Fede e politica. Menorello: “Relativismo è fine della democrazia”

Per scoprire le ragioni profonde dell’impegno politico, specialmente sui temi etici, alla luce dell’insegnamento di San Giovanni Paolo II, abbiamo voluto incontrare amici del Movimento per la Vita che hanno vissuto in prima persona l’impegno pubblico nella vita politica del nostro Paese. Ha raccolto il nostro invito l’Onorevole Domenico Menorello, deputato nella XVII legislatura, Avvocato e Presidente dell’Osservatorio Parlamentare “Vera Lex?”.

  1. Onorevole, iniziamo questa intervista con una nota storica. Quale è il suo ricordo di San Giovanni Paolo II?

Nella mia storia personale vi sono tre momenti impressi nella memoria e nel cuore. Il primo, quando, forse nel 1978, andai in pellegrinaggio con i “chierichetti” a Roma. Ero così impressionato dal vigore di quel giovane Papa appena eletto che gli scrissi una lettera, con cui volevo consegnare a lui l’ardore destato dall’impetuoso desiderio di “Vero” della mia prima adolescenza. Infilandomi nella folla di piazza San Pietro, riuscii a far prendere la mia busta a qualcuno del seguito papale e dopo poche settimane arrivò a casa una lettera dal Vaticano, in cui il Segretario di Stato mi scriveva che il Papa mi ringraziava per quelle parole giovanili e pregava per il fiorire della mia vita. Chi se lo sarebbe mai aspettato! Ricordo ancora i salti di gioia e dopo quarant’anni intuisco quanto quel suo gesto non sia stato affatto retorica o protocollo! Il secondo episodio pochi anni dopo, quando il Papa convocò il “Giubileo dei giovani”, il primo grande raduno giovanile mondiale nella Domenica delle Palme del 1984 da cui poi sarebbero nate le GMG. Ero al terzo anno delle scuole superiori in un periodo di intensa e travagliata verifica esistenziale, specie sulla fede. Quel desiderio del Papa di incontrare noi giovani mi incuriosì tanto e, con un amico, decidemmo di “andare a vedere”, scegliendo il modo più economico per arrivare a Roma. Così, senza saperlo prima, mi trovai su un autobus di ragazzi di CL che viaggiò due notti intere in andata e ritorno: porto ancora con me il ricordo di una stupenda chiacchierata in piazza San Pietro con uno dei giovani professori che li accompagnava, in cui il “guazzabuglio” delle mie domande e dei miei desideri si sentì inaspettatamente ascoltato e accolto. Lì, davanti a Giovanni Paolo II in una piazza San Giovanni gremita di giovani, il Signore si fece così vicino alla mia vita in un incontro che, seppur in un cammino spesso stentato, non lasciai più e che avrebbe plasmato, seguìto, educato, marcato “corpo a corpo” la mia vita oggi più ancora che in quella soleggiata domenica di 36 anni fa. Il terzo momento con Giovanni Paolo II arrivò nell’agosto 1997, alla giornata mondiale dei giovani di Parigi. Con Marta eravamo fidanzati da qualche anno, io ero appena divenuto procuratore legale e dovevamo ormai decidere se accogliere definitivamente la nostra vocazione. Pensammo allora di partecipare al gesto convocato dal Papa nella “laica” Francia per guardare meglio la nostra vita. Come dimenticare quella veglia durata tutta la notte all’ippodromo di Parigi assieme a oltre un milione di giovani dopo le parole, già quasi incomprensibili, perché biascicate, di Giovanni Paolo II che iniziava proprio in quel periodo il calvario della sua malattia, ma che così ci mostrava quanto fosse vera la promessa descritta da San Paolo di una “vita nuova” nella fede “pur vivendo nella carne”? Qualche mese dopo, il 20 dicembre di quel 1997 abbracciammo il matrimonio. Che commozione poterlo ora pregare come Santo e ringraziare per la Sua compagnia anche nella mia vita, da quella lettera in poi. Ora più che mai.

  1. Come il suo Magistero ha inciso nella sua scelta di intraprendere o continuare l’impegno politico?

Devo soprattutto alla Centesimus Annus la “scoperta” della sussidiarietà come criterio di giudizio e di azione nelle dimensioni sociali e politiche. Da quell’enciclica di Giovanni Paolo II nacque un florilegio di iniziative, gesti e persino slogans (chi non ricorda il fortunato motto: “Più società e meno Stato”?) specie nell’associazionismo cattolico, da cui intuii che c’era una proposta politica originale e convincente per tutti. Iniziò per me l’approfondimento, ancora del tutto insufficiente, dell’idea del Magistero di porre al centro non il “pubblico”, ma la persona concepita nel suo mettersi assieme ad altri per condividere le domande e i bisogni umani. Un Magistero che aveva persino la forza di modificare la mentalità che avevo assorbito, che invece metteva (e mette) lo Stato al centro anziché la persona, aprendo brecce addirittura nel linguaggio, come è stato per il concetto inculcatomi fino ad allora di “pubblico”, poi ripensato e riscoperto per la prima volta in senso oggettivo: una scuola libera è un bene per tutti, perciò è pubblica come quella dello Stato o del Comune, così come un ospedale non statale è “pubblico” allo stesso modo di quello dell’ULSS! Quando ebbi l’onore di svolgere il mandato di vicesindaco e assessore a Padova provammo, tentativamente, a declinare questo principio, promuovendo, fra i primi in Italia, l’inserimento dello stesso nello Statuto comunale, nonché abbozzando un metodo di operosità politica basato sul coinvolgimento costante dei corpi intermedi per attuare nuove forme di sostegno a opere e a dinamiche comunitarie di risposta ai bisogni. Sono sempre più convinto che il mutamento di mentalità politica cui dovrebbe educarci la sussidiarietà, come magistralmente descritta sin dalla fondamentale enciclica di Papa Wojtyla, sia sempre più attuale, anzi urgente! Infatti, più le risorse pubbliche si riducono più dovremmo cambiare marcia e direzione nel governo della res publica. Eppure, non siamo ancora capaci di un pensiero nuovo come indicatoci da Giovanni Paolo II. Ad esempio, perché di fronte a ogni problema o circostanza nuovi tutti chiedono solo una risposta dallo Stato in termini di spesa pubblica (che è sempre meno disponibile)? Il problema è che non sappiamo spesso nemmeno immaginare un governo che, prima di “spendere”, sappia accorgersi delle risorse soprattutto umane presenti nella società per valorizzarle, potenziarle e metterle di più a disposizione della popolazione.

  1. Nella sua esperienza di impegno pubblico, nelle decisioni relativi ai temi etici, come ha vissuto il bilanciamento tra l’impegno della rappresentanza partitica con l’importanza del rispetto della propria coscienza?

Ho sempre provato a scegliere il partito in cui militare sulla base di una corrispondenza circa l’assunzione della sussidiarietà come criterio di riferimento e degli ideali di difesa della vita, della famiglia, della libertà di educazione, della priorità dell’impresa e dei corpi sociali rispetto all’apparato amministrativo e statale. Non sempre questo discernimento è stato -né è- facile, ma si può sempre graduare una “minor” distanza in base a questi paradigmi. In ogni caso, ritengo che mai il “rispetto della propria coscienza” possa cedere rispetto alle esigenze di partito o, più ancora, rispetto alle convenienze di una posizione di potere da mantenere. Credo, comunque, che in Italia una rappresentanza organizzata davvero convintamente finalizzata a una declinazione del principio di sussidiarietà non vi sia ancora. E se ne sente tutta la mancanza…

  1. Il relativismo etico è veramente una condizione della democrazia?

A me pare, invece, che il relativismo etico sia la fine della democrazia, perché è la sconfitta della persona rispetto al potere. Il relativismo, infatti, non è affatto “relativo”, ma si fonda piuttosto su un pregiudiziale assioma, pretendendo cioè di affermare come “verità assoluta” che “nulla” ha valore definitivo e ogni concezione sulla persona in realtà non può essere mai vera. Quindi, il relativismo ha un dogma, per cui la persona non ha un valore assoluto, ma, appunto, “relativo”, per-ciò recessivo rispetto alle esigenze collettive o del potere. Nelle sue lezioni di filosofia del diritto Aldo Moro metteva in guardia proprio da questa sorta di “barriera della collettività”, quando essa “livella in una mortificante eguaglianza la vera libertà” “ed impone coattivamente un equilibrio nel gioco delle personalità coesistenti nell’ambito sociale senza far perno sulla persona, … che è stata in realtà negata senza prospettare l’esigenza sociale come una «funzione» della personalità e quindi naturale svolgimento della libertà che ne costituisce l’essenza” (Aldo Moro, Stato e diritto, 1943). I deboli, pertanto, sono schiacciati proprio perché si afferma, nei fatti e nella mentalità dominante, il “relativismo” come bandiera culturale. Aborto ed eutanasia ne sono gli esiti più tragici.

  1. Nell’Enciclica viene scritto che “il valore della democrazia sta o cade con i valori che essa incarna e promuove” (EV, n. 70). Oggi che valore ha la democrazia?

La democrazia esiste come regime politico in forza di una precisa premessa culturale condivisa e cioè che ogni persona abbia la stessa dignità, lo stesso valore assoluto “senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Quando i padri costituenti hanno scritto l’art. 2 della Costituzione avevano dunque ben chiaro quale fosse il “valore” che avrebbe potuto consentire la democrazia: il riconoscimento della assolutezza e della intangibilità della vita di ciascuno, in qualunque condizione si trovi. Senza la condivisione di tale presupposto non può reggere una democrazia, perché se il “valore” della persona dipende dalle sue condizioni, si scivola verso altre forme di assetto politico, come la storia ci insegna e come possiamo ancora osservare in regimi di tipo non “occidentale”, in cui il potere non viene organizzato e esercitato con la partecipazione uguale di tutti.

  1. Cosa significa oggi assumere il «bene comune» come fine e criterio regolativo della vita politica?

Significa innanzitutto rileggere la definizione che San Tommaso d’Acquino fornisce della “norma”. Per il grande pensatore cristiano una “legge” “non è che una prescrizione della ragione, in ordine al bene comune, promulgata dal soggetto alla guida della comunità” (I pars, q. 90, a. 4). Dunque, dobbiamo essere ben coscienti che una decisione politica sceglie sempre -che ci piaccia o meno- qualcosa ritenuto un “bene” per tutti e condiziona sempre l’intera comunità civile verso quello stesso “valore”. Per convincersene basta il linguaggio, quando chiamiamo, cioè, una certa azione “legale” per dirne della positività. Per converso, si cerca la legalizzazione di qualcosa proprio quando se ne pretende un giudizio positivo rispetto a precedenti opinioni negative o di dubbio. Questa dinamica – devo insistere- è pertanto sempre presente in ogni decisione politica. Il problema è che noi, spesso, non siamo educati a capire, a decriptare, a svelare verso quale “bene” il legislatore o chi fa la “norma” voglia indirizzarci. Quindi spesso non sappiamo distinguere se quel “valore” che giustifica un provvedimento politico sia un “bene particolare” o “comune”, il che è molto grave perché solo il “bene comune” può giustificare una decisione per la “polis. Quando invece la decisione politica è per un bene “particolare” diventa una violenza, un sopruso. Ma cos’è il “bene comune”? È un “bene” riconosciuto in “comune”! Non c’è “bene comune” senza un giudizio positivo riconosciuto e condiviso, non preteso, non imposto. La decisione deve consentire che anch’io, che anche tu riconosca un certo valore che determina una certa scelta come “bene”. Questa necessità comporta una concezione di autorità pubblica non in termini di sovranità e di forzata sovrapposizione rispetto alla società e alle comunità, bensì caratterizzata per una dinamica di servizio, dialogante e partecipativa con le rappresentanze politiche e parlamentari, nonché con i corpi intermedi. Vediamo bene quanto manchi questo metodo … In secondo luogo, diviene sempre più necessario che il dibattito politico sia chiaro, sia reso trasparente circa gli ideali e i “beni” ritenuti in grado di giustificare determinate scelte. Solo in questo modo la politica tornerà ad essere appassionante e centrale nella vita in comune, superando la retorica e la superficialità che oggi l’ammorbano e la rendono incomprensibile alla maggior parte della popolazione, che perciò istintivamente la rifiuta e la percepisce ostile così da allontanarsene, con grave danno per tutti e per lo stesso sistema democratico.

  1. Quali devono essere i tre pilastri di una biopolitica moderna che possa dirsi rispettosa della vita nascente?

Ci provo … a) Va superata la concezione del potere politico come “sovrano” e della legge come misura ultima del reale e della società. Su questo, l’Evangelium vitae è chiarissima: “Occorre riprendere gli elementi fondamentali della visione dei rapporti tra legge civile e legge morale, … che pure fanno parte del patrimonio delle grandi tradizioni giuridiche dell’umanità. Certamente, il compito della legge civile è diverso e di ambito più limitato rispetto a quello della legge morale. Però in nessun ambito di vita la legge civile può sostituirsi alla coscienza né può dettare norme su ciò che esula dalla sua competenza”. b) La politica e la legislazione non devono nascondere, ma piuttosto esplicitare la questione antropologica. Il 26 ottobre 2019, il quotidiano “Il Foglio” riportava una conversazione con Benedetto XVI, che acutamente ci ammoniva del fatto per cui “La crisi dell’Europa, prima ancora di essere politica, degli stati e delle sue istituzioni, è una crisi dell’uomo. La crisi è innanzitutto antropologica. Un uomo che ha perso ogni riferimento di fondo, che non sa più chi è”. In questo senso, forse proprio e soprattutto noi che osiamo dirci “cattolici”, siamo chiamati a dire a noi stessi e a ogni uomo che è non più rinviabile il momento del giudizio sull’antropologia. Nelle scelte del legislatore come nei fugaci tweet o post alla moda dei leaders politici, quale idea di “uomo” è inconsciamente contenuta e pubblicamente pretesa? Quale “bene” viene assunto come valevole per tutti, affermandolo come “comune”? Un uomo “sacro”, vocato al Mistero, al Destino, “a Dio”, dunque assoluto e “sacro” in ogni suo istante, in ogni sua circostanza, anche e soprattutto se fragile, malata, fallita, debole, complessa, in crisi, difficile? O piuttosto un “uomo” ridotto, a valore variabile, degno di attenzione solo se funzionale al sistema economico, performante secondo i parametri della mentalità dominante? Mi sembra che cercare di comprendere questa “filigrana” nelle scelte legislative e politiche possa essere un contributo pubblico destinato a non essere offerto invano. E che nessuno ci può impedire. Peraltro, questa sfida essenziale fa intravvedere un nuovo sterminato campo di vivace dialogo con tutti e un rinnovato significato di una presenza pubblica di chi, come noi, ha avuto la fortuna (rectius: la “Grazia”) di incontrare Qualcuno che ci guarda e accoglie ora come un bene assoluto. Si tratta, insomma, di dare seguito all’intuizione del Cardinal Bassetti all’assemblea generale della CEI del maggio 2018: “Mai come oggi, c’è un urgente bisogno di uomini e donne che sappiano usare un linguaggio di verità, senza nascondere le difficoltà, ma indicando una strada e una meta”. c) Servono una politica e dei politici immersi nell’appartenenza di un tessuto comunitario, nel quale fare esperienza della convenienza umana della antropologia cristiana. Perché non dobbiamo pensare che il problema sia appena di tradurre in norme e in prescrizioni il modello astratto che riteniamo più giusto. Le norme certamente non devono indirizzare la società verso una concezione ridotta di uomo, a dignità variabile sulla base del suo successo, ma la politica deve essere consapevole che l’annuncio di un “uomo nuovo”, sempre e in qualsiasi condizione centrale e assoluto, si comunica per osmosi nell’incontro fra le persone, si afferma per il fascino umano di una maggior corrispondenza.  La politica e i politici devono, perciò, fare questa stessa esperienza umana, per accorgersi, nel vivo di una appartenenza umana, di quali spazi di libertà debbano essere pubblicamene difesi e riaperti, affinché i luoghi umani della relazione, della costruttività che origina e si vivacizza nei corpi intermedi non siano sopraffatti, negati o ridotti dal potere, ma possano essere valorizzati e indicati come una grande occasione umana, come un “bene comune” per tutti.

 

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