Fede e politica. Padovani: sui temi etici no a compromessi di Massimo Magliocchetti

Per scoprire le ragioni profonde dell’impegno politico, specialmente sui temi etici, alla luce dell’insegnamento di San Giovanni Paolo II, abbiamo voluto incontrare amici del Movimento per la Vita che hanno vissuto in prima persona l’impegno pubblico nella vita politica del nostro Paese. Ha raccolto il nostro invito il Consigliere Comunale di Verona, Carla Padovani.

  1. Consigliere, iniziamo questa intervista con una nota storica. Quale è il suo ricordo di San Giovanni Paolo II?

«San Giovanni Paolo II è stato il Papa che dall’adolescenza mi ha accompagnato lungo la vita, sia quella di donna e mamma (ricordo la “Mulieris dignitatem”) sia quella di impegnata in parrocchia e poi in politica (un grande riferimento per me è stata la lettera apostolica “Christifideles laici”). Serbo un ricordo affettuoso di un Papa del nostro tempo, su cui forte ha soffiato lo Spirito Santo, che ha saputo parlare il linguaggio di noi giovani. Per noi giovani è stato un Papa nuovo, giovane, che sciava, che nuotava, che giocava con i bambini col suo mantello. Un Papa “moderno” fuori dagli schemi tradizionali, un Papa di una Chiesa che si stava rinnovando dopo il Concilio Vaticano II. A Lui mi lega un gradissimo affetto come di una guida che mi ha accompagnato nella vita, un riferimento forte anche per il mio impegno politico».

  1. Come il suo Magistero ha inciso nella sua scelta di intraprendere o continuare l’impegno politico?

«Il mio impegno politico è nato nella parrocchia dove ero catechista: un componente del Consiglio Pastorale mi aveva proposto una candidatura per il consiglio di circoscrizione e, inaspettatamente, sono stata eletta. Non avendo una storia politica di militanza e un percorso di formazione politica alle spalle, mi sono sentita sola e allora ho approfondito le indicazioni che la chiesa dava sulla politica. La Dottrina Sociale è veramente ricca e indica la strada per una politica veramente a misura di persona e per la persona, direi per una politica “evangelica”. Penso alla “ Centesimus Annus”, all’esortazione apostolica “Christifideles laici (“….i fedeli laici non possono affatto abdicare alla partecipazione alla «politica»… tutti e ciascuno hanno diritto e dovere di partecipare alla politica”…”la Chiesa stima degna di lode e di considerazione l’opera di coloro che per servire gli uomini si dedicano al bene della cosa pubblica e assumono il peso delle relative responsabilità”), ma anche all’intervento che ha fatto sulla diaspora dei cattolici in politica al convegno di Palermo della CEI del 1995 (“È più che mai necessario, dunque, educarsi ai principi e ai metodi di un discernimento non solo personale, ma anche comunitario, che consenta ai fratelli di fede, pur collocati in diverse formazioni politiche, di dialogare, aiutandosi reciprocamente a operare in lineare coerenza con i comuni valori professati”.) Nei momenti difficili la DSC è stata la luce che ha illuminato le tenebre…»

  1. Nella sua esperienza di impegno pubblico, nelle decisioni relativi ai temi etici, come ha vissuto il bilanciamento tra l’impegno della rappresentanza partitica con l’importanza del rispetto della propria coscienza?

«Penso che ci sia il primato della coscienza sull’appartenenza partitica, come è su ogni aspetto della propria vita. Quindi su scelte etiche si agisce secondo coscienza, cioè secondo la capacità di discernere il bene dal male. Si parla di “bilanciamento” e cioè di un atteggiamento di equilibrio fra rappresentanza partitica e l’importanza del rispetto della propria coscienza, penso che non sia questa la risposta perché bilanciamento implicherebbe un compromesso, ma su temi etici secondo me non può esserci compromesso, se non per il male minore. Deve esserci però sempre un profondo rispetto, che non implica condivisione, delle idee e della motivazione dell’altro. La persona va sempre “salvata”. Purtroppo al giorno d’oggi si tende a confondere la persona con le sue idee e questo crea incomprensioni e pasticci. La coerenza non è facile e ha il suo prezzo».

  1. Il relativismo etico è veramente una condizione della democrazia?

«La risposta è, a mio avviso, no. Come affermava anche San Giovanni Paolo II la società di deve far riferimento “a principi di verità e a criteri morali oggettivi, e non già a quel relativismo che talvolta si pretende alleato della democrazia, mentre in realtà ne è un insidioso nemico” (cf. Centesimus annus, 34 e 46; Veritatis splendor, 101). Non può essere tutto relativo perché ci sono dei valori che sono insiti nella natura umana a prescindere dal tempo e dalla storia, sono valori universali che sono stati posti in ciascuno di noi, primi fra tutti il valore della vita “dal concepimento fino alla morte naturale” e su questo punto non ci possono essere compromessi. Come esseri umani siamo però chiamati non solo a dichiarare un principio e a difenderlo, ma anche a fare la nostra parte affinché le persone abbiano un nostro sostegno coerente. La “democrazia”, termine a me molto caro, è legata alla libertà, garantita dall’art. 21 della nostra Costituzione, libertà di poter esprimere la propria opinione, che non può essere “congelata” dall’appartenenza ad un partito. Qui c’è un “fraintendimento”: militanza in un partito non significa “pensiero unico” o “pensiero di maggioranza”, può esserlo su temi amministrativi non su temi etici».

  1. Nell’Enciclica viene scritto che “il valore della democrazia sta o cade con i valori che essa incarna e promuove” (EV, n. 70). Oggi che valore ha la democrazia?

«Quello che si afferma nella EV è vero. A volte mi chiedo se è vera democrazia, e la domanda è retorica, quando una persona è libera di dire tutto quello che vuole (v. per es. i social), mettendo a volte un pesantissimo fardello sulle spalle delle persone. È vera democrazia se una persona non è libera di dire ciò che pensa, in particolare su temi etici, ed essere intimorita nel manifestare la propria opinione? La democrazia oggi ha un elevatissimo valore se però è la vera democrazia e cioè quella che si ispira ai valori umani universali, quelli che sono insiti nella natura dell’uomo. La vera democrazia ha nel suo cuore i valori universali, altrimenti è una “pseudodemocrazia” vuota, un involucro al cui interno non c’è nulla. E fra questi valori quello fondamentale è la salvaguardia della vita dal suo concepimento alla morte naturale. Mi scriveva una persona: “Sono un ateo, anche se rispetto il cristianesimo, e forse sono l’ultimo vero comunista, penso che la vita sia un valore profondamente umano che va salvaguardata fin dal concepimento”. Come si afferma nella EV la democrazia deve incarnare i valori fondamentali, in particolare l’attenzione ai più deboli, e chi non è più debole se non il bimbo non ancora nato? Il politico ha il compito non solo di difendere le legittime istanze delle persone che rappresenta ma ha anche l’alto dovere di educare il popolo, a prescindere dal tanto agognato consenso. Ai nostri giorni c’è bisogno di un rinnovamento, di un rispolverare le coscienze …».

  1. Cosa significa oggi assumere il «bene comune» come fine e criterio regolativo della vita politica?

«Si tratta prima di tutto di capire che cosa si intende per “bene comune. Per “bene comune” si intende il bene di tutti, di tutta la comunità, e la politica ha il compito di creare le condizioni affinché le persone si possano esprimere e realizzare pienamente come persona, “…il bene comune è la buona vita dell’intera comunità politica, è il bene di tutto l’uomo e di tutti gli uomini.” (dalla DSC). Purtroppo la politica rischia di cadere nella trappola che il bene comune sia la semplice sommatoria del bene dei singoli, o delle singole categorie, o la sua media pesata… Se lo scopo della società e quindi della politica è il bene comune ossia quella situazione in cui “ogni uomo possa diventare più uomo” allora va data   una attenzione privilegiata alle persone più deboli e cioè a quelle che hanno più bisogno di sostegno per realizzarsi pienamente come persone: devono essere messe nella condizione di camminare insieme agli altri e non rimanere indietro. I “più deboli dei deboli”, parafrasando Santa Madre Teresa di Calcutta, sono le persone che non sono ancora nate, a loro deve essere garantito il diritto fondamentale che è quello di vivere. Quindi assumere il bene comune come criterio regolativo della vita politica è implicito nell’essere della Politica stessa, dovrebbe essere la Politica per sua stessa natura a perseguire il bene comune.… Al giorno d’oggi c’è molta confusione al riguardo, forse si è in parte perso il ruolo fondamentale della politica che non è solo quello di rappresentare le legittime istanze delle persone, ma anche di educare e guidare».

  1. Quali devono essere i tre pilastri di una biopolitica moderna che possa dirsi rispettosa della vita nascente?

«Parlerei di quale dovrebbe essere il pilastro su cui si fonda l’agire di un politico: il primato della coscienza, cioè della capacità di discernere il bene dal male. Il politico deve poi agire per ridurre (scelta del male minore), se non è possibile eliminare, i danni di una legge contro la vita. Si devono creare le condizioni, come del resto viene citato anche nei primi 5 articoli della legge 194, affinché la persona possa accogliere la vita. Poiché la vita è il bene più prezioso non ci possono essere giustificazioni alcune per sopprimerla e la politica deve rimuovere le cause che portano a questa scelta. Penso non solo alla vita nascente ma anche all’eutanasia, son convinta che le persone che fanno questa scelta lo facciano perché si sentono di peso e non si sentono realmente amate.  Un cristiano ha poi la DSC una guida fondamentale per camminare e vivere in questa nostra società complessa».

 

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