nessuno più di lui ha lottato contro l’ideologia comunista, nessuno più di lui è stato capace di dialogo con persone che venivano da quel mondo e che lui ha saputo avvicinare, accogliere, illuminare e in non pochi casi convertire.  Non è facile comprendere come si possa vivere coerentemente con ciò che si crede e nello stesso tempo mantenere un dialogo aperto e costruttivo con quanti cercano di vivere altrettanto coerentemente con le loro idee, diverse dalle nostre. Il dialogo tra culture diverse richiede a tutti una consapevolezza identitaria forte che, senza scivolare nei pregiudizi ideologici, sappia però essere fedele ai propri principi e ai propri valori, senza calcoli opportunistici e senza rifugiarsi in un comodo anonimato. In alcuni ambienti sembra dominare la convinzione che davanti alla diversità delle posizioni che si confrontano, tocchi sempre al cattolico fare un passo indietro, conservando le proprie convinzioni per la sua vita privata e rinunziando a testimoniarle nella vita pubblica. Come se la Fede non avesse nulla da dire e da dare alla costruzione del sistema sociale in cui viviamo, e anzi in certi casi fosse percepita come tendenzialmente pericolosa e destabilizzante. La mia posizione personale su questi punti è sempre stata molto chiara, avendo come modello San Giovanni Paolo II, nella ricerca della coerenza necessaria per dare «a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio».

  1. Nella sua esperienza di impegno pubblico, nelle decisioni relativi ai temi etici, come ha vissuto il bilanciamento tra l’impegno della rappresentanza partitica con l’importanza del rispetto della propria coscienza?

«Voglio ricordare quanto accaduto in Parlamento a proposito della legge sulle Disposizioni anticipate di trattamento: le famose DAT. In un Parlamento in cui era particolarmente forte la maggioranza Pd, in singolare convergenza altri partiti alla sua sinistra e con un’inedita alleanza con il M5S, non è stato facile per parlamentari di area cattolica, per di più collocati in un arcipelago come l’attuale centro-destra, mantenere il giusto punto di equilibrio soprattutto quando il dibattito entra nel vivo delle grandi questioni etiche, quelle che fino a pochi anni fa venivano etichettate come valori non negoziabili, per i loro forti contenuti valoriali. Oggi l’espressione valori non negoziabili è stata archiviata, o per meglio dire rottamata, e si guarda a quei valori con un certo sospetto per il loro intrinseco carattere divisivo. Di fatto sono valori che non si prestano a mediazioni facili. Tendono ad assumere un carattere più dilemmatico che problematico, per cui ci si pone a favore o in contra, a partire dalla propria appartenenza politica, senza valutare rischi e benefici dell’una o dell’altra soluzione. Il dibattito sulle DAT per l’ennesima volta ha rappresentato in Parlamento la linea di frontiera in cui convinzioni personali e appartenenza politica sono state sottoposte a un test, che assomiglia molto da vicino a un crash test. La parola impronunciabile per lo schieramento vincente, tutto a favore delle DAT, era «eutanasia», anche se per coloro che si collocavano a sinistra del Pd la vera ambizione, apertamente dichiarata, era quella di giungere a una legge avanzata proprio sull’eutanasia, inclusa quella dei minori». «Ma proprio per questo, non poche volte, alla Camera dei Deputati, nella XVII legislatura, un piccolo gruppo di parlamentari, appartenenti a diversi schieramenti del centro e del centrodestra ha saputo prendere una posizione coraggiosamente contraria alla maggioranza, nonostante la schiacciante superiorità numerica del partito democratico. Le coordinate fondamentali della cultura del nostro tempo, le sue parole chiave sono: libertà, autonomia, accoglienza, integrazione, inclusione. Eppure non c’è autonomia per i più fragili. È su questo nodo cruciale che si è consumato lo scontro tra due diverse visioni del mondo, della malattia, della sofferenza. Ma è su questa stessa linea di confine che si sono confrontate una visione umana disposta a fare della solidarietà il senso stesso del nostro essere al mondo per qualcuno e per qualcosa, e una visione impegnata a garantire al soggetto il diritto al rifiuto di tutte le cure, fino al punto estremo di rinunciare alla vita stessa, rinunciando a vivere». «E questo è quanto è accaduto in occasione del dibattito sul cosiddetto testamento biologico: un disegno di legge a cui tutti volevamo porre la parola fine, dopo varie legislature in cui non si era giunti a nessuna conclusione. Insolita l’alleanza PdM5S che da subito ha sostenuto il testo, rendendo impervio ogni tentativo di modificarlo. Eppure si intravvedeva il rischio che sul piano operativo avrebbe potuto rappresentare una apertura all’eutanasia, come l’enfasi posta sulla soggettività del paziente, che vanificava in radice la soggettività del medico. Si è voluto ridurre il medico, la sua dignità e la sua professionalità, a mero esecutore della volontà di altri». «Abbiamo cercato di difendere, durante le lunghe ore del dibattito parlamentare, sia la dignità del malato e il suo diritto ad essere curato sia la dignità del medico e il suo dovere di curare. Senza mai scivolare in un approccio ideologico di stampo religioso, con il classico cliché del cattolico che aderisce acriticamente alla dottrina e al magistero della chiesa, abbiamo cercato di argomentare di volta in volta, punto per punto le criticità del disegno di legge. Come dice Giovanni Paolo II nella Evangelium Vitae, n. 73 ” L’aborto e l’eutanasia sono dunque crimini che nessuna legge umana può pretendere di legittimare. Leggi di questo tipo non solo non creano nessun obbligo per la coscienza, ma sollevano piuttosto un grave e preciso obbligo di opporsi ad esse mediante obiezione di coscienza. Fin dalle origini della Chiesa, la predicazione apostolica ha inculcato ai cristiani il dovere di obbedire alle autorità pubbliche legittimamente costituite (cf. Rm 13, 1-7; 1 Pt 2, 13-14), ma nello stesso tempo ha ammonito fermamente che «bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini» (At 5, 29). Già nell’Antico Testamento, proprio in riferimento alle minacce contro la vita, troviamo un esempio significativo di resistenza al comando ingiusto dell’autorità. Noi abbiamo cercato di lottare con tutti i mezzi democratici a nostra disposizione. Ognuno di un partito diverso, spesso con culture diverse: medici, avvocati, filosofi, esperti di comunicazione… tutti con chiara affinità con i valori della fede cristiana, pur essendo convinti di muoverci in un terreno tutt’altro che confessionale. Consapevoli che si tratta di uno dei temi a più alta complessità affrontati nella legislatura, abbiamo cercato il punto di equilibrio tra il pieno rispetto della vita e della libertà del paziente da un lato e l’analogo rispetto per la competenza professionale del medico e la sua libertà di coscienza».

  1. Il relativismo etico è veramente una condizione della democrazia?

«Dice l’Evangelium Vitae al numero 70: “…..il relativismo etico che contraddistingue tanta parte della cultura contemporanea. Non manca chi ritiene che tale relativismo sia una condizione della democrazia, in quanto solo esso garantirebbe tolleranza, rispetto reciproco tra le persone, e adesione alle decisioni della maggioranza, mentre le norme morali, considerate oggettive e vincolanti, porterebbero all’autoritarismo e all’intolleranza. Ma è proprio la problematica del rispetto della vita a mostrare quali equivoci e contraddizioni, accompagnati da terribili esiti pratici, si celino in questa posizione. È vero che la storia registra casi in cui si sono commessi dei crimini in nome della «verità». Ma crimini non meno gravi e radicali negazioni della libertà si sono commessi e si commettono anche in nome del «relativismo etico». Quando una maggioranza parlamentare o sociale decreta la legittimità della soppressione, pur a certe condizioni, della vita umana non ancora nata, non assume forse una decisione «tirannica» nei confronti dell’essere umano più debole e indifeso?” «I cattolici, come è noto, si sono trovati a disagio con le idee democratiche che si affermano alla fine del secolo XIX. I Papi le hanno condannate ripetutamente. I Papi, per la verità, non erano soli nel condannare le idee democratiche. La prima critica della democrazia la troviamo in Platone. Per Platone nella democrazia predomina la passione del momento. L’assemblea popolare, che ha tutti i poteri, non ha tempo né modo di approfondire le questioni sottomesse al suo esame, di assoggettarle a una disamina razionale. Essa giudica trascinata dalla passione del momento e proprio per questo tende a esercitare il proprio potere in modo violento e dispotico. Platone ci dice anche che la malattia mortale della democrazia è la corruzione. Quando in una democrazia prevalgono i sofisti, quelli che credono e insegnano che non esiste nessuna verità che debba guidare la nostra azione e nessun valore stabile al quale ancorare i nostri convincimenti allora i governanti non hanno più nulla che li vincoli al bene comune. Non hanno nessun motivo per non lasciarsi corrompere e non usare il potere pubblico per il loro interesse privato o anche per non condannare ingiustamente i loro nemici o fare violenza tutte le volte che potranno farlo impunemente. Le istituzioni perderanno allora tutto il loro prestigio e il popolo sarà pronto a seguire il primo tiranno che passa e promette di restaurare un minimo di ordine e di giustizia. Il popolo è sovrano, come recita l’articolo 1 della nostra Costituzione, perché ogni potere deriva dal popolo. Il popolo però esercita i suoi poteri nelle forme e nei limiti previsti dalla Costituzione. Tutto lo sviluppo costituzionale dei Paesi occidentali sarà guidato da un imperativo categorico: evitare che possa ripetersi l’orrore della guerra mondiale. Le nostre democrazie riconoscono un insieme di diritti dell’uomo e del cittadino che sono inviolabili (per esempio, Costituzione tedesca art.1 «La dignità umana è inviolabile»). Essi non sono concessi dallo stato e lo stato non ne può disporre». «Le nostre democrazie sono rappresentative. Il popolo elegge dei rappresentanti che hanno il tempo e (si spera) il buon senso necessario a riflettere sui problemi e a far prevalere la ragione sulla passione del momento. Quello che non è successo nei massacri di settembre quando una folla si è proclamata popolo ed ha preteso di esercitare i poteri sovrani. Le nostre democrazie separano fra loro il potere di fare le leggi (legislativo), quello di fare le sentenze (giudiziario) e quello di dare esecuzione a leggi e sentenze. I tre poteri si controllano a vicenda e impediscono che uno di essi possa prevalere in modo assoluto e trasformarsi in potere tirannico, che è appunto ciò che è accaduto nei massacri di settembre… Potremmo continuare, ma quanto detto è forse già sufficiente a capire come sia cambiato nel tempo il significato della parola democrazia». «Nessun sistema istituzionale, però, può funzionare del tutto senza virtù. I sistemi liberal-democratici rinunciano a produrre in proprio la virtù di cui pure hanno bisogno per funzionare, non hanno una Chiesa o un’Ideologia di stato. Se la avessero non potrebbero rispettare la libertà di coscienza di tutti i cittadini e sarebbero piuttosto regimi autoritari o totalitari. Essi devono perciò riconoscere e favorire il ruolo delle Chiese che educano i cittadini e «producono» la virtù di cui lo stato ha bisogno per funzionare. Lo stato non conosce quale sia la vera religione, ma riconosce in generale il ruolo positivo della religione per la formazione della coscienza del cittadino e per la vita della società. È alla luce di queste considerazioni che si intende il senso esatto della formula “la Democrazia o sarà Cristiana o non sarà”». «La Democrazia Cristiana in senso lato non è un partito ma un movimento per animare la democrazia e impedire che essa si corrompa. Un buon sistema istituzionale può frenare la decadenza delle democrazie ma, di per sé, non può impedirla. La Democrazia perde il suo prestigio a causa del relativismo etico e della corruzione che ne deriva. La Democrazia Cristiana ha la funzione di rafforzare nella coscienza del popolo il nesso fra la politica e un insieme di valori fondati sulla verità oggettiva intorno alla persona e alla società umana. La Democrazia viene stabilizzata dalla sinergia fra un sistema istituzionale liberaldemocratico e un ancoraggio ai valori offerto dalle Chiese e dalle altre confessioni religiose». «Sono famosi i versi di Quinto Ennio: «moribus antiquis stat res Romana virisque» (la fortuna di Roma dipende dalle antiche virtù e dagli uomini che le incarnano). Quando questo supporto etico e culturale è venuto meno anche il sistema istituzionale è andato in crisi. In senso lato possiamo dire che la politica abbraccia in modo eminente proprio il campo vastissimo delle azioni che compiamo insieme con altri. È per questo che la democrazia è il migliore sistema di governo. Il giorno del Giudizio Universale Dio ci chiederà conto anche delle azioni che abbiamo compiuto insieme con altri. Ci chiederà conto delle guerre condotte in nostro nome, delle ingiustizie avvallate dalla nostra comunità politica, delle sofferenze provocate da un disordine internazionale di cui il nostro stato si è reso complice, del sangue innocente sparso con l’avvallo, esplicito o implicito, del nostro ordinamento giuridico. Quel giorno la risposta: «Signore, io non facevo politica» non verrà accettata. Bisognerà per lo meno poter dire: «Signore, io ho votato contro», e non è detto che basti. La educazione alla responsabilità politica, l’insegnamento delle virtù del cittadino, la partecipazione alla formazione e alla selezione dei gruppi dirigenti politici è un servizio alla nazione e un compito pastorale a cui le Chiese non possono sottrarsi. La Democrazia è il migliore sistema di governo ma, come abbiamo visto, è un sistema di governo fragile e, dicevano gli antichi: «corruptio optimi pessima». Sono in pericolo oggi le nostre democrazie? Sembra proprio di sì. L’avversario principale è il relativismo etico, adesso come nella Atene di cui ci parla Platone».

  1. Nell’Enciclica viene scritto che “il valore della democrazia sta o cade con i valori che essa incarna e promuove” (EV, n. 70). Oggi che valore ha la democrazia?

«La laicità comincia con un atto di speranza nell’uomo e nella sua capacità di condividere con altri il bene prezioso della ricerca di verità, anche quando la strada appare ancora molto lunga. Il ruolo del cattolico in politica, l’impegno a collaborare con gli altri nella realizzazione del bene comune, non può mai prescindere da un atteggiamento concreto di carità intellettuale: credere nella buona fede dell’altro, anche quando la Fede dell’altro è diversa dalla mia. È necessario archiviare la cultura del sospetto…. Ma è necessario archiviare anche una certa superficialità, che rinuncia a capire la natura dei problemi con cui ci si confronta, soprattutto quando si tratta di problemi inediti, o ad alta complessità etica e scientifica. Servono risposte nuove e coraggiose, tanto più possibili quanto più attingiamo al patrimonio della nostra fede per illuminare, purificare la nostra ragione dal suo egoismo. Fides et Ratio, fede e ragione, non in posizione di reciproca subalternità, ma in un clima di forte coesione, proprio perché abitano insieme l’anima del cristiano, che non può mai far a meno né dell’una né dell’altra. Oggi serve una nuova comprensione dei diritti umani, soprattutto di quelli delle persone più fragili, ammalate, sofferenti, povere, o ancora non nate… Il dibattito che interessa l’opinione pubblica oggi sembra attestarsi su tre domande chiave: – Cosa implica oggi per un cattolico impegnarsi in politica, in che consiste il processo di rinnovamento politico tanto auspicato? – I cattolici continueranno a distribuirsi in tutti gli schieramenti oppure per essere più incisivi e rilevanti, proveranno a creare un nuovo soggetto politico, che sia davvero la casa di tutti loro? L’identità del cattolico in politica oggi è marcata più dal suo stile di vita, dalle sue virtù – etica privata – o dal suo impegno nella difesa di valori fondamentali, quali la vita, la famiglia, la scuola, l’integrazione sociale, il contrasto alla povertà – etica pubblica. L’esperienza fatta in anni precedenti, prima nella Margherita e poi nel Partito democratico, oggi nell’UDC, mi ha permesso di sperimentare come, al di là di generiche affermazioni di principio, i cattolici che avrebbero dovuto concorrere in condizioni di assoluta parità a creare con tutti gli altri una cultura politica nuova, arrancano ogni giorno di più. In altri termini la laicità comincia con un atto di speranza nell’uomo e nella sua capacità di condividere con altri il bene prezioso della ricerca di verità, anche quando la strada appare ancora molto lunga. Ed è la grande lezione di Giovanni Paolo II». «Il ruolo del cattolico in politica, l’impegno a collaborare con gli altri nella realizzazione del bene comune, non può mai prescindere da un atteggiamento concreto di carità intellettuale: credere nella buona fede dell’altro, anche quando la Fede dell’altro è diversa dalla mia. È necessario archiviare la cultura del sospetto per sentirsi e per essere autonomi nelle scelte politiche concrete. La politica, per ritrovare il senso più laico del suo agire politico, alla luce della Fede, dovrebbe aiutare ogni persona, tanto più se parlamentare, a mettersi a tu per tu con la propria coscienza, difendendone il primato: «Se fossi obbligato a introdurre la religione nei brindisi dopo un pranzo, il che in verità non mi sembra proprio la cosa migliore, brinderò, se volete, al Papa; tuttavia prima alla coscienza, poi al Papa» (Lettera del Cardinal Newman al duca di Norfolk). Credo che sia proprio nel foro della coscienza individuale dove fede e politica si incontrino meglio. Dobbiamo fare i conti con una laicità che quando deve affrontare questioni antropologicamente rilevanti troppo spesso pone i cattolici davanti a scelte in contrasto con i principi della stessa cultura cattolica e gli sforzi di mediazione hanno un costo molto elevato, non sempre condivisibile. Mi sono convinta che la politica, per ritrovare il senso più laico del suo agire politico, alla luce della Fede, dovrebbe aiutare ogni persona, tanto più se parlamentare, a mettersi a tu per tu con la propria coscienza, difendendone il primato».

  1. Cosa significa oggi assumere il «bene comune» come fine e criterio regolativo della vita politica?

«C’è un dibattito che in Italia non invecchia mai. A ogni stagione si ripropone con accenti nuovi una domanda antica: è possibile a un credente restare fedele ai principi della propria fede e nello stesso tempo essere e apparire libero? Libero intellettualmente, perché con intelligenza ha fatto suoi i criteri e i valori che la Fede gli propone. Libero nelle scelte che compie ogni giorno, perché le sue motivazioni convergono con i valori in cui crede. Libero quando le cose sono facili e quando appaiono difficili. Libero quando può contare sul consenso di amici e conoscenti, ma anche sul dissenso di chi non capisce e non approva ciò che fa… Libero sul piano morale, perché vuole assumersi la responsabilità delle sue azioni; perché è disposto a riconoscere i suoi errori, ma nello stesso tempo è deciso a difendere le sue convinzioni, anche quando si discostano dal pensiero dominante. Libero di non cedere alle tentazioni suadenti di una società liquida che sa essere sufficientemente accattivante nel proporre i suoi modelli e sufficientemente aggressiva nel demolire le convinzioni che non si allineano con le sue regole e i suoi criteri. Libero di vivere nel proprio tempo senza perdere di vista le proprie tradizioni familiari e culturali, comprese quelle religiose e spirituali. Libero di essere se stesso, senza rincorrere la novità per la novità nel timore di rimanere indietro, ma senza neppure fossilizzarsi davanti ad aspetti che hanno perso di senso e non sono più in grado di interrogare la sua coscienza. Libero di credere che valga la pena vivere, anche quando la vita diventa difficile; libero di amare, quando le emozioni sembrano appannarsi; libero di sognare un mondo migliore, anche quando un cinismo diffuso e compiacente nega che sia possibile. Liberamente credente, proprio perché vive quei valori che fanno da bussola nella sua vita e che sono al tempo stesso valori umani e valori cristiani. Laicamente libero proprio perché le sue credenze sono chiare e precise, ampiamente supportate da un ragionamento concreto. In altri termini la domanda, inquietante sul piano esistenziale, non è quella che contrappone laici e credenti, ma quella che contrappone persone intellettualmente libere, a persone che vivono immerse in un clima ideologico che, in modo più o meno vistoso, condiziona la loro condotta. Per questo è essenziale che il laico credente non riduca la sua fede a ideologia e mantenga viva la dialettica interna tra la sua ragione e la sua fede, sforzandosi di operare in coerenza con entrambe. La Lettera a Diogneto, pur risalendo al I-II secolo dopo Cristo, in un certo senso è ancora oggi il manifesto dei laici cristiani. Basta scorrerne alcune righe per cogliere la sua attualità: I cristiani né per regione, né per voce, né per costumi sono da distinguere dagli altri uomini […]. Non abitano città proprie, né usano un gergo che si differenzia, né conducono un genere di vita speciale […]. Vivendo in città greche e barbare, come a ciascuno è capitato, e adeguandosi ai costumi del luogo nel vestito, nel cibo e nel resto, testimoniano un metodo di vita sociale mirabile e indubbiamente paradossale. Vivono nella loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri. Ogni patria straniera è patria loro, e ogni patria è straniera. Si sposano come tutti e generano figli, ma non gettano i neonati. Mettono in comune la mensa, ma non il letto […]. Obbediscono alle leggi stabilite e con la loro vita superano le leggi. In altri termini vivono con una libertà che consente loro di essere nello stesso tempo uguali e diversi dagli altri. Nell’Evangelium Vitae, al punto 69 si legge: “In ogni caso, nella cultura democratica del nostro tempo si è largamente diffusa l’opinione secondo la quale l’ordinamento giuridico di una società dovrebbe limitarsi a registrare e recepire le convinzioni della maggioranza e, pertanto, dovrebbe costruirsi solo su quanto la maggioranza stessa riconosce e vive come morale….. In tal modo, ogni politico, nella sua azione, dovrebbe separare nettamente l’ambito della coscienza privata da quello del comportamento pubblico. Si registrano, di conseguenza, due tendenze, in apparenza diametralmente opposte. Da un lato, i singoli individui rivendicano per sé la più completa autonomia morale di scelta e chiedono che lo Stato non faccia propria e non imponga nessuna concezione etica, ma si limiti a garantire lo spazio più ampio possibile alla libertà di ciascuno, con l’unico limite esterno di non ledere lo spazio di autonomia al quale anche ogni altro cittadino ha diritto. Dall’altro lato, si pensa che, nell’esercizio delle funzioni pubbliche e professionali, il rispetto dell’altrui libertà di scelta imponga a ciascuno di prescindere dalle proprie convinzioni per mettersi a servizio di ogni richiesta dei cittadini, che le leggi riconoscono e tutelano, accettando come unico criterio morale per l’esercizio delle proprie funzioni quanto è stabilito da quelle medesime leggi. In questo modo la responsabilità della persona viene delegata alla legge civile, con un’abdicazione alla propria coscienza morale almeno nell’ambito dell’azione pubblica».

  1. Quali devono essere i tre pilastri di una biopolitica moderna che possa dirsi rispettosa della vita nascente?

«In questo passaggio che è allo stesso tempo di denuncia e di proposta appaiono chiari quali possano e debbano essere tre pilastri di una biopolitica moderna che possa dirsi rispettosa della vita:

  • riconoscere il valore di ogni uomo per sé stesso, non in funzione di quanto produce, di quanto è sano, autonomo… Ogni vita vale tutto il bene del mondo: dal concepimento alla morte naturale. Nessuno deve essere lasciato solo, né quando è semplicemente un embrione, né quando è anziano e malato, forse povero;
  • investire risorse adeguate in politiche demografiche che assicurino ad ogni famiglia di poter avere i figli che desidera, di potersene prendere cura, di poterli educare, ecc., anche attraverso politiche di conciliazione tra impegni familiari e impegni professionali;
  • dedicare alle politiche di welfare energie pari, se non superiori, a quelle che si dedicano alle politiche economiche, per garantire che il bene sia realmente comune a tutti: bene come salute, come opportunità di lavoro, come possibilità di cura, come prospettiva di sviluppo di capacità, di talenti, ecc.

 

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